Europei in archivio: analisi



I Campionati Europei di Slalom appena conclusi a Pau in Francia ci offrono la possibilità di fare alcune riflessioni ed analisi, nell’ottica di capire in che direzione sta andando il nostro amato sport e soprattutto analizzare a freddo i risultati che ci arrivano dal campo in una stagione molto, molto calda dal punto di vista agonistico.

Partiamo dal regolamento sul percorso dell'ECA che  si differenzia da quello  ICF e fissa una regola ben precisa:
«As a recommendation for the Course Designers, the course should be navigable for K1M in a time close to 80 seconds».
Bene in sostanza il percorso dovrebbe aggirarsi attorno al minuto e venti di gara per il Kayak maschile secondo più secondo meno.  Ora il campione europeo Vit Prindis viene incoronato tale grazie al suo 93,67 e cioè 1 minuto e 33 secondi, sforando quindi di oltre 13 secondi il tempo «raccomandato». E’ come se ad un ottocentista dell’atletica leggera  gli spostate  traguardo ai 900 metri oppure gli imponete di  correre la stessa distanza con il passo delle donne, impiegandoci cioè circa 10 secondi in più. Si capisce bene che così facendo cambia completamente la filosofia della gara stessa. Ora mi chiedo come due persone intelligenti e preparate come Narduzzi e Hounslow, cioè i tracciatori dei percorsi di gara, se ne siano infischiati del regolamento, ma soprattutto come Andrej Jelen, membro importante del border, non sia intervenuto. Eppure quando disegni il percorso più o meno ci  azzecchi quasi sempre sul tempo necessario per percorrerlo, forse un margine normale di errore è più o meno di 2/3 secondi al massimo,  ma se l’occhio non bastasse ci sono sempre in acqua atleti che possono provare a fare le varie combinazioni in modo tale che ti offrano l’opportunità di schiacciare qualche tasto sul cronometro per verificarne la durata.
 

Un altro aspetto che non ho digerito in relazione al tracciato  sono le due combinazioni in cui la porta successiva era più a monte della precedente (10/11 e 19/20); nonostante si sia cercato di bilanciare tra i due lati del percorsi, si evidenziavano  diversità evidenti  tra i C1 destri e sinistri. Era palese la facilità con cui i sinistri risolvevano la combinazione 19/20 e fatalità ha voluto che fino al 7^ classificato sono tutti di questa mano. Poi Thomas ha addirittura fatto la prima parte pagaiando a destra.    

Terzo punto che fa riflettere sono i distacchi nella canadese femminile.
Si vince con un 17,38% dal miglior k1 men, che non è male tanto più se consideriamo che Jessica Fox l’anno scorso il mondiale lo aveva vinto con un 21,61%,  ma tra la prima e la seconda c’è un 10,8%  cioè tradotto in secondi si parla di
10 secondi e 2 decimi e sulla terza la percentuale è di 16,4% e in secondi siamo sui 15,74. Se poi consideriamo che in finale si entra nella canadese donna con una percentuale del 36,5%, pari a 30 secondi dall’ultimo k1 qualificato (mentre il 10^ k1 men è a 31 secondi), si capisce bene che in  questo modo non aiutiamo questa specialità ad evolversi e la gente non si affeziona come dovrebbe perché il divario è troppo evidente e consistente. La logica e triste  conseguenza è che si svilisce la categoria, non offrendo a tutte le partecipanti, che comunque sono parecchie (38 a questo europeo) le stesse opportunità evidenziando così il divario che effettivamente c’è tra le prime due/tre a livello mondiale. Ci vogliono percorsi dedicati a loro,  in modo tale che i distacchi siano minimi e si possa soffrire fino alla fine, tenendo il pubblico sulle spine!  Quando Mallory Franklin, la neo campionessa europea della specialità, tagliava il traguardo, Nuria Vilarrubla, seconda classificata,  si avvicinava a mala pena all’ultima risalita. In sostanza la britannica avrebbe potuto nel frattempo bersi un caffè e vincere ancora, prima che la spagnola (forse preferirebbe essere chiamata catalana) concludesse la sua performance.
Ci sono anche note positive come l’introduzione delle «wild card» per i Campioni Europei dell’edizione precedente che hanno pure gareggiato con il pettorale specifico che indicava il loro status, la numerosa presenza di pubblico in tutti i giorni di gare e ovviamente l’organizzazione che se pur ridotta al minimo sindacale si è comunque dimostrata efficiente e competente come sempre. Certo che un piccolo sforzo in più ci sarebbe potuto comunque stare bene!

Occhio all’onda! 


                      ... fine prima parte -
 

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