Una riflessione sui 1.000 metri nella canoa sprint


Un paio di settimane fa guardando sul campo  le gare di selezione della canoa sprint  al Penrith Olympic Center mi sono chiesto se potesse essere una buona idea disputare la gara dei 1.000 metri come gli 800 metri piani in atletica leggera. Credo che molti sanno che la gara di corsa  viene realizzata in corsia più o meno per i primi 100 metri, poi tutti gli atleti, raggiunto il punto permesso,  convergono verso l’interno della pista per formare un lungo  biscione di uomini che lottano spalla a spalla per tagliare per primi il traguardo. La gara così concepita è assai interessante e spettacolare proprio per il fatto che sono tutti sulla stessa corsia facendo leva su strategie e scie di corsa. Quello che avviene normalmente per il ciclismo dove le gare, il più delle volte, si risolvono sugli ultimi 3 minuti di gara.

Dico questo perché effettivamente si fa fatica a seguire la gara di canoa sui 1.000 metri considerando che dura circa sui 3 minuti e mezzo, perdendo in parte la bellezza dello scontro diretto. Quindi l’idea sarebbe quella di sperimentare una partenza in corsia fino ai 100 metri e poi lasciare la possibilità di convergere sugli avversari andando a cercare scie e contro-scie. Come mi ricordava bene il mio amico Ezio Caldognetto, raffinato e attento tecnico della canoa sprint nel suo complesso, uno studio fatto dal professor Dal Monte dell’Istituto di Medicina della Scuola dello Sport di Roma,  evidenzia il fatto  che le scie nella canoa sono seconde solo alla bici.
Giocando sulle scie potrebbe diventare una sorta di gara ancora più tattica e per certi versi più spettacolare, facendo esaltare al massimo le qualità di equilibrio e destrezza.  Varie potrebbero essere anche le proposte per chiudere la gara e cioè quella di tagliare la linea del traguardo in ogni punto oppure creare un passaggio obbligatorio al centro dove gli atleti devono passare. Poi ovviamente ci si potrebbe sbizzarrire anche sulle linee di partenza sfasandole, ma questa la vedo già più complessa da realizzare.
Il chilometro è una distanza lunga e se noi facessimo riferimento all’atletica leggera si potrebbe paragonarlo ai  1.500 metri dove il record del mondo di corsa è sui 3 minuti e 26, lo stesso tempo che è servito a Erik Veras Larsen per vincere la finale olimpica di Londra nel 2012.  Forse solo un’idea che lancio ai colleghi di pagaia della canoa da velocità, un pensiero che mi è venuto, come dicevo, assistendo alle selezioni olimpiche per la squadra australiana in vista di Tokyo 2020.  Lo sport, come la vita, è destinato ad evolversi e trovare delle proposte che, seguendo le evoluzioni del nostro modo di vivere, si adeguino. Così come per lo slalom che dalla prima edizione dei Giochi Olimpici del 1972 ai giorni nostri ha cambiato molte regole del gioco grazie all’evoluzione dei materiali, al cambiamento dei percorsi di gara e alle metodologie di allenamento, nonché dall’interesse che il pubblico e la televisione hanno riposto in questo sport. 

Occhio all’onda! 





Ciao Sergio

Se n’è andato  come  solo lui poteva fare: in silenzio senza salutare nessuno, cavalcando la sua magica onda, circondato da ciò che probabilmente amava più di ogni altra cosa e dalla quale traeva energia per trasmettere forza e positività  a chi incrociava il suo cammino. L’ho  conosciuto due volte direttamente e indirettamente e sia nell’uno che nell’altro caso si rafforzavano gesti, parole,  emozioni che erano diventati unici e inconfondibili tanto che spesso mi  viene  da dire: «… guardo che chiamo il vecchio Rosati  che ci pensa lui a spiegarti come fare, no tante balle ». Perché era un uomo così  che non andava a perdersi in paroloni o in teorie, era la concretezza in persona. Come quella volta che intervenendo deciso e senza tentennamenti salvò la vita ad un giovane slalomista che si era infilato nelle paratie del canale di Tacen. L’azione partiva da un’esperienza concreta, molte volte sperimentata sulla sua pelle.
Mi fece molto piacere quando, appena rientrato in Italia per lavorare con la squadra nazionale, lo incontrai in un aggiornamento allenatori e mi disse: « Ivaldi sono contento che sei tornato ad allenare gli italiani, peccato che sei arrivato solo ora per Omar  ». A quel ragazzo,  caro Sergio, che per te era più  un figlio che un nipote,  hai lasciato in eredità la tua energia, la tua tenacia e la tua semplice ed efficace saggezza. Ti posso assicurare Sergio che hai fatto un gran bel lavoro perché molte volte nel mio trasmigrare da un luogo all’altro ho avuto modo di averlo come compagno di viaggio oltre che collega di lavoro  e Tu molto spesso ci hai tenuto compagnia attraverso  i suoi appassionati  racconti che lo riportavano indietro nel tempo. Continueremo a farlo, continuerai ad essere con noi perché le persone, anche se lontane o non più presenti su questa terra, rimangono in noi sempre e comunque e il sorriso e la gioia di vivere del tuo caro nipote ci riporteranno  sempre a Te  comunque ovunque tu sia.