Una riflessione sui 1.000 metri nella canoa sprint


Un paio di settimane fa guardando sul campo  le gare di selezione della canoa sprint  al Penrith Olympic Center mi sono chiesto se potesse essere una buona idea disputare la gara dei 1.000 metri come gli 800 metri piani in atletica leggera. Credo che molti sanno che la gara di corsa  viene realizzata in corsia più o meno per i primi 100 metri, poi tutti gli atleti, raggiunto il punto permesso,  convergono verso l’interno della pista per formare un lungo  biscione di uomini che lottano spalla a spalla per tagliare per primi il traguardo. La gara così concepita è assai interessante e spettacolare proprio per il fatto che sono tutti sulla stessa corsia facendo leva su strategie e scie di corsa. Quello che avviene normalmente per il ciclismo dove le gare, il più delle volte, si risolvono sugli ultimi 3 minuti di gara.

Dico questo perché effettivamente si fa fatica a seguire la gara di canoa sui 1.000 metri considerando che dura circa sui 3 minuti e mezzo, perdendo in parte la bellezza dello scontro diretto. Quindi l’idea sarebbe quella di sperimentare una partenza in corsia fino ai 100 metri e poi lasciare la possibilità di convergere sugli avversari andando a cercare scie e contro-scie. Come mi ricordava bene il mio amico Ezio Caldognetto, raffinato e attento tecnico della canoa sprint nel suo complesso, uno studio fatto dal professor Dal Monte dell’Istituto di Medicina della Scuola dello Sport di Roma,  evidenzia il fatto  che le scie nella canoa sono seconde solo alla bici.
Giocando sulle scie potrebbe diventare una sorta di gara ancora più tattica e per certi versi più spettacolare, facendo esaltare al massimo le qualità di equilibrio e destrezza.  Varie potrebbero essere anche le proposte per chiudere la gara e cioè quella di tagliare la linea del traguardo in ogni punto oppure creare un passaggio obbligatorio al centro dove gli atleti devono passare. Poi ovviamente ci si potrebbe sbizzarrire anche sulle linee di partenza sfasandole, ma questa la vedo già più complessa da realizzare.
Il chilometro è una distanza lunga e se noi facessimo riferimento all’atletica leggera si potrebbe paragonarlo ai  1.500 metri dove il record del mondo di corsa è sui 3 minuti e 26, lo stesso tempo che è servito a Erik Veras Larsen per vincere la finale olimpica di Londra nel 2012.  Forse solo un’idea che lancio ai colleghi di pagaia della canoa da velocità, un pensiero che mi è venuto, come dicevo, assistendo alle selezioni olimpiche per la squadra australiana in vista di Tokyo 2020.  Lo sport, come la vita, è destinato ad evolversi e trovare delle proposte che, seguendo le evoluzioni del nostro modo di vivere, si adeguino. Così come per lo slalom che dalla prima edizione dei Giochi Olimpici del 1972 ai giorni nostri ha cambiato molte regole del gioco grazie all’evoluzione dei materiali, al cambiamento dei percorsi di gara e alle metodologie di allenamento, nonché dall’interesse che il pubblico e la televisione hanno riposto in questo sport. 

Occhio all’onda! 





Ciao Sergio

Se n’è andato  come  solo lui poteva fare: in silenzio senza salutare nessuno, cavalcando la sua magica onda, circondato da ciò che probabilmente amava più di ogni altra cosa e dalla quale traeva energia per trasmettere forza e positività  a chi incrociava il suo cammino. L’ho  conosciuto due volte direttamente e indirettamente e sia nell’uno che nell’altro caso si rafforzavano gesti, parole,  emozioni che erano diventati unici e inconfondibili tanto che spesso mi  viene  da dire: «… guardo che chiamo il vecchio Rosati  che ci pensa lui a spiegarti come fare, no tante balle ». Perché era un uomo così  che non andava a perdersi in paroloni o in teorie, era la concretezza in persona. Come quella volta che intervenendo deciso e senza tentennamenti salvò la vita ad un giovane slalomista che si era infilato nelle paratie del canale di Tacen. L’azione partiva da un’esperienza concreta, molte volte sperimentata sulla sua pelle.
Mi fece molto piacere quando, appena rientrato in Italia per lavorare con la squadra nazionale, lo incontrai in un aggiornamento allenatori e mi disse: « Ivaldi sono contento che sei tornato ad allenare gli italiani, peccato che sei arrivato solo ora per Omar  ». A quel ragazzo,  caro Sergio, che per te era più  un figlio che un nipote,  hai lasciato in eredità la tua energia, la tua tenacia e la tua semplice ed efficace saggezza. Ti posso assicurare Sergio che hai fatto un gran bel lavoro perché molte volte nel mio trasmigrare da un luogo all’altro ho avuto modo di averlo come compagno di viaggio oltre che collega di lavoro  e Tu molto spesso ci hai tenuto compagnia attraverso  i suoi appassionati  racconti che lo riportavano indietro nel tempo. Continueremo a farlo, continuerai ad essere con noi perché le persone, anche se lontane o non più presenti su questa terra, rimangono in noi sempre e comunque e il sorriso e la gioia di vivere del tuo caro nipote ci riporteranno  sempre a Te  comunque ovunque tu sia.

Italiani bene nella finale K1 vinta dal padrone di casa Delfour

Dopo che Luuka  Jones aveva fatto la scelta di fare la porta 16 in discesa e non in retro, come quasi tutto il resto del mondo,  ero andato da Campebell Walsh, in sostanza suo allenatore nonché compagno di vita, a chiedergli se quella era stata una azione  programmata oppure se si era trovata in quella situazione e fosse stata costretta ad optare per una scelta, che secondo me era un attimino azzardata,  tanto più che subito dopo ha saltato la porta successiva con la conseguenza di restare fuori da una finale decisamente alla sua portata. Strana però la reazione del quasi 43enne scozzese, argento alle olimpiadi di Atene 2004,  emigrato in Nuova Zelanda prima per lavoro e poi per amore, che mi ha guardato sorpreso, come se avessi chiesto una fesseria assoluta e mi ha risposto che era certamente loro intenzione farla in quel modo: decisamene più veloce che una retro… a detta sua! Questo il giorno prima delle gare dei k1 uomini e la domanda mi sembrava più che  appropriata visto che stavamo preparando le gare per i nostri atleti e avere dei dati in mano per ragionare come fare le porte aiuta non poco. Alla fine della gara di oggi il collega allenatore nonché amico Walsh mi ha  incontrato in zona video e fermandomi mi ha chiesto perché non avevamo optato per fare la 16 in retro e non in discesa come avevamo parlato il giorno prima e come  il giovane k1 Pau Echaniz  aveva fatto in semifinale.  Gli ho risposto che avevamo valutato le due opzione, ma la spin (retro) ci sembrava più sicura e non così lenta come mi aveva prospettato lui. Il fatto poi, a cose finite, che tutti i semifinalisti e poi pure i finalisti hanno fatto la 16 in retro eccetto per l’appunto lo spagnolo figlio d’arte Pau Echaniz e Michal Smolen. Il primo, se pure restando fuori dalla finale, l'ha eseguita  molto bene, mentre il secondo invece ha rimediato un 50 decisamente cercato visto il modo con cui ha affrontato la combinazione in oggetto. Dopo tutto questo giro di parole arriviamo quindi al punto di riflessione che ha  stimolato il  confronto con un tecnico di grande valore come Campbell. In pratica c’è da chiedersi se effettivamente vale la pena azzardare manovre difficili che possono avere un vantaggio talmente minimo che non hanno motivo di essere scelte nell'ottica di  adottare una tattica di gara che avvantaggi scorrevolezza, salvaguardando energie e potenza per l’ultima parte del percorso, che molto spesso si dimostra essere la più decisiva. Se prendiamo anche la gara di oggi la risposta la troviamo certamente negli intermedi in progressione positiva di chi ha vinto la finale. Un crescendo costante, che può essere attuato solo se l’atleta è in grado di conoscersi alla perfezione sapendo fin dall’inizio quanto può tenere alti i giri del suo motore.  Ma qui sotto avete la possibilità di giudicare voi stessi guardando il video relativo alle due diverse manovre. 




La semifinale del kayak maschile è stata certamente la gara più combattuta di tutti gli Australia Open poiché dal primo al decimo c’è stata una differenza massima di 1 secondo e 41 con 9 atleti tutti nei 91 secondi di gara distanziati fra loro solo di qualche decimo. Finale poi andata a Lucien Delfour davanti a Giovanni De Gennaro e Vit Prindis con Zeno Ivaldi in quinta posizione. Peccato per lui l'errore nella prima combinazione discesa risalita con la sponda che gli ha fatto perdere 1 secondo e 91.  Conferme comunque positive per i due atleti azzurri che a Londra si giocheranno il posto olimpico e che sembrano potere dire la loro sempre anche in campo internazionale.

Aggiungo solo che Jessica Fox non tradisce neppure in C1 e vince con un stratosferico 102,54 e se pur  vanno sommati i due secondi del tocco fatto alla porta numero 11 rimane davanti alla catalana Nuria Vilarrubla (anche lei con un tocco alla 7) di oltre 5 secondi. In terza posizione la giovanissima (ancora junior) Emanuela Luknarova che il prossimo 7 marzo diventerà maggiorenne. La slovacca,  nel 2018 aveva vinto in K1 i Giochi Olimpici Giovanili a Buenos Aires, arrivando terza anche in C1, ha sicuramente davanti a sé un radioso futuro considerando il fatto che la sua Federazione sta investendo molto su di lei che  ha optato a tempo pieno per la specialità della canadese monoposto dove inizia ad aver qualche soddisfazione in più rispetto agli scorsi anni.

Occhio all’onda!


Al centro Marcel Potocnic con la moglie e il loro bimbo in compagnia (a sinistra) del K1 slovacco Halcin.

Il podio del K1 men  al centro Delfour a sinistra  De Gennaro e a destra Prindis.




Classifica Finale K1 men

Classifica Finale C1 women
 

L'onore dei C1 uomini messo a rischio!

Benjamin Savsek il vincitore nella canadese monoposto maschile agli Australian Open 2020 (foto@ettoreivaldi)
L’onore dei C1 uomini è salvo, ma nessuno per il momento può sapere per quanto visto che Ricarda Funk è  in continua crescita e la sua semifinale agli "Australian Open" di oggi  è il primo vero grande capolavoro messo in scena  in questo 2020 condito di alte aspettative a cinque cerchi. I suoi tempi di 95,14 in semifinale e  il 95,84 in finale hanno  dello straordinario, considerando che Benjamin Savsek, solo in finale, riesce a mettere dietro di sé per 18 centesimi la tedesca e mantenere ancora alto l’onore di questa specialità! Io a memoria non ho ricordi che una donna in kayak entrasse in finale battendo i C1 uomini anche se dovrò andare a rivedermi  classifiche passate per accertarmi della cosa, ma dubito che la cosa sia già successa. Certo è che Ricarda e Jessica Fox, quest’ultima poi vince la finale per i tocchi della sua stretta rivale, fanno gara a sé, gareggiando in un’ altra categoria se si considera che alla decima classificata hanno rifilato la prima più di 12 secondi e la seconda 10. Il bronzo è  andato alla francese Camila Prigent  con 5 secondi e 84 decimi dall’australiana che nell’ultima manche ha sferrato un attacco senza uguali per mantenere il suo predominio in casa. La finale donne quindi con due atlete come  Jessica e Ricarda che certamente non si sono risparmiate in nulla anche se comparate evidenziano stili e modi diversi di affrontare la gara: la prima più diretta sui pali, la seconda più rotonda nelle porte. La prima ha un peso forma  59 chilogrammi, la seconda di 53, mentre sono 2 anni e qualche mese  di differenza tra loro: Jessica giugno 1994 e Ricarda aprile 1992. La gara di finale è una lotta su ogni pagaiata:  praticamente appaiate fino alla risalita alla "maine wave" che affrontano in modo diverso: Jessica entra tagliando, Riccarda si allarga e fa correre la canoa, ma il risultato non cambia se non fosse per il fatto che nel tratto diritto fino all’entrata della risalita 15  la tedesca guadagna qualche metro, ma ciò che più importa riesce a uscire alta nell’onda e prepara alla perfezione la retro 16, mentre l’australiana si infossa ed è costretta a rimediare perdendo un secondo. La Funk sembra a questo punto in grado di vincere anche con la penalità fatta alla risalita 7 con la punta, ma tagliando la 22 tocca il palino interno con il caschetto e 4 penalità per vincere si dimostrano essere troppe anche per un fenomeno come lei. Jessica è brava esce come un fulmine dall’ultima risalita e ferma i cronometri su 97,87 e cioè 1,97 meglio della somma (tempo e penalità) di Ricarda che significa vittoria e imbattibilità mantenuta. Una cosa è certa che la storia in rosa la stanno scrivendo due atlete che hanno nella testa solo la finale di Tokyo 2020, lasciando alle altre forse solo la lotta per il bronzo. Due incredibili pagatrice dei paletti dello slalom che usano onde e riccioli del canale olimpico come fossero sorridenti e gentili "porteur", sfruttandone ogni minimo dettaglio per poi salutare e andarsene alla ricerca di altri lidi e gioie. 

Per fortuna, come si diceva all’inzio, che lo sloveno Savsek, dopo una partenza decisamente sotto tono riesce a ritrovare se stesso dalla seconda parte in poi del canale piazzando  un altro colpo importante nella sua crescita tecnica e fisica che ha deciso di curare qui in Australia dopo 8 anni di assenza.  Il suo tecnico, Jose Vidmar, è rimasto a casa a cercare qualche soluzione per rimediare ai lavori fatti per la nuova diga sul canale di Tacen che non solo ospiterà presto le selezioni per sloveni e italiani, ma fra qualche mese ci saranno pure i campionati del mondo Junior e Under 23.  Le informazioni che arrivano però non sono molto rassicurante visto che sembra che lo scivolo di partenza sia ora troppo pendente e veloce per affrontarlo in canoa! Tornando alla gara odierna da sottolineare il  secondo posto per il giovane Mathias Lotha (classe 1999 entrato recentemente nel gruppo allenato da papà Preskavec) che nonostante una forte indecisione alla porta 16 riesce a piazzarsi davanti all’australiano Daniel Watkins. Quest’ultimo però con questa prova si assicura per l’Australia un posto per i Giochi Olimpici. Bene anche Roberto Colazingari, molto costante su tutto il tracciato e il suo 98,70 è il quinto tempo di finale. Ieri invece era uscito dalle qualifiche Raffaello Ivaldi, in prima manche per un tocco, ma con un tempo che sarebbe stato l’11 assoluto, poi in seconda manche i due 50 alle due risalite (9 e 16) e i due tocchi lo tagliavano decisamente fuori dai giochi. 

Domani dedicato ai C1 donne, Jessica Fox ancora la favorita numero uno, e i K1 uomini con tutti e tre gli italiani in gara e cioè Marcello Beda, Zeno Ivaldi e Giovanni De Gennaro.

Occhio all’onda!


classifica semifinale C1 men

classifica finale c1 men

classifica semifinale k1 women

classifica finale k1 women



A sinistra Inaki Gomez Alonso con Benjamin Savsek tra la semifinale e la finale durante l'analisi video. Ci sarebbe da parlare a lungo sul giovane fisico nucleare Inaki con la passione della canoa e dell'informatica. Il suo programma Run Monitor, per analisi video, è un incredibile aiuto per noi allenatori.

Guille Diez Canedo (il tracciatore di questi Australian Open) con l'atleta azzuro Marcello Beda



Venerdì si inizia con le qualifiche agli "Australian Open" di Canoa Slalom

Da domani ritorna di scena lo slalom internazionale con gli «Australian Open» affollati più che mai e con tanti campioni pronti a fare i conti con il cronometro per le prime verifiche di stagione. A distanza quindi di qualche settimana lo slalom fa  parlare di sé dopo le prove degli «Oceania Championships» a Aukland che era anche prova continentale valevole per l’assegnazione delle quote olimpiche (per rinfrescarsi le idee clicca qui su un post precedente). A Penrith quindi, nel canale olimpico che ospitò le Olimpiadi nel 2000, si inizierà con il classico venerdì di qualifiche su un tracciato disegnato dal CT spagnolo Guille Diez Canedo e dal tecnico australiano delle canadesi Robin Jeffery. Sul primo non mi dilungo molto visto che è un tecnico molto conosciuto anche in Italia:  ha lavorato per la squadra azzurra e prima ancora per cinque anni ha condiviso con me il lavoro in Brasile, contribuendo alla grande alla crescita agonistica di questo paese. Poi è rientrato in patria perché fortemente voluto dal presidente della federazione iberica e dall’entourage di tecnici al completo. Il secondo è un australiano, nato in Sudafrica e  il prossimo 25 agosto compirà 33 anni. Da atleta non si è mai particolarmente distinto con risultati di rilievo, ha partecipato in C2 alle olimpiadi di Londra nel 2012 uscendo di scena però in semifinale. Ha chiuso da atleta nel 2015 con un  23esimo posto nella C1 maschile e ha iniziato praticamente da subito a  dedicarsi alla carriera di allenatore. Il tracciato di qualifica (dopo la dimostrazione di oggi pomeriggio, prevista per le 17, ma iniziata ben più tardi) sembra abbastanza scorrevole con un paio di combinazioni interessanti, ma che non metteranno certo in difficoltà più del dovuto. Combinazioni che sono state provate e riprovate praticamente da tutti i partecipanti che in questa settimana hanno avuto modo di allenarsi sulle stesse combinazioni, quasi come se qualche notizia fosse trapelata in modo molto sottile! Bisognerà prestare attenzione all’uscita della risalita 3 per infilare bene la 4. Poi tra  la 8 in discesa e la  9 in risalita, si dovrà  utilizzare molto bene il buco che separa le due porte ma che purtroppo ha come caratteristica quello di essere decisamente irregolare.  Alla « Maine Wave » si salta diritti a destra per ruotare poi la barca di 180 gradi (per chi la farà diritta)  e di 360 per chi invece opterà per una retro con lo scopo di prendere l’onda che ti traghetterà sulla costa pacifica arrivando da quella atlantica. Ultima insidia all’uscita dell’ultima risalita di sinistra si dovrà prestare attenzione nell’infilare bene la penultima discesa, facendo attenzione a non farsi prendere troppo prima dal buco e poi dall’acqua che vorrebbe trascinarti sui pilotti che bloccano l’acqua.  Combinazione questa che ha lo scopo di bilanciare in senso opposto la combinazione in partenza.

Bene non ci resta che aspettare domani per seguire le gare della prima giornata (qui per chi volesse la diretta on line) oppure potrete tranquillamente riposarvi e ritornare su queste pagine per godervi i fatti più interessanti e le analisi tecniche che ovviamente condivideremo con tutti voi sempre più numerosi su questo Blog.

Occhio all’onda! 








6,17

Sei metri e 17 centimetri sviluppati in altezza sono molti. Sono due piani di una casa. Sono una canoa da slalom più una pagaia da 2 metri e avanzano ancora 67 centimetri. Un autobus British rosso di due piani è alto 4 metri e 33 e rimangono ancora 1 metro e 81 centimetri che è l’altezza di Armand Duplantis il poco più che ventenne che pochi giorni fa in un meeting in Polonia è volato fra le nuvole del cielo per far ritorno sulla terra al di là di una asticella che rappresentava fino a pochi minuti prima un muro oltre il quale mai nessuno si era avventurato. Eppure il ragazzino, che dopo il salto è corso dalla mamma svedese per abbracciarla, nato in America e dal padre avviato al salto con l’asta, ha incantato e fermato il mondo se non fosse altro per quei 15 secondi che lo hanno immortalato in una specialità che racchiude in sé arte, magia, fisicità e spettacolo. E’ passato dal personale di 6,01 al nuovo record del mondo indoor a 6 metri e 17 centimetri. E’ passato da essere conosciuto piú o meno da tutto l’ambiente dell’atletica leggera alla ribalta del mondo intero nell’arco di pochi secondi e chissà dove potrà arrivare questo giovane atleta che ha sconvolto per velocità e tecnica.

Il salto con l’asta mi incanta, forse si è capito, ed è stato, per un periodo della mia vita, la mia grande passione. Iniziò tutto per caso e cioè  quando al campo di atletica del Bentegodi il professor Enrico Battochi, che ci ha lasciato lo scorso maggio, mi aveva instradato a questa specialità: « tu che vai in canoa e hai braccia forti prendi in mano l’asta - mi disse - che ti spiego come si fa ». Da lì  in poi  per qualche tempo mi dividevo tra la passione di stare in mezzo al fiume e l’arte di saltare attaccato ad un palo che di piegarsi non ne voleva sapere. Dopo un anno di gavetta il professor Battocchi mi mandò nel magazzino dello stadio e mi disse: « prendi l’asta verde che iniziamo a fare sul serio ». Ed in effetti le cose cambiarono e con quell’asta, così leggera e sinuosa mi presentai ai campionati regionali nella città che all'ora era la rocca forte di questa specialità e cioè Padova. Qui raggiunsi la bellezza di  4 metri  e 30 ricevendo i complimenti dal tecnico padavino che era anche il responsabile nazionale della specialità e che mi mise di fronte al grande dilemma se impungare per il resto della vita un' asta o una  pagaia.   Le cose, sappiamo come sono andate, ma è rimasto comunque in me lo spirito del saltatore e del grande appassionato di uno sport che è sicuramente arte e stile di vita. Così quando c'è occasione non rinnego nulla, ma rivivo in questi eroi il fascino e il sogno di un ragazzino che voleva toccare con i piedi all’insù e la testa all’ingiù il cielo il più in alto possibile! 


Occhio all’onda! 

PS sono stato bravo questa volta visto che  non ho scritto nulla sul  70^ Festival della Canzone Italiana che si è chiuso da poco a  San Remo.   Fiorello è stato stratosferico e Benigni sempre intenso ed unico. Le canzoni in concorso... cambiamo argomento!

Libero istinto al proprio vissuto per esprimersi al meglio

Dario Puppo, mitico telecronista sportivo di Eurosport per biathlon, tennis, boxe, canoa e tanto ancora,  ma soprattutto grande e sensibile conoscitore di sport e dei suoi personaggi, ha condiviso su Facebook (clicca qui per ascoltarlo)  un suo pensiero molto interessante. In sostanza dice che non si rimane sufficientemente impressionati dal fatto che quando Djokovic vinse il suo primo slam, Federer era già a quota 12 e Nadal 3. Fatto questo che avrebbe ammazzato anche un toro, ma non Djokovic. Oggi abbiamo un Federer a 20, Nadal 19 e Djokovic 17. In sostanza si evidenzia il fatto che è dura arrivare in cima certamente, come lo è stato per il serbo se solo avesse guardato ai successi dei suoi diretti avversari,  ma è altrettanto vero che rimanere sulla vetta non è certamente facile. Immaginatevi Novak che piano piano si avvicina ad un record così assurdo come quello di Roger e vede la possibilità di agguantarlo, ma nello stesso tempo ha il fiato sul collo di Rafa che certo non ci sta a non essere lui il detentore del maggior numero di Grandi Slam vinti.   I tre fenomeni, che stanno monopolizzando da oltre 10 anni il mondo del tennis maschile,  sono la prova provata, se pur  ognuno con caratteristiche diverse, che la convinzione per se stessi e la consapevolezza di poter arrivare sono le armi migliori per il successo. E volendo questi loro continui successi allontanano mentalmente gli avversari che non riescono ad immaginare come possano fare a batterli  che comunque o bene o male, in alternanza, ci si ritrova in finale. 
Con questo pensiero mi scontro quotidianamente lavorando  con atleti top e giorno dopo giorno  mi rendo sempre più conto e mi convinco che la differenza che ci può essere tra loro è nascosta solo nelle loro menti. I fattori tecnici e fisici, ad altissimi livelli, si appianano per lasciare spazio, nei  veri e forse pochi  momenti che contano, al proprio istinto che ritrova armoniosamente e quasi d’incanto le risposte in maniera  automatica e precisa. La capacità di attingere al vissuto, che è stato allenato attentamente e profondamente, senza tensioni e preoccupazioni, fa la vera differenza. Leggere il momento e dare subito risposte precise e determinate costituiscono il margine che ti può mettere al riparo dall’incubo dell’errore.   
Osservando gli atleti tra le porte del canale olimpico australiano ci si rende conto che molti di loro sono veramente forti. Si destreggiano alla grande tra onde, riccioli e porte, ma sistematicamente e quasi inconsapevolmente ci si rende conto che solo alcuni di loro potranno salire su un podio olimpico da qui a breve tempo. Quindi che cos’è che sostanzialmente li differenzia? Eppure nessuno si risparmia  per ore di allenamento in acqua,  per dedizione e passione. La differenza è e sarà proprio nel saper leggere il momento attraverso il proprio vissuto e non attraverso cioè che magari si pensa di poter fare. Il rischio più grande quindi è quello di non giocare quando invece bisogna, si può e si deve farlo!

Occhio all’onda!