La forza della pagaiata!


Che bello quando incontri persone che parlando di canoa, giovani, gare, organizzazione gli si illuminano gli occhi. Occhi che sorridono, occhi che ti guardano speranzosi, occhi che ti scrutano, occhi che ti conquistano e ti fanno voler bene da subito a persone che ti sembra di conoscere da una vita semplicemente per il fatto che sono come te: amano la canoa e tutto ciò che questo comporta. In mezzo alla natura, con lo sfondo di uno specchio d’acqua,  senza temere  il freddo, con  le luci delle tenebre che fra poco ci avvolgeranno, non si smette di sognare e ci immaginiamo fiumi di bimbi e persone che coloreranno con le loro canoe le acque di mezzo mondo, magari passando tra i pali dello slalom.
In questo  inverno, che ci nasconde tutti dentro alle nostre mascherine, gli occhi diventano l’unico vero contatto che possiamo avere con il mondo esterno, con gli altri con chi condivide come noi passioni e amori.
Com’è facile entrare in sintonia e in contatto con chi conosce le emozioni e i rumori dell’acqua che si rompe quando la pagaia penetra in essa.
Che gioia sapere che c’è chi progetta corsi, gare, training camp, per una primavera che tutti noi aspettiamo come una sorta di liberazione da una guerra che ormai combattiamo da troppo tempo e che ci sta privando di abbracci sinceri,  strette di mano, pacche sulle spalle.  Che gioia però, in questo momento così difficile,  poter condividere emozioni e speranze  ed essere accolto tra di loro con entusiasmo ed energia. Quanta forza mi avete regalato tutti voi e quanto è bello potercelo dire e raccontare. Quindi a Valerio, Mario, Paolo; Tommy, Martina, Ezio, Giorgio, Stefano, Nik, Diego, Anna, Marta, Ilaria e ai  tanti altri giovani atleti con cui ho avuto il piacere e l’onore di pagaiare e condividere le gioie che la canoa offre a tutti noi, dico semplicemente grazie, con la promessa che presto ci rivedremo più forti e felici di prima.

Occhio all’onda! 

L'evoluzione dello Slalom


L’evoluzione fa parte inevitabile della nostra natura e lo sport  ne è la conferma. Anche lo slalom ha visto dalla sua nascita ad oggi una continua evoluzione e i motivi sono svariati. Si passa dalle canoe in tela della fine degli anni ’40 per arrivare alle attuali imbarcazioni in carbonio sotto vuoto che sempre di più vengono adattate alle esigenze personali di ogni atleta. Tutto ciò ha portato inevitabilmente  ad evolversi anche sotto l’aspetto delle regole che sono ben diverse da quelle originali. Piccoli, ma costanti cambiamenti hanno caratterizzato il nostro mondo. Unico neo,  a mio modo di vedere, è stata da parte dello slalom la mancanza di lungimiranza. Si è cambiato rincorrendo e non anticipando le esigenze dei tempi che mutando portano con sé nuove realtà e sviluppi. Tutt’oggi navighiamo nel limbo senza guardare il futuro con troppo decisione e innovazione.
Se partiamo  dal 1987  ci accorgeremo che ci sono stati diversi cambiamenti. Siamo passati dalle gare dove si prendeva la miglior manche delle due discese, all’inserimento, a partire dal 1993, delle gare di qualifica per prendere poi la miglior manche. Ancora cambiamenti dal 1997 al 2007 con somma delle due manche di semifinale e finale. Oggi la  formula, ormai consolidata, è  qualifica ed eventuale ripescaggio per arrivare a semifinali nei K1 uomini a 40, mentre per il resto a 30. Da qui i primi 10 vanno in finale e si giocano le medaglie. Anche qui sarebbe da fare una profonda analisi di questa formula che si sta dimostrando troppo lenta e dispendiosa, specialmente per le gare di Coppa del Mondo.
Il vero grande cambiamento è stato però sulla lunghezza dei tracciati e sulla sua filosofia generale. Siamo passati dai 193.61 secondi (3 minuti, 13 secondi e 61 decimi) del mondiale sul Savage River nel 1989 per il miglior tempo assoluto  agli 84.26 secondi (1 minuto, 24 secondi e 26 decimi)  del 2019 a La Seu d’Urgell. Una differenza di 1 minuto, 49 secondi e 35 decimi! Una enormità se consideriamo gli aspetti metabolici che si possono innescare su queste due distanze.  Mi piace parlare ed analizzare però l’evoluzione della tecnica per capire, al di là delle distanza diverse, del numero di porte e delle differenze tra gareggiare su un fiume o su un canale, che cosa oggi si fa che un tempo invece non si faceva.  
Oggi le traiettorie, grazie anche alle barche che lo consentono, sono decisamente più dirette rispetto ad un tempo. La rotondità e la scelte di linee più allargate erano alla base della tecnica fino a pochi anni fa, mentre oggi la tendenza è quella di tagliare sempre più vistosamente le traiettorie. Non più linee che seguono delle « esse », ma linee il più possibilmente rette. Ecco quindi che l’intervento del corpo diventa determinante per mantenere equilibri e per non toccare i pali. Centralità è la parola d’ordine per riuscire a far combinare il tutto. Gli spostamenti veloci e repentini della coda con il fianco piantato in acqua fanno il resto (video).

Occhio all’onda! 

 


 

 

 

Uso del polso


Lo slalom è fatto di tanti piccoli particolari che ci aiutano a mantenere il controllo dell’imbarcazione e che devono raggiungere lo scopo di far correre la canoa. Prendiamo un’ uscita stretta da una risalita e ci rendiamo conto che l’uso del polso per agguantare l’acqua nella fase successiva della frenata o dell’aggancio diventa fondamentale. Questo permette una facile e sicura presa sull’acqua offrendo alla canoa un punto preciso su cui ruotare. L’azione che deve seguire la propulsione posteriore o il Duffek è la ricerca degli spazi per infilare la pala fuori dalla porta, che precedentemente era entrata facendo sfilare la stessa sotto il palino interno. Il busto accompagna ogni azione della stessa. Un buon esercizio è ripetere molte volte la stessa risalita mantenendo sempre la pala in acqua. 
 

Occhio all’onda! 

Olimpiadi estive outodoor e invernali indoor

 


E’ di questi giorni la proposta dell’ICF di inserire per Parigi 2024 l’Extreme Slalom, ma non è ancora chiaro se vengono aggiunte quote specifiche per questa specialità oppure se saranno gli stessi atleti che, partecipando alla prova di slalom, avranno il  diritto di gareggiare anche nella nuova specialità. Per ovvie ragioni di numeri sembra proprio quest’ultima la prospettiva più reale da attuare. Altra notizie è che vengono tolte 12 quote fra velocità e slalom (come riporta il sito ICF) sul numero complessivo di atleti, anche se in un primo momento sembravano solo 6 (4 velocità e 2 slalom). Dobbiamo dire anche che gli attuali 85 atleti per lo slalom così suddivisi: 25 k1  uomini, 25 K1 donne, 17 C1 uomini e altrettante donne in C1 non rappresentano appieno  il reale livello  internazionale di questo sport. Il vero scalino è qualificare le barche, ma non certo entrare in una finale a cinque cerchi. Decisamente squilibrato anche il rapporto tra uomini e donne considerando il numero di partecipanti alle gare nei due sessi, ma soprattuto guardando il livello tecnico fra uomini e donne: decisamente una forzatura assurda. Infatti per arrivare alla 20esima donna in Kayak andiamo a pescare atlete distanti anni luce dalle prime 10 posizioni. Mentre nella canadese monoposto maschile prendere, ad una qualifica olimpica, solo le prime 11 barche significa lasciare fuori nazioni come Germania, Russia o Italia.
Se la velocità ha sperimentato in questi anni l’inserimento di gare miste in K2 e C2 su gare lunghe lo slalom ha invece puntato quasi da subito all’Extreme Slalom. Detto ciò il progetto è  partito da alcuni anni e cioè da quando alle gare di Coppa del Mondo si è iniziato a sperimentare nuove formule per attrarre maggior pubblico e soprattutto maggior interesse verso la canoa in generale. C’era stata una fase intermedia dove si è sperimentato anche l’idea di una sorta di staffetta su una discesa tra le porte, ma presto abbandonata perché non aveva dato i frutti sperati dal punto di vista non solo tecnico, ma anche spettacolare.
Gli ideatori principali sono stati due francesi e cioè il chairman dello slalom ICF Mr. Jean Michel Prono e il vice presidente ICF nonché co-presidente del Comitato Organizzatore Paris 2024 Tony Estanguet. Il primo si è occupato di raffinare gli aspetti tecnici, pochi per la verità, e il secondo invece ha portato avanti l’idea a livello politico. In questi anni di prova non c’è stato un grosso seguito e pochi atleti e in maniera molto altalenante vi hanno preso parte.
Le motivazioni date per supportare questo inserimento fanno capo alle pseudo richieste o linee guida fatte dal CIO alle varie Federazioni internazionali. Si è chiesto in pratica di rinnovare lo sport,  ricercando discipline che attirino i giovani e che siano il più spettacolari possibile.  In un certo senso l’idea dell'Extreme Slalom  è stata quella di far sì che gli amatori di questo sport possano utilizzare le stesse canoe che vedono usare ai campioni che partecipano alle gare di Coppa del Mondo, Mondiali e dulcis in fundo alla Olimpiadi.
Il ciclismo ad esempio (pur non avendo bisogno di maggior visibilità considerando il numero di praticanti) ha tolto la 4x100km a squadre inserendo le gare di  BMX. Una disciplina questa che avrebbe lo scopo di avvicinare i più giovani alle due ruote grazie al fatto della sua spettacolarità e seguito. Non credo però che il ciclismo abbia ottenuto l'effetto sperato, considerando numeri e praticanti delle due ruote acrobatiche.
A quanto ci è dato sapere all’interno del massimo organo della canoa internazionale c’è stata un ampia e combattuta discussione tra favorevoli e contrari che ha portato ad una sorta di parità e che ha visto costretto il presidente Perurena a prendere una decisione finale.  
Ora il problema, a mio modo di vedere, non è tanto se inserire o no una nuova disciplina. Il problema sta nel limitare il numero di partecipanti tagliando atleti e specialità. Era giusto inserire la canadese femminile, ma è stato scorretto eliminare il C2 che da sempre fa parte della nostra storia. Così facendo si è completamente eliminata questa categoria,  perché se esci dalla rosa degli  sport a cinque cerchi sopravvivere è praticamente impossibile… come si è visto nel giro di pochi anni!
Torniamo al numero di partecipanti ai Giochi Olimpici che è il vero grande dilemma per chi organizza questo evento: i Giochi si svolgono in due settimane e coinvolgono poco più di 10.000 atleti. Inserire nuove discipline o allargare le quote porta ad un inevitabile caos.  
La soluzione ci sarebbe seguendo un ragionamento molto facile e logico. Guardare cioè alla stagionalità dello sport ed inserirlo nel periodo naturale di svolgimento.  Pallavolo, pallacanestro, pallanuoto, pallamano, il tiro a segno e altri ancora si possono disputare tranquillamente all’interno di uno stadio coperto e riscaldato quindi essere inseriti nei Giochi estivi o invernali poco cambierebbe per chi segue e per chi pratica questi sport. Così facendo si toglierebbero oltre un  migliaio di atleti che lascerebbero il posto ad un allargamento delle quote,  offrendo la possibilità di inserire nuove discipline. Io li chiamerei Giochi Olimpici estivi all’aria aperta e Giochi Olimpici Invernali all’aria aperta e indoor.
I giochi invernali, rispetto a quelli estivi, sono meno seguiti così facendo si darebbe sicuramente un incentivo maggiore a tutti per seguire più appassionatamente gare che normalmente sono di predominio essenzialmente solo dell’Europa e una parte del Nord America.  
Una domanda però ancora c’è e  che parte dal profondo del cuore: ma lo sport, ma soprattutto la vita ha veramente bisogno di avere in continuazione questi assurdi stimoli e cambiamenti solo a nome dello show? Perché non esaltare viceversa ciò che un tempo è stato, e per me sempre lo sarà, stimolo di vita e gioia per molti giovani e non solo? La bellezza di un discobolo che scaglia il suo attrezzo con la potenza di una belva e la velocità di giaguaro non ha tempo e confine. Lo si faceva nell'antica Grecia e lo si fa tutt'ora con lo stesso fascino e disciplina,  come non avrà tempo e confine il danzare sull’acqua in sintonia ed in armonia in modo semplice ed elegante tra i paletti dello slalom o scendendo un fiume traendone energia e forza da usare poi nella vita di tutti i giorni. 
 

Occhio all’onda! 

Chiamarla Coppa... ma perchè?


La Coppa del Mondo Slalom 2020 mi ricorda una delle  famose terzine dantesche che si trova nel cantico III dell'inferno dove vengono collocati gli ignavi: "Sanza ‘infamia e sanza lodo". Dante parla così  di chi non ha saputo prendere una decisione,  vivendo una vita in attesa, quindi la loro condanna sarà quella di correre interrottamente per l'eternità per riscattarsi degli errori fatti in vita.   Ecco! l'edizione di quest'anno di Coppa, secondo me, non è stata capace di proporre una sua filosofia e tanto mento logica agonistica, mettendo in essere  solo una scarsa e brutta copia di quella che da sempre è la World Cup!
C’è da dare atto però che un senso può averlo avuto per atleti e paesi che con uno sforzo enorme vi hanno partecipato, ma che in condizioni normali non avrebbero avuto accesso alle finali, quindi un'opportunità che alcuni non si sono persi.  
Le gare però ci hanno offerto comunque spunti di riflessione  interessanti. Il primo ci arriva dagli atleti più quotati, per la verità non sono stati molti quelli che vi hanno partecipato, ma che non sono riusciti ad esprimersi com’è loro consuetudine. E da questo si capisce quanto è importante la motivazione per rendere al massimo in gara. Mancando obiettivi e probabilmente anche programmazione specifica  si è capito quanto può influenzare sull’esito finale.  Sono mancati in toto i francesi, padroni di casa, che nella canadese monoposto non sono riusciti a piazzare nessun finalista. Penso che ciò non succedesse probabilmente dalla prima edizione della Coppa del Mondo e cioè dal 1988! Quasi lo stesso si può dire per i loro colleghi del kayak maschile se pur arrivati all’atto conclusivo,  con Anatole Delassus e Benjamin Renia, hanno fallito completamente in finale. Delassus ha toccato troppo, mentre l’esperto Renia ha saltato la porta 12 finendo nelle retrovie. Anche senza penalità i due atleti di casa sarebbero rimasti lontano dal podio che viceversa è andato a Martin Dougoud, primo, Tomas Zima, secondo con l’argentino Thomas Bersinger sul terzo gradino del podio. In realtà quest'ultimo è più francese dello stesso  Napoleone Bonaparte visto che il famoso condottiero era nato in Corsica da una famiglia italiana della piccola nobiltà e non certo in Francia come  Thomas Bersinger che vide la luce proprio a Pau il 4 dicembre 1985! 
I due più quotati atleti del kayak in finale e cioè i cechi Vit Prindis e Vavrinec Hradilek non sono stati all’altezza del loro nome, ma era evidente il loro stato di forma decisamente sotto tono. Da tecnico però non ne capisco il motivo per cui questi due fenomeni abbiano  partecipato ad una gara senza essere pronti e reattivi come loro abitudine.

Meglio hanno fatto i transalpini nel settore femminile piazzando Marie Lafont e Romane Prigent rispettivamente al primo e al secondo posto nella finale del kayak. C’è da dire che queste due atlete solo poche settimane prima si erano giocate la qualificazione olimpica dove l’aveva spuntata la prima.  Due atlete che praticamente sono nate e cresciute canositicamente su questo canale. Le separano 12 anni di vita: Lafonte di primavere ne ha viste 33 e si appresterà ad esser al via alla sua seconda Olimpiade dopo quella carioca del 2016, mentre la Prigent di primavere ne ha vissute 21. Ed è proprio quest’ultima la vera rivelazione di questa stagione così anomala. Figlia d’arte di Christophe Prigent e Marie Agulhon. Il papà, classe 1956, ha vinto due medaglie a squadre ai campionati del mondo nel 1985 e nel 1987 rispettivamente argento e bronzo. Chiusa la carriera da atleta iniziò quella da allenatore per diventare una decina d’anni più tardi il Direttore Tecnico delle Squadre Nazionali. Ruolo che abbandonò nel 2006  per diventare il responsabile del neo nato centro federale francese a Pau che prenderà il via nell’aprile del 2008. Christophe però è stato richiamato recentemente a dirigere la squadra olimpica francese dopo l’anno di conduzione di Richard Fox. Christophe è diventato una sorta di icona della canoa slalom con  una sua foto che divenne il logo della canoa slalom per le Olimpiadi spagnole. Questo,  ovviamente, gli portò notorietà e gloria perché non c’è nessun centro di canoa di una certa importanza che non abbia un poster con lui che sembra pagaiare sul mondo.
Anche la mamma, dieci anni più giovane del marito, certo non fu da meno con la pagaia in mano, vincendo il titolo iridato a squadre al mondiale del 1991 a Tacen con Myrian Jerusalmi Fox e  Anouk Loubie e sfiorò la medaglia alle Olimpiadi del ’92 finendo al 5^ posto, ma prima delle francesi con Anne Boixel (attuale responsabile tecnico del settore Junior nazionale) in 11esima posizione e Jerusalmi Fox (inutile dire cosa lei ha fatto da allenatrice considerando che tutti la conoscono) al 21esimo posto. Ma i Prigent sono una vera e propria famiglia, nonché dinastia di canoisti tanto è che Romane è cugina di Camila Prigent. Anche Camila è figlia d’arte, ma tranquilli vi risparmio la storia dei suoi genitori, ed è stata apripista ai Giochi Olimpici di Rio 2016. Minuta, ma potente nello stesso tempo interpreta uno stile più azzardato per questa categoria e se fino a ieri ha ottenuto buoni risultati è però precipitata alle selezioni olimpiche francesi finendo addirittura fuori squadra. Probabilmente la tensione e soprattutto il fatto di sapere che poteva farcela l’ha frenata non poco nelle gare.
Per dovere di cronaca bisogna dire che la gara nella canadese monoposto è stata vinta dall’irlandese, Liam Jegou, per la verità più gallico che gaelico, che precedentemente non aveva neppure mai preso una finale né in coppa né ai mondiali. Era arrivato in finale con il sesto posto in semifinale e con un tempo di 104.59 più 2 penalità. Poi è stato bravo a migliorarsi di 4 secondi e vincere così la gara sul ceco Vaclav Chaloupka e lo svizzero Thomas Koechlin.
Nel settore femminile della canadese ancora una bella vittoria di Ana Satila che come a Tacen, 15 giorni prima, vince con distacchi abissali. Qui con oltre 6 secondi su Viktoriia Us e in terza posizione la campionessa europea 2020 Tereza Kneblova. Deludono le tre spagnole Lazkano, Vilarrubla e Olazabal che si prendono un 50 rispettivamente alla 12, alla 22 e alla 8 e che fanno registrare praticamene lo stesso tempo e  si distanziano solo di qualche centesimo.

Personalmente disapprovo l’atteggiamento degli sloveni, che prima organizzano la prima prova in casa e poi non si presentano oltre le Alpi snobbando la seconda e conclusiva gara di Coppa.
Silenzio anche dall’ICF sull’esito di queste gare. La Coppa a quanto pare non è stata assegnata e allora perché hanno voluto organizzare delle gare sotto questo nome e poi non assegnare il titolo?

Occhio all’onda! 

 



 

 

Ciao nostro Re

foto di Ludovica Paloma

Il nostro primo incontro fu in occasione dei campionati del mondo di Milano nel 1999. Ricordo che arrivai in auto e mi diressi verso la sede di quello che oggi è l’Idroscalo Club. Parcheggiando la macchina mi chiedevo se ero nel posto giusto, ero stato chiamato da quelle parti perché avrei dovuto essere lo speaker di quell’evento che da lì a poco avrebbe ravvivato per diversi giorni il mondo della pagaia mondiale.  Ovviamente confuso e disorientato mi apprestavo a vivere quell’avventura con molta titubanza e incertezza. Infondo io ero un canoista, per lo più nato e cresciuto tra i pali dello slalom, poco avevo  a che fare con la velocità che avevo sì praticato fino ad arrivare a disputare un paio di edizioni dei campionati italiani e seguivo sempre e comunque i maggiori avvenimenti internazionali anche dal vivo come Parigi e Copenaghen, ma comunque una canoa decisamente diversa da quella da me praticata. La passione del giornalismo e nel raccontare le storie di pagaia avevano avuto il sopravvento in me e partì per quest’esperienza. Non feci in tempo a scendere dalla macchina che mi venne incontro un signore dicendomi: « tu sei Ivaldi, piacere finalmente ti conosco di persona, io sono Cecco e ti accompagno in sala stampa ». Da quel momento in poi mi sembrava di conoscere quell’uomo da sempre e camminando mi spiegava ogni cosa di ciò che incontravamo inerente all’avvenimento che avrei dovuto commentare spiegandomene i dettagli e le sfumature. Mi impressionò il fatto che tutti lo salutavano e il nostro cammino per arrivare in ufficio fu lungo e tortuoso nel senso che il povero Cecco veniva fermato di continuo per rispondere alle mille domande che lo assalivano da parte dei volontari e responsabili dei vari settori.
Cecco Re per la verità lo conoscevo già di nome, leggevo spesso i suoi articoli di canoa e ne avevo sentito parlare, ma le nostre pagaie non si erano mai incrociate fino a quel momento. Il Campionato del Mondo andò molto bene, tornai a casa stanco, ma soddisfatto. Imparai molto del mestiere, grazie anche a lui,  e qualche giorno dopo ricevetti  una telefonata: era Cecco che voleva ringraziarmi e farmi i complimenti per come avevo condotto con la voce ogni cosa di un mondiale che rimase nel cuore e nell’animo di molti di noi. Coincidenza ha voluto che poche settimane fa Cecco riprese sui social una vecchia foto del mondiale milanese e molti commentarono con la classica frase: io c’ero.  Anch’io feci lo stesso dicendo che ero orgoglioso di averne fatto parte come speaker. Cecco commentò il mio intervento dicendo che lo avevo fatto pure bene. Cecco era molto attento ad ogni particolare e il nostro rapporto di amicizia e reciproca stima si rafforzava sempre di più.  Fu il primo a complimentarsi con me quando nel 2001 presi l’incarico di commissario  tecnico delle squadre di slalom e discesa e da quel momento mi seguì puntuale nel mio lavoro fino ad accompagnarmi nella mia avventura oltre Oceano, forse perché sapeva cosa significava avere un figlio lontano da casa.
Ammiravo due cose di quest’uomo: la prima era la sua eleganza nel parlare con le persone e nel trattare le problematiche, a volte dolce e tante altre duro con un linguaggio chiaro e deciso. La seconda, maturata in modo particolare da quando il suo corpo lo fece soffrire, la visione per il futuro nonostante tutto. Parlava ed interveniva sempre in positivo, sempre offrendo spunti attivi alla discussione e alla vita era attento ad ogni cosa che capitasse nel nostro mondo.
Una cosa è certa che Cecco Re è una persona che abbiamo amato ed ammirato in tanti ed è proprio per questo che  resterà comunque sempre con noi e con la nostra amata canoa.
 

Buon viaggio nostro Re!

Occhio all’onda! 

Tacen teatro della prima prova di Coppa del Mondo Slalom

 

Ana Satila, dopo aver mancato il successo in K1, per un 50 banalissimo all'ultima porta, non se l'è fatto sfuggire nella canadese femminile.


Partire a Tacen a valle del grande salto è come fare una gara di discesa libera a Kitzbühel senza la «Trappola per topi» - letteralmente in tedesco la Mausefalle -  quel salto, di una ottantina di metri a pochi metri dalla partenza, che in pratica caratterizza tutto il resto del tracciato. Così come quel passaggio nel canale sloveno che segna il resto della gara sia da un punto di vista tecnico, che emotivo, che fisico. Il motivo per cui non si è fatto è che dopo la ristrutturazione dello scivolo iniziale, con l’inserimento della nuova diga di regolazione dell’acqua, non si è riusciti a renderlo navigabile quando l’acqua sul fiume è superiore ai 100 m3/sec. Questo, per la verità, era stato il motivo dell’intervento stesso, ma si sa che progettare lo scorrimento dell’acqua a valle non è sempre così facile e scontato specialmente quando  si parla di salti molto elevati.  
La prima tappa di Coppa, sulle due previste, ha visto sul gradino più alto del podio  3 atleti che precedentemente non avevano mai vinto una gara così importante e sono: Ana Satila, vincitrice nel C1 donne, Romane Prigent, prima nel Kayak femminile e Isak Ohrstrom, oro nel kayak maschile. Nella canadese maschile vittoria a
Luka Bozic, che era alla sua 13esima finale in Coppa e alla sua seconda medaglia d’oro, dopo quella del 2018 a La Seu d’Urgell

L’altro dato che emerge da queste gare è che sulle 12 medaglie assegnate ben 8 sono andate ad atleti che non erano mai saliti prima su un podio di Coppa.
Per dovere di cronaca bisogna dire che questo appuntamento è stato disertato da moltissime nazioni di prestigio come: Germania, Great Britain, Slovacchia e la stessa Italia. Mentre Francia e  Repubblica Ceca erano presenti con le seconde linee. I motivi sono ovvi vista la condizione che tutti noi stiamo vivendo per le varie emergenze e per le varie risposte che i diversi governi stanno dando.
Al via 64 atleti in rappresentanza di 15 nazioni di cui  5   con un solo atleta come Portogallo, Ungheria, Ucraina, Svizzera, Croazia e altre con solo 2 partenti come Irlanda e Giappone.
Nulla però si toglie a chi in battaglia ha trionfato con tutti gli onori e la gloria perché una gara vinta è sempre una gara vinta!
 

Una riflessione anche sul tracciato di semifinale e finale disegnato dal tecnico che rappresentava il Comitato Organizzatore e cioè Inaki Gómez Alonso con il giapponese Shuji Yamanaka. I due tecnici hanno dovuto trovare soluzioni diverse dal momento in cui la gara partiva da sotto il tradizionale salto  per i motivi che abbiamo spiegato,  stravolgendo però i punti di forza di questo percorso.  A mio modo di vedere, comunque Inaki e Shuji ne hanno tirato fuori un bel tracciato che  era ben distribuito. Unico neo forse la porta 13 che risultava essere meno dinamica rispetto la 6 che era in pratica il bilanciamento di questa combinazione nella morta a destra. Per il resto, ma soprattuto per i tempi di percorrenza, mi sembrava ideale. 

Una nota anche sulle riprese televisive che sono troppo zoomate sull'atleta facendo perdere il senso della velocità e dell'insieme della discesa. Io opterei per immagini più aperte che possano offrire al possibilità di seguire l'atleta in maniera globale. Successivamente con il replay si sottolineano le sfumature con grandi primi piani su viso, canoa e pagaia.

Prossima tappa, seconda e ultima,  Francia a Pau dal  6 all’8 novembre e dalle informazioni arrivate fino a questo momento le nazioni presenti saranno ancora meno. Quindi, a parte ovviamente i francesi, hanno confermato la loro presenza: Spagna, Usa, Brasile, Argentina, Svizzera e Portogallo.

Occhio all’onda!