Ascolto

Azzardo! non sono certo un maestro o un grande ballerino, ma ho iniziato a sentire un miglioramento ed una certa padronanza nel muovermi nel  tango quando ho concentrato la mia attenzione sui piedi, come mi capita di fare quando scio. Nel ballare però si è facilitati visto che non si usano scarponi, ma scarpette con suole che ti permettono di percepire e di vivere il suolo. In effetti è proprio dal terreno che  riceviamo i veri impulsi per gestire i nostri passi, per carpire e per trarre energia. Quindi i nostri piedi diventano i protagonisti del nostro movimento con la funzione di trasmettere, a tempo di musica, tutta l’energia accumulata alla nostra partner attraverso l’abbraccio.
Quando il professore Domenico Bresciani venne a Castelgandolfo molti anni fa a fare una lezione a noi neo allenatori di canoa e ci diceva che lavorava ad uno scarpone che permettesse agli atleti di percepire lo scorrimento della neve sotto la pianta del piede, mi sembrava da subito cosa molto interessante che non tardai ad approfondire con immensa attenzione e sperimentare su me stesso queste idee.

In canoa la funzione dei piedi l’assumono le mani per quello che riguarda l’aspetto della percezione dell’energia che arriva dall’acqua e che con i recettori della zona pelvica completano la nostra complessa macchina per ricevere tutte le informazioni di cui necessitiamo per navigare sul nostro piccolo e avvolgente guscio di plastica.

Molto spesso gli allenatori si concentrano a dare pronte soluzioni ai loro atleti specialmente in giovane età, quando cioè bisognerebbe viceversa educarli sempre all’ascolto che porterà poi ad una elaborazione di risposte da utilizzare al momento necessario sfoderando, possibilmente, la migliore.  Lavoriamo poco sul sensibilizzare i nostri allievi a trovare soluzioni tecniche solo dopo aver ascoltato quello che l’acqua ci vuole sempre dire e far capire. Molte volte si ignora proprio l’aspetto fisico dello stesso movimento andando a contrastare il deflusso che l’acqua segue nella sua caduta a valle.  Il tutto parte dalla capacità di ascoltare che come tutte le cose va prima scoperta, poi capita e quindi applicata.


Occhio all'onda!  

 

Giappone un paese da capire


Se vuoi entrare nella musica devi ascoltarla a lungo, ma non basta.
Se vuoi veramente farla tua hai due possibilità: la prima è studiarla e scoprirla con la speranza di trovare la chiave per entrarci, oppure hai la seconda opzione che ti arriva dall’aiuto di qualcuno che te la possa spiegare trasmettendoti passione e nozione su come renderla veramente parte di te stesso. Più o meno capita la stessa cosa per ogni arte, sport o professione e alla fine di tutto, quando cioè sei parte integrante della tua passione, ci sono ulteriori due dettagli: la tua personalità (che fa unica l’espressione relativa) e il momento che concretizza la tua azione. 
In canoa slalom passiamo ore a capire e a scoprire il senso dell’acqua che corre verso valle e che, ormai, non prosegue più la sua corsa naturale verso il mare, ma ritorna a monte con sistemi che l’uomo moderno ha creato. Il vecchio e saggio detto di Eraclito, “non ci si bagna mai due volte sullo stesso fiume” nello slalom degli ultimi 20 anni si è disperso nell’infinità di canali artificiali costruiti in questi decenni.  Veniamo quindi  all’ultima creazione che ospiterà le gare olimpiche 2020 in  una Tokyo che sta preparando l’evento a cinque cerchi quasi in sordina e senza grandi clamori. Quando sei nella capitale nipponica quasi non ti accorgi di essere nella città che fra meno di otto mesi diventerà il centro del mondo per almeno due settimane complete. Si lavora, ma senza clamore e la gente, quasi sorpresa nel vedere degli occidentali da quelle parti, rimane basita quando gli si fa notare che siamo lì per allenarci in vista delle Olimpiadi che proprio loro organizzeranno.
Si capisce che qualcosa sta per succedere da quelle parti quando si arriva al Narita Airport dove a darti il benvenuto ci sono Miraitowa e Someity. La prima mascotte accompagnerà i Giochi Olimpici numero 32  dell’era moderna, mentre la seconda sarà il simbolo della 16esima edizione dei Giochi Paraolimpici, nati a Roma nel 1960. Miraitowa è l’unione delle due parole futuro (mirai) e eternità (towa). Il nome è stato scelto per ispirare un futuro pieno “eterna speranza” nel cuore di tutti. Someity nasce dalla parola “fiore di ciliegio” (someiyoshino), ma anche dal gioco di significato con l’inglese “so mighty”: “molto forte”. Someiyoshino è la varietà di ciliegi giapponesi più famosa, particolarmente in voga nell’epoca Meiji. La mascotte ha dei “sensori tattili” a forma di petali di ciliegio e rappresenta la grande forza fisica e mentale che dimostrano gli atleti paralimpici nel superare e ridefinire i limiti di ciò che è possibile.
Il Giappone, che è la terza potenza al mondo, è decisamente diverso dal nostro modo di essere e di vivere. Le persone silenziose  si muovono velocemente per salire e scendere dalla metro che ogni giorno trasporta, nelle sue 13 linee, oltre 8 milioni di viaggiatori; si salutano e ringraziano con grandi inchini uno con l’altro, e vivono in simbiosi con il loro cellulare su cui scrivono o guardano i famosi manga e cioè fumetti che sono presenti non solo in modo digitale, ma colorano ovunque le fantasie della gente e le strade. Le pubblicità vengono raccontate con personaggi come Bakuman, Gantz o tanti altri in relazione al tipo di pubblico che si vuole influenzare. Sì perché per ogni fascia d’eta c’è un manga specifico, per i bimbi viene chiamato Kodomo, per le adolescenti ci sono i Shōjo,  per i maschietti gli Shōnen, tra questi il famoso Dragon ball o Ken il Guerriero. Ci sono poi anche fumetti specifici per raccontare relazioni sessuali omosessuali e poi ancora a tema come avventure, fantascienza, horror, insomma c’è solo l’imbarazzo della scelta per ogni genere di interesse.  Il cibo, altro argomento di interesse comune e che non può non colpire un occidentale in visita in terra nipponica,  è servito bollente ecco perché forse hanno inventato il sushi forse per avere un po di refrigerio tra una zuppa e un alga super cotta. Il riso la fa da padrona con il famoso sake che dicono che faccia pure bene alla salute visto che contiene aminoacidi e che sono un toccasana per la composizione delle cellule. L’altra cosa che non può lasciare indifferenti sono gli infiniti parcheggi a pagamento per le biciclette a ridosso delle stazioni metro. Infatti tutti arrivano alla fermata dei mezzi pubblici pedalando su velocipedi piccoli e generalmente da donna, tipo le nostre vecchie Grazielle tanto per capirci, che parcheggiano prima di salire velocemente su un tram, metro o bus che li porterà velocemente al lavoro. Un posto di lavoro che è nella città di Tokyo, ma che può essere distante dalla propria abitazione anche due ore di viaggio. Alla sera ritornano e altrettanto velocemente salgono sulla bici custodita nel parcheggio per ritornare a casa, ma prima c’è la palestra, i video giochi  e la cena. Poi forse si ritorna in famiglia.
I ragazzini vanno a scuola in giacca e cravatta e le ragazzine hanno tailleur con gonne cortissime e calze sopra il ginocchio. Spesso e volentieri ti capita di vedere ragazze e donne truccarsi in ogni luogo, specialmente dopo aver mangiato, prima cioè di rimettersi in pista per riprendere la loro vita frenetica e sembra senza soste.
Pochi parlano inglese e questo complica ancora di più le comunicazioni che spesso e volentieri sono fatte solo attraverso gli occhi sostenuti dall’uso delle mani, ma anche qui noi occidentali le usiamo in maniera diversa e le cose si complicano ulteriormente!

Occhio all’onda! 










Repubblica Ceca domina il medagliere assoluto


Con il mondiale 2019 si chiude un ciclo di tre edizioni iridate dopo i Giochi Olimpici di Rio 2016. Sappiamo bene che le stagioni agonistiche vengono programmate principalmente  sugli anni olimpici e che tutte le nazioni aspirano ad una grande prestazione a cinque cerchi che ripaga non solo l’atleta che la ottiene, ma tutto il movimento.

Un ciclo quindi di 3 campionati del mondo, 3 campionati europei e 3 coppe del mondo.

Ci sono squadre che hanno in parte la squadra pronta per Tokyo, altre che rimangono con pochi atleti a giocarsela e altre ancora che sono solo all’inizio di una selezione interna per formare il team olimpico. Il sistema adottato per qualificare le barche però si sta dimostrando decisamente inadeguato e che premia non la qualità degli atleti e neppure la costanza, ma avvantaggia chi alle Olimpiadi andrà per fare una sfilata solamente. Tanto più con le varie rinunce di quelle atlete che hanno qualificato la barca in tutte e due le specialità e che hanno dovuto fare una scelta liberando così posti nel K1 donne: si veda il più eclatante dei caso  e cioè quello dell’atleta delle Isole Cook che non passando neppure le qualifiche ai recenti campionati del mondo sarà al via della prova olimpica grazie a una regola assurda che penalizza non poco tutto il settore maschile. Questo è solo un dettaglio considerando il fatto che la stessa atleta ha gareggiato per 10 anni per la Nuova Zelanda e solo poco prima del mondiale della Seu, per convenienza, ha cambiato nazione. Non si capisce come il CIO ha potuto approvare questo cambiamento quando i regolamenti per la partecipazione olimpica parlano ben chiaro.  Nel 2018 a Rio era arrivata 43esima e quest’anno ha chiuso il suo mondiale al 39esimo posto sufficiente per qualificarsi grazie alla rinuncia di atlete qualificate in entrambe le specialità. Certo è che considerare a pari degli uomini qualifiche per 18 K1 donne sapendo dell’obbligo alla scelta significava abbassare il livello competitivo, ma evidentemente sono stati altri gli interessi che hanno spinto queste scelte. Un criterio che dovrà per forza essere rivisto per Paris 2024 se non vogliamo continuare a premiare la mediocrità a discapito della professionalità.

Tornado ad una analisi dei tre anni passati salta all’occhio che la Repubblica Ceca ha praticamente dominato la classifica iridata delle medaglie conquistandone ben 17 (4 ori, 6 argenti, 7 bronzi) pari al 20,24% del totale complessivo, seguita da inglesi con 11 medaglie (5 ori, 4 argenti, 2 bronzi) e dalla Germania con 9 ((4 ori, 1 argento, 4 bronzi). In una lista di 14 nazioni presenti nel medagliere.
Fa specie vedere l’Australia che si piazza in quarta posizione a parti merito con la grande Francia grazie in pratica solo alle 5 medaglie vinte da una sola atleta e solo 3 in collaborazione con le compagne a squadre, compagne che poi individualmente spesso e volentieri non hanno mai superato la fase della semifinale.
Impressiona poi se sommiamo all’assoluto  i medaglieri di  campionati del mondo Junior e Under 23 dove la Repubblica Ceca domina con un complessivo di 55 medaglie con 19 titoli iridati (23%). I francesi  di medaglie complessive ne ha conquistate 35 davanti agli inglesi con 26 e tedeschi 22.
Sono 19 le nazioni che entrano nel medagliere della canoa slalom in questi ultimi tre anni, un periodo di tempo che ci porta direttamente ai Giochi Olimpici di Tokyo 2020. 


Occhio all'onda! 



Lo slalom

Certamente il Campionati del Mondo di Slalom, conclusosi a fine settembre in Spagna,  non è stato solo caratterizzato dalle vittorie di Prskavec e Tercelj o dalla grande prestazione come squadra della Spagna descritti nei post precedenti. Certo questi sono stati sicuramente i punti più caratterizzanti, ma a contorno di tutto questo ci sarebbero mille storie da raccontare che hanno  preso forza non solo nei cinque giorni di gara, ma sono nate molto tempo prima grazie a tutti i partecipanti che hanno dato vita ad una edizione decisamente particolare.  Ci sarebbe da raccontare delle medaglie di Jessica Fox ancora e sempre protagonista, o dell’incredibile vittoria della Herzog  nella canadese monoposto femminile, ma ovviamente ci sarebbe anche da perderci un’intera giornata a parlare del neo campione del mondo nella canadese maschile  Joly, che ha messo la punta d’avanti a tutti cosa che sinceramente nessuno si sarebbe mai aspettato. Poi c’è la Jones che quest’anno sale per la terza volta sul podio tra Coppa e Mondiali. Ci sarebbe da raccontare le lacrime della Satila all’arrivo della finale del K1, un pianto liberatorio e di rabbia per un risultato mancato e che lei sente ormai molto vicino. Bisognerebbe parlare e capire perché la Funk non vince o scoprire dove Neveu ha lasciato il suo talento.
Lo slalom è tutto questo: fantasia, gioia, emozione, ma partiamo sempre da  programmazione, organizzazione, precisione che molto spesso lasciano comunque posto a chi sa sfruttare al meglio l’attimo. Le conferme e le  sicurezze, fanno da contrasto a sorprese ed incertezze che trasformano lo sport, un gioco codificato, in una magia di emozioni. Atleti che danzano sull’acqua passando tra i pali dello slalom, allenatori e compagni di squadra che corrono sulla riva sinistra danzando anche loro sulle scarpe da tennis evitando chi torna in partenza dopo aver percorso un minuto prima lo stesso cammino condito da urla, fischi e speranze. Mentre c’è chi sull’altra riva immobile fisicamente, ma ben mobile emozionalmente aspetta e poi rincorre figli, nipoti, amanti, amici, compatrioti.  Poi c’è chi segue in silenzio, c’è chi rimane in tenda a trattare gli atleti, c’è chi in sala video scarica video su video, guarda e riguarda prendendo tempi ed intertempi, c’è chi poi deve prendere delle decisioni, chi riprende, chi giudica, chi elabora e chi controlla che tutto si svolga come deve essere. Lo slalom questo infinito mondo che ci cattura, ci rapisce e che occupa le nostre menti da quando ti svegli a quando torni a letto.  Lo slalom: infinita storia  di  onde, pali, atleti, uomini, donne, tempi, tocchi, gesti, allenamenti, gare e … racconti!

Occhio all’onda!



Spagna in casa domina


Veniamo al terzo punto che ha caratterizzato questi campionati del mondo di slalom organizzati molto bene, fatta eccezione per qualche errore di protocollo alla cerimonia di apertura, ma che hanno visto una buona partecipazione di pubblico sugli spalti e un buon seguito mediatico.  Inutile nasconderlo che l’attesa per la squadra di casa era tanta e la Spagna non ha tradito le aspettative, anzi è andata ben oltre, ma soprattutto è stata presente dove meno ci si aspettava.  Certo che gareggiare in casa aiuta non poco, ma a volte potrebbe anche essere l’elemento che viceversa crea tensione e aspettative troppo elevate, come probabilmente è stato per Maialen Chourraut. Invece gli iberici,  sotto la super visione di Guille Diez Canedo, il direttore tecnico della canoa spagnola per quanto riguarda la canoa fluviale, sono stati esemplari.  Iniziano da subito bene con le gare a squadre:  Oro nel k1 uomini, Argento C1 uomini e C1 donne e 4^ nel K1 donne. Poi arrivano ancora due argenti con Ander Elosegi nel C1 uomini a soli 51 centesimi dall’oro e con David Llorente nel K1 uomini. A tutto questo si unisce il bronzo di Joan Crespo nel K1 uomini. Quindi un successo di squadra per la verità annunciato da tempo e che ha un precedente storico molto importante nel mondiale di dieci anni fa sempre qui a La Seu d’Urgell. Nel 2009 infatti le medaglie conquistate dalla Spagna  erano state ben 4: due individuali e due a squadre.  Le prime due furono ad opera di Maialen Chourraut che fu seconda nel K1 donne e il bronzo di Carles Juanmarti nel K1 uomini, mentre a squadre conquistarono due bronzi, uno  nel  K1 uomini (Diez-Canedo, Juanmarti, Crespo) e uno nel  C1 uomini (Domenjo, Erguin, Elosegi).  Fatto curioso che Crespo, Elosegi e Chourraut  erano già presenti in squadra 10 anni fa e sono stati da allora ad oggi le colonne di questa squadra che ha avuto nel 1989 il suo anno di svolta o meglio di nascita. Prima, per la verità,  c’era ben poco, ma a partire da quell’anno, quindi 30 anni fa,  si va a completare l’opera del canale olimpico a La Seu d’Urgell che ospiterà il rientro ai Giochi Olimpici della canoa slalom e che verrà inaugurato nell’ottobre del 1990.  Contemporaneamente arriva ad allenare gli atleti  iberici un certo Jean Michel Prono e da qui parte un progetto tecnico di sviluppo che negli anni ha visto diversi allenatori stranieri alternarsi alla guida della Spagna. Guille Diez Canedo, che ho avuto l’onore di allenare per i Giochi Olimpici di Benjin 2008 e che poi è stato mio collaboratore tecnico in Brasile per 5 anni e per uno in Italia, alla domanda quale sarebbe, se dovesse scegliere l'elemento che ha reso possibile la conquista di ben 6 medaglie iridate e che li pone dietro solo alla squadra della Repubblica Ceca, mi risponde: « non potrei dirne uno solo, ma se devo proprio secegliere direi magari il momento. E’ da anni che la Spagna ha questo potenziale. Hanno lavorato molto e quest’anno si sono sentiti uniti e con buoni  risultati in tante gare; se sommiamo a tutto questo  ai dei mondiali bellissimi organizzati in casa, si è creata l'occasione perfetta che l’ha reso possibile ». Ed in effetti il DT spagnolo dice bene: i suoi atleti  hanno avuto il merito di concretizzare in casa un lavoro lungo e costante portato avanti negli anni e che su un'acqua amica e ben navigata ha portato a questo enorme successo, anche se per la verità avrebbe potuto arrrichirsi con le mancate prestazioni di un fenomeno come Maialen Chourraut e di Nuria Vilarrubla. Della prima ho già parlato mentre della catalana 27enne nata e cresciuta nella valle del Segre ho detto poco se non il fatto che dopo aver vinto la semifinale crolla malamente alla sponda del ponte dove finisce con la testa sotto perdendo 7 secondi e 25 centesimi, un ritardo che la allontana dal podio iridato. Eppure lei  in casa aveva già vinto la finale di Coppa del Mondo lo scorso anno e come già fece nel 2016. Quest’anno poi aveva preso un argento, se pur con distacco abissale di 8.2 dalla vincitrice Mellory, agli Europei a Pau di fin maggio. Poi, sempre quest’anno,   aveva vinto la quarta gara di Coppa del Mondo a Leipzig davanti a Fiserova e Fox e quindi si presentava al mondiale sicuramente come una delle favorite. Un momento di indecisione e il fianco sinistro l’hanno  tradita non poco nella fase più delicata di tutto il Campionato del Mondo, impedendole così di portare una medaglia in più al suo Paese. La Spagna fino ad oggi dal 1949 ha vinto 13 medaglie ai Campionati del Mondo: 1 oro, 5 argenti e 7 bronzi. Di queste medaglie 3 argenti e 5 bronzi sono individuali.  Statisticamente parlando questa nazione si pone al 17esimo posto in una classifica di medaglie che vede presenti 24 paesi. Ai mondiali spagnoli le nazioni che sono andate a medaglia sono state 12, mentre quelle che hanno già qualificato barche per le Olimpiadi di Tokyo 2020 sono state 25.   

                                                        ... prosegue

Il podio iridato del K1 men a sinistra argento a David Llorente (ESP), al centro oro a Jiri Prskavec (CZE) e a destra bronzo a Joan Crespo (ESP).

Il DT spagnolo Guille Diez Canedo
Medagliere dei Campionati del Mondo Slalom 2019 - La Seu d'Urgell
 

Il primo titolo iridato per la Slovenia in rosa

da sinistra Luukas Jones al centro Eva Tercelj e a destra Jessica Fox il podio del k1 donne al mondiale di slalom 2019.

Il secondo elemento che ha caratterizzato il XL campionato del mondo di canoa slalom è stata la vittoria della 27enne Eva Tercelj che così diventa la prima atleta donna della Slovenia a vincere un titolo iridato assoluto dopo che i suoi compatrioti maschi lo avevano conquistato con Kauzer in k1 uomini nel 2009 e 2011 con Lukas Bozic e Saso Taljat nel 2014 nel C2 uomini e nel 2017 con Benjamin Savsek nel C1 uomini.  Una stagione quella di Eva Tercelj in continua crescita: inizia con il quinto posto in finale agli Europei di Pau a fine maggio, poi all’esordio in Coppa a Londra prende un’altra finale e finisce settima, poi a Bratislava sarà ottava e in casa a Tacen prende l’argento a 34 centesimi dalla vincitrice Stefanie Horn. In Germania, dopo la pausa estiva, nella quarta gara di Coppa del Mondo rimane fuori dalla finale per 27 centesimi. A Praga nella super finale di Coppa prende il bronzo dietro a Ana Satila e Jessica Fox.  Eva chiude la Coppa del Mondo 2019 in seconda posizione dietro solo alla figlia della « Volpe »  distaccata di 13 punti, quindi si presenta in Spagna molto carica e determinata.  C’è da considerare, secondo me, un piccolo particolare che libera psicologicamente l’atleta slovena e che se vogliamo è del tutto indipendente dall’atleta stessa. Infatti succede  che la sua compagna di squadra Ursa Kragelj durante l’ultimo allenamento prima dell’inizio delle seconda gara di Coppa del Mondo a Bratislava si lussa una  spalla e rientra velocemente a casa per poi essere operata pochi giorni dopo. La cosa ovviamente potrebbe non avere nessun risvolto su i propri compagni di squadra, ma probabilmente Eva, che da  sempre teme Ursa, si sente più libera e forse anche con più responsabilità  per qualificare la barca. Diciamo anche,  per tranquillizzare i sostenitori della sfortuna Kragelj,  che 82 giorni dopo il fattaccio è rientrata in barca e ora il suo recupero diventa sempre più veloce e consistente.
Eva Tercelj ha cambiato negli anni molti allenatori e dallo scorso gennaio è passata da Aleš Kuder a Jerney Abramic che la prende subito sotto la sua ala e la segue meticolosamente. Sostanzialmente l’esperto allenatore di Nova Gorica individua nelle gare il principale problema di questa atleta che ha dalla sua una grande abilità tecnica e una acquaticità invidiabile. Quando però si trova a confrontarsi con cronometro e avversarie le cose cambiano e sembra imballarsi. Ecco quindi che ad  ogni workout viene  proposta una sequenza di  tre prove da migliorare ogni volta. In sostanza allenatore e atleta lavorano per  trovare quella giusta personale  velocità che ti permette di  controllare sempre il tuo mezzo facendoti  esprimere il tuo reale potenziale: niente di più, niente di meno. Il vero segreto arriva dalla capacità di viaggiare  su quella « border line » che non può essere  troppo sotto i tuoi limiti, precludendoti la  finale, e non può neppure  essere troppo oltre visto che ti porterebbe ad andare fuori giri e magari schiantarti prima o poi su qualche combinazione. Il segreto  del successo  è dato  dalla capacità di dominare tutta la  velocità massima che l’atleta può esprimere. Il rammarico, molte volte, più grande per chi compete è quello di non riuscire ad esprimere tutto quello che ha dentro di sé, perchè si fa prendere dal voler far di più o viceversa di meno, senza lasciare libero il proprio corpo di esprimersi.
In semifinale Eva Tercelj è precisa non fa nulla di strano, ma soprattutto non ha nessuno sbandamento. Soluzioni con retro sicure e con pagaiate ben tirate le garantiscono il passaggio in finale con il tempo di 97.89 a 1.50 da Riccarda Funk che vince la semifinale e con una Fox che fa  registrare un 94.61. Tempo che fa capire che per vincere bisognerà abbassare non poco i tempi visti in semifinale,  il tocco alla 3 dell’australiana le costa il terzo posto in questa fase.   In finale l’architetta slovena sostanzialmente mantiene la stessa strategia: le retro rimangono retro, ma c’è più potenza nei  colpi. Ha una parte centrale veloce, ma non eccelsa con la massima centralità nelle porte. La gara però la vince tra la 22 e la 23: qui fa un capolavoro saltando bene e infilandosi subito dentro l’ultima risalita. Esce a velocità doppia rispetto alla Fox, mantiene lucidità e ferma il cronometro a 94.27. Un tempo  inattaccabile anche da Jessica Fox che si piazza alle spalle della slovena per 42 centesimi. Eppure l’australiana ha impostato la sua finale in maniera ineccepibile, ha un vantaggio fino alla 7 di 0.64, poi ha una eleganza unica tra la 10 e la 11 risalita, usa  i fianchi come solo una ballerina di  « hula hoop » sa fare; al ponte nella sponda è precisa e veloce. Al secondo intermedio guadagna un altro secondo e il suo vantaggio ora è di 1,63. Poi si approccia alla  20 con troppa foga ed esagera nell’entrare in morta e la sua coda sbatte inevitabilmente sulla riva facendole perdere velocità, ma soprattutto consistenza nell’azione. Da qui alla fine accumula un ritardo di  1 secondo e 41 centesimi, troppi anche per lei che  probabilmente questa volta sente sulle braccia tutto il peso di una stagione che l’ha vista sempre protagonista. Il suo sorriso, anche dopo aver controllato il tabellone dei risultati giusto all’arrivo che le diceva che era seconda, non si spegne saluta e irradia gioia di vivere a tutto il mondo. Un’altro mondiale da incorniciare per lei con due argenti e un oro a squadre.
Le vere deluse di questa gara sono però due: Maialen Chourraut e Riccarda Funk. La spagnola, o meglio la basca considerati i tempi difficili che la penisola Iberica sta passando,  agguanta la finale per il rotto della cuffia e probabilmente sente troppo la pressione di casa. Non è lei e lo si capisce quando arriva al ponte dove sbaglia letteralmente la sponda. Lei che su quell’onda ha passato giorni interi, lei  che di  questo canale conosce ogni minimo dettagli, nessuno credo che possa vantare più discese e ore di allenamento sue queste acque come la campionessa olimpica di Rio 2016 e bronzo Olimpico di Londra 2012.  C’è l’azzardo o meglio l’ultimo tentativo di recuperare tempo prezioso tagliando mostruosamente la risalita 20, ma l’impresa  non le riesce e prendere pure un 50 secondi di penalità.
La seconda delusione arriva dalla tedesca, nata 27 anni fa nella celtica città di Bad Neuenahr, tocca la 3 nello stesso modo di Jessica Fox in semifinale, e si presenta al primo intermedio con un ritardo di 1.75, quindi sta a significare che il tempo c’è, peccato solo per il tocco, poi si rende conto che deve fare tutto alla perfezione per puntare al podio, ma non ci riesce considerando che perde al secondo split  2.18, quindi è più lenta dalla 7 alla 15 di 43 centesimi senza considerare la penalità. La sua ultima parte di gara non è come quella che ha sfoderato a Leipzig, perde ancora 76 centesimi e si deve accontentare del 5^ posto finale.  Alla fine la teutonica Riccarda saluta timidamente  il pubblico e telecamere alzando la sua mano sinistra a mo’ di una graziosa principessa. 
Un plauso va sicuramente anche a Luuka Jones che non aveva iniziato bene la stagione mancando la finale  in Coppa a Londra, poi però è seconda a Bratislava, non si presenta al via ne a Tacen ne a Makkleeberg per poi arrivare ancora seconda a Praga nella finale di Coppa. In Spagna arriva a mezzo secondo dalla vincitrice e a 8 centesimi dall’argento di Jessica Fox. Non male per la neozelandese che il prossimo 18 ottobre compierà 31 anni ed  allenata dallo scozzese, nonché suo compagno di vita, Campbell Walsh che fu argento alle Olimpiadi di Atene 2004 e due volte terzo ai mondiali rispettivamente nel 2006 a Praga e nel 2007 a Foz do Iguaçu. Tanto più che Luukas ha preso la finale pure nel C1 donne.
Una conferma di grande crescita al mondiale spagnola arriva da Ana Satila che quest’anno è seconda nella classifica finale di Coppa del Mondo in C1 e quarta in quella dei k1. La 23enne brasiliana ha dimostrato di essere nella rosa delle atlete da finale in entrambe le specialità con qualche puntata al podio.
Stagione da incorniciare anche per Stefanie Horn che ha centrato 4 finali su 5 gare (3 in Coppa e una al mondiale) vincendone una, Tacen dove ha dominato in ogni fase, e terza in un'altra, Makkleeberg.   L’atleta della Marina Militare ora ha un solo obiettivo preparare al meglio le gare olimpiche di Tokyo 2020.




Qui il parallelo della finale  tra Fox e Tercelj. 


da questo fotogramma si capiscono quanti sono 42 centesimi di differenza tra Tercelj e Fox all'ultima porta.
Riccarda Funk saluta le telecamere e il pubblico all'arrivo della sua finale.La tedesca ora ha la certezza di andare alle sue prime Olimpiadi.


                                                             …prosegue

Campionati del mondo slalom: le prime riflessioni e analisi

Da sinistra la mamma del campione del mondo che ha in braccio il figlio Jiří.  Alla sua sinistra la sua compagna e mamma del piccolo, mentre a destra papà Jiří. Anche il nonno si chiama Jiří !
Ci siamo! E’ passato il giusto tempo per iniziare a parlare del campionato del mondo di canoa slalom che ci ha animato tutti fino agli ultimi giorni di settembre. Doveva passare del tempo per metabolizzare emozioni, gioie e delusioni per poi dedicarsi ad una attenta analisi con l’obiettivo di trovare soluzioni e proposte per migliorare la performance degli atleti alla luce degli ultimi risultati.  La pausa, le riflessioni, lo studio, l’analisi per arrivare ora al momento della condivisione di elementi che hanno influenzato e determinato l’esito di una prova iridata che ha avuto un duplice risvolto e cioè quello di assegnare le medaglie del campionato del mondo e di riflesso le quote olimpiche.

Tre gli elementi eclatanti che hanno dato a questa edizione iridata una vera e propria identità: il trionfo annunciato di Jiří
Prskavec, la vittoria di Eva Tercedj nel kayak femminile e l’exploit della squadra Spagnola. Dal punto di vista delle squadre possiamo decisamente dire che Germania, Francia e Gran Bretagna sono rimaste lontane dal loro potenziale.  
Iniziamo con Jiří Prskavec. Per il campione ceco confermarsi ai vertici  non era assolutamente facile, soprattutto quando vieni dato per favorito numero uno. Gli esempi in negativo sono molti basta pensare a Peter Kauzer che a Tacen nel 2010 che davanti alla sua gente e alla sua fedele  tifoseria era dato per assoluto favorito per la conquista del titolo.   Eppure in quell’occasione il campione sloveno si perse tra le porte del campo da slalom che lo ha visto crescere e vincere tanto e a lungo. Daniele Molmenti  fu decisamente bravo a sfruttare l'opportunità per vincere il suo titolo iridato alla grande davanti a Hradilek e Meglic, mentre Stefano Cipressi, al suo ultimo mondiale in kayak, chiuse in ottava posizione.
Certo Prskavec non era in casa e forse questo gli ha reso le cose più facili, circondato solo dalla sua famiglia e dall’amore del suo bebè che certo lo teneva impegnato tra un allenamento e l’altro. Per la verità Prskavec, solo tre settimane prima,  nella  finale di Coppa del Mondo nella sua Praga sul campo di Troja, aveva vinto dominando la gara a suo piacimento. Qeusto è stato il giusto biglietto da visita per presentarsi a La Seu come l’uomo da battere dopo  due anni di digiuno di vittorie.  In Spagna, il già campione del mondo 2015 e il detentore delle ultime due edizioni di Coppa del Mondo, è arrivato presto con la sua auto con tanto di sue effigi e autografata con a bordo la mamma fisioterapista,  il papà allenatore e la compagna nonché mamma del suo
Jiří Junior oltre ovviamente a: borse, passeggini, biberon, pannolini e l’immancabile bianca-celeste canoa.  L’ho visto spesso in allenamento sul canale catalano nelle settimane precedenti alla gara e mi ha impressionato  per precisione e velocità. Tutti lavori  con molto recupero con video e molte volte guardato dopo ogni prova.  Non c’era nessun gesto esagerato, nessuna prova di forza, si percepiva una  grande concentrazione in ogni seduta  e una ricerca spasmodica sull’intensità nel colpo. Questo atleta, classe 1993, negli anni è maturato molto grazie ad una costante ricerca del gesto tecnico. L’arma vincente, a mio modestissimo avviso, è stata la sua determinazione e la capacità di contenere la sua esuberanza agonistica che nel passato lo ha portato sì a tanti successi, ma lo ha pure tradito in più di una occasione. In qualifica ha una prima parte molto veloce, poi al ponte, uscendo dalla risalita di destra, è leggermente in ritardo e la cosa si protrae fino all porta 19. Prima della 20 ha un sussulto, probabilmente la sua idea era quella di farla dritta come Kauzer e Prindis, ma il colpo di destro non  tiene la sua punta in linea con  corrente e morta. Quindi si vede costretto a cambiare strategia all’ultimo e optare per una retro, che per la verità non gli riesce troppo bene. Chiude la gara in quinta  posizione a 1.61 da un  Grigar ritrovato. In semifinale ha un solo obiettivo e cioè quello di raggiungere la finale per giocarsi le medaglie. 104 pagaiate e tre  spinte sul muro: la prima di sinistro alla 5 risalita, la seconda di destro alla 10 in risalita e subito dopo di destra ancora per proiettarsi fuori dalla 11. Nella sua discesa non ci sono sbavature così come nella sua finale dove riesce a migliorarsi di 8 centesimi. C’è un cambio di strategia alla risalita 11 dove in finale non si spinge sul muro e entra ed esce con un Duffek proiettandosi in avanti con tutto il peso per non toccare il palino interno. Al ponte, e cioè alla sponda, in finale fa decisamente meglio: non viene fermato dal ritorno d’acqua come invece era successo nella fase precedente. Arriva il grande rischio all’ultima risalita di sinistra la numero 20 dove la barca si ferma,  Jiří pennella il palo di sinistra guardandolo, poi insiste con la pagaiata larga di destro, pianta la coda ed esce verso la 21 con qualche fatica in più rispetto alla semifinale.  Riesce a riposizionarsi velocemente sull’acqua più veloce e riprendendo padronanza del mezzo chiude la gara fermando i cronometri dopo 84 secondi e 26 centesimi dalla sua partenza sufficienti per vincere una gara che già da tanti (tecnici, atleti, giornalisti)  veniva assegnata a lui.

Chi invece nella finale iridata  di La Seu d’Urgell ha lasciato tre anni di lavoro, ma soprattutto la possibilità di disputare un’altra Olimpiade da protagonista, è stato Joseph Clarke che butta al vento risultato e qualifica per Tokyo 2020. Il britannico 26enne tocca prima la risalita 11, il palo interno entrando, ma rimane in corsa per le medaglie. Poi c’è ancora una penalità con la punta alla discesa 19 e qui il campione olimpico di Rio 2016 abbandona ogni speranza di salire sul podio ed esce in pratica automaticamente dalla squadra GB olimpica visto che a prendersi il posto sarà Bradley Forbes-Cryans. Infatti,  in base ad una serie di punteggi interni inglesi, il suo quarto posto in finale gli permette di realizzare il sogno a cinque cerchi restando davanti di 79 centesimi al suo compagno di squadra  Clarke.  Il cammino del 24enne, nato in Scozia a Edimburgh, ma residente da tempo a Lee Valley dove cioè c’è il canale olimpico, non è stato sicuramente facile considerando che alle selezioni inglesi era dietro a Clarke, poi in Coppa centra solo una finale quella di Tacen che chiude in quinta posizione. Eppure il complesso sistema inglese per decidere chi andrà a Tokyo 2020 gli permette di centrare l’obiettivo solo per il fatto di restare davanti al compagno di squadra, decisamente più titolato di lui,  al mondiale spagnolo. Un sistema che ha escluso dai Giochi pure David Florence che a La Seu è l’unico del suo paese in finale, ma ha la sfortuna di finire sesto che significa restare a casa dalle Olimpiadi. Ci andrà in C1 per i sudditi di sua maestà la Regina un certo Adam Burgess.  Certo è che non avere Joe Clarke al via nella gara olimpica fa tirare il fiato a tanti atleti e rende le cose più facili per tutti.

La vera battaglia  si è vista però in semifinale considerando che nessun atleta è riuscito ad entrare in finale con penalità. 10 finalisti tutti con zero. Anche lo stesso campione del mondo uscente, Hannes Aigner, che fa registrare un tempo stratosferico 83.22, è costretto a guardare la finale dagli spalti per il tocco alla 3, dovuto probabilmente ad una scelta di linea decisamente azzardata. In finale ci sono 3 atleti con 84 secondi divisi tra di loro da pochi centesimi, poi 4 con 85 secondi  e anche qui divisi da pochi centesimi e altri 3 con 86, lasciando fuori il francese Burgi che fa registrare 86.62 a 21 centesimi dal passaggio del turno. Poi rimangono fuori pure  altri tre atleti (De Gennaro, Oschmautz e Ivaldi) che hanno un 85, ma i primi due con 1 tocco e il terzo con 2 tocchi, tutte penalità sfiorate e una assegnata dal Video Judge. Una gara decisamente tirata la semifinale iridata considerando il fatto che in tutte le altre gare di coppa si sono  prese finali anche con una penalità. Questo ci fa capire il livello di attenzione e precisione che c’è stato  in questo Campionato del Mondo. Finale  k1 uomini con due atleti cechi, due inglesi, due spagnoli e uno per  Slovacchia, Australia, Russia e Portogallo. In chiave olimpica salta all’occhio la mancata qualifica della Polonia, infatti era passato in semifinale solo Michal Pasiut, e questa già era una grande sorpresa poichè   l’esperto Dariusz Popiela (secondo agli Europei a Pau a soli 82 centesimi dal vincitore Prindis) e il giovane Krzysztof Majerczak (10^  in finale agli Euro 2019) si erano fermati in qualifica con due manche praticamente disastrose. La cosa desta ancora più imbarazzo dopo la medaglia di bronzo che i tre polacchi avevano conquistato nella gara a squadre dietro a Spagna, oro,  e alla  Repubblica Ceca.
Pasiut, fidanzato con Wiki Wolffhardt (anche lei esce male da questo mondiale, ma ne parleremo a suo tempo), in semifinale prende un 50 alla 17 e un tocco alla 11. Un salto di porta ad una discesa che è costata pure  la « testa » a Peter Kauzer con l’unica differenza che al polacco la massima penalità è stata data subito dal giudice sulla riva, mentre  allo sloveno è arrivata più tardi dal Video Judge. C’è da dire però che anche senza il 50 il tempo di Kauzer non gli avrebbe permesso di entrare in finale, infatti il suo 86.97 con zero sarebbe stato l’11 tempo.

Una considerazione deve essere fatta anche sugli italiani in gara che hanno conquistato la quota olimpica per esser al via a Tokyo 2020.
De Gennaro e Ivaldi sono stati decisamente penalizzati dai tocchi di porta, considerando che entrambi avevano tempi che avrebbero permesso loro di essere in finale tranquillamente. Il carabiniere 27enne di Brescia è sicuramente una bella realtà della nostra squadra e quest’anno ha trovato guizzi vincenti in più di un’occasione. Il marinaio 25enne di Verona, uscito dalla 20  in risalita ha avuto un attimo di esitazione che ha pagato con troppo anticipo sulla 22 poi la penalità alla 23, assegnata a posteriori dal Video Judge, è stata una sorpresa per tutti. C’è stata una grande maturazione tecnica da parte dei due azzurri di punta che ora si giocheranno il posto per rappresentare l’Italia alle Olimpiadi ai prossimi Campionati Europei a maggio 2020 sul canale di Londra. Il migliore di loro due andrà a Tokyo. Cresciuto molto anche Marcello Beda sia dal punto di vista tecnico che fisico, un valido inserimento tra i big internazionali con due prove ottime come quelle di Makkleeberg in Coppa e La Seu mondiale.

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