Gioco e curiosità alla base dell'allenamento

Gli spunti  per una riflessione arrivano anche alla mattina appena alzati, ma soprattuto si concretizzano dopo aver metabolizzato l’allenamento di ieri con grandi personaggi della canoa italiana che ti onorano e ti permettono di condividere la loro giovinezza, i loro sogni, la loro energia focalizzata a far correre il più velocemente possibile il loro guscio. Un mondo  che gli fa vivere intensamente una vita fatta di onde e pali dello slalom. 
Pensiero molto lungo, poche virgole, tutto d’un fiato, ma in linea con gli spunti da scrivere velocemente prima che ritornino a viaggiare nell’infinito mondo di sensazioni e pensieri.  

Fateci caso quando è che si impara di più sia sotto l’aspetto mentale che quello motorio? E l’altra domanda è: quando è che veramente si scoprono i lati deboli su cui bisogna assolutamente lavorare?
Per rispondere al primo quesito dobbiamo rifarci alla nostra infanzia cioè quando tutto era praticamente un gioco e attraverso questo  abbiamo imparato a parlare, muoverci, nutrirci senza praticamente essere consapevoli di ciò che stavamo costruendo all’interno di noi stessi. Le nostre  mamme pur di farci mangiare si cimentavano in scene da clown professionisti facendo facce e quant’altro, raccontandoci poi le più svariate storie per distrarci e infilarci il biberon o il cucchiaione pieno di ministra nella bocca inferocita. Così attraverso l’aspetto ludico ci nutrivano e ci facevano crescere.  Per  andare in bicicletta siamo andati per tentativi, prima facilitati dalle rotelle di supporto e poi via via senza, magari con rovinose cadute, fino però al momento in cui felici e contenti prendevamo il volo pedalando come forsennati. 
Logico quindi che alla base dell’apprendimento ci devono essere gli aspetti ludici prima e poi la nostra  curiosità, magari educata a ciò, ci ha fatto scoprire il mondo sotto l’aspetto che più ci interessava.
Quindi anche per l’allenamento valgono gli stessi principi dove il gioco e la curiosità devono essere i due elementi che ci danno la giusta energia per migliorare. Regole che valgono per chi è in acqua a pagaiare, ma altresì per chi è fuori ad allenare, perché senza tutto ciò l’allenamento diventa un lavoro che  non paga. 
L’altro aspetto da tenere sempre presente è legato alla condizione psicologica che l’atleta sviluppa durante gli allenamenti dove si possono creare situazioni di paura, panico  o di incertezza. Nelle donne, in modo particolare, si può incorrere facilmente in queste problematiche considerando il fatto che l’elemento di disturbo arriva molto spesso dalla paura ad affrontare certe situazioni difficili su canali o fiumi.  In questi casi si perde l’aspetto del divertimento, piacere e della scoperta che viceversa dovrebbero  essere predominanti sempre e comunque. Atteggiamenti  di difesa come arretramento del busto, rigidità di spalle, tensione sugli avambracci sono evidenti segnali di quando la paura subentra al piacere di pagaiare. Cosa fare in questi casi? Semplice bisogna fermarsi e magari scegliere combinazioni più facile che ci permettano di restare sempre nell'ambito della scoperta e del divertimento, solo così possiamo migliorare e progredire.  

Occhio all’onda! 


complimenti a Raffaello Ivaldi che ieri a Merano ha vinto il Titolo Italiano U23 - C1 uomini
 

Percorsi quale direttiva?

                     "Ai bambini insegnate soltanto la magia della vita
                           … gira, gira in tondo e cambia il mondo"



Ci sono parole di una intensità unica e sublime, Gaber ne gestiva ogni sfumatura regalandoci perle di saggezza che ci portano  sempre a fare pensieri profondi e romantici. Poi magari passi la sera con gli amici del tango e tra un buon bicchiere di cabernet « Molmenti-Celot » e qualche coscetta di pollo cotta sul camino  ti perdi a filosofare sul senso della vita attraverso le passioni che ci accomunano. 

C’è tempo oggi di concentrarsi sulle gare di  selezione a Pau dei francesi che sono iniziate il giorno 2 per proseguire fino a sabato. C’è la  diretta internet  su televisore  e palmare per tempi e penalità. A freddo e dal video mi sembra che i vari tracciati disegnati siano fuori da quello che è l’evoluzione dello slalom. 25 porte con manovre assurde che costringono gli atleti ad azioni di forza e poca fluidità. Tanto per citare un esempio la combinazione risalita-risalita 5/6 della gara 4 era decisamente particolare. Infatti bastava mettere la seconda un metro e mezzo più bassa rispetto alla precedente e la cosa si sarebbe risolta con una manovra di abilità e non di semplice potenza fisica. Così come 13 e 14, ma sono scelte evidentemente di chi traccia il percorso che evidenzia però uno stato di completa indipendenza di vedute nell’ottica internazionale. Oppure vogliamo parlare della combinazione 8/9 della prima gara di selezione di Augsburg? La  direzione internazionale dovrebbe essere più incisiva sotto questo aspetto, non possiamo vedere gare anche di Coppa del Mondo con 18 porte e poi altre con 25! Sette porte sono un numero considerevole che possono determinare molti cambiamenti nel momento in cui si traccia il percorso. Le domande da fare su questo punto dovrebbero essere: che cosa deve offrire un tracciato di slalom e quali sono i limiti da fissare?
Un atleta che si prepara per un campionato del mondo deve conoscere esattamente a che cosa va incontro, deve sapere se la gara sarà di 80 o 110 secondi, ma soprattutto deve capire se l’idea generale è scendere sfruttando la corrente, onde e riccioli o se le porte vengono messe per andare contro alla logica naturale di un canale o fiume.

Week-end intenso considerando il fatto che non sono solo i francesi a disputare le selezioni, di scena oggi infatti anche sloveni, tedeschi, cechi, mentre noi italiani possiamo stare tranquilli e guardare le gare degli altri da un altro punto di vista. Per noi ora è tempo di concentrarci per i Campionati Europei con la squadra fatta e in piena preparazione. 


Occhio all'onda! 

 

Semplicità e luce

Per fare slalom ci vogliono poche idee ma chiare e due sono i  concetti base: semplicità e luce nelle porte
 
La semplicità  dovrebbe essere il presupposto di ogni movimento sia esso complesso per sua origine e  sia essa basilare per sua natura. É semplicemente  un concetto matematico scomporre la complessità attraverso passaggi che ne esplichino concetti e dinamiche, quindi non vedo perché ci si debba creare complessità quando in realtà non ce ne dovrebbero essere nell’insegnamento e conseguentemente nella pratica. É sublime ammirare le giovani atlete della canadese monoposto scendere su acque difficili, come possono  esser  quale del canale di Ivrea, con la leggerezza e la maestria di farfalle che svolazzano da un fiore all’altro rubandone saggezza ed armonia. Ed è così brutale viceversa vedere ergumeni dalla forza forgiata  da ore di palestra disperati  nei meandri di giochi d’acqua che si prendono gioco di loro come potrebbe fare un un dinosauro con noi umanoidi. 


Le cose diventano ancora più divertenti quando a tutto ciò uniamo il fatto che il semplice scendere sull’acqua non ci appaga più e per divertirci dobbiamo passare in mezzo a paline sospese nel cielo che formano una porta verso l'infinito e che in base al loro colore ci dicono come affrontarle.  Bene! Ogni volta che vedo una porta mi immagino una forte luce che esce proprio da quel pertugio,  ed è proprio quella scia di luce che ci guida il passaggio al suo interno in modo facile e sicuro. Solo se riusciamo a vedere chiaro e splendente questo riferimento luminoso riusciremo di volta in volta affrontare la porta in maniera sicura e senza incertezza perché dove filtra la fonte luminosa possiamo trovare la nostra via che ci porterà alla felicità!

Occhio all’onda!

Tecnica di base il buongiorno di ogni allenamento


Ritorno a fare una riflessione sulla  tecnica di base che troppo spesso vedo trascurata da molti tecnici che  magari si  preoccupano  più a far crescere i loro allievi sotto il punto di vista fisico che quello tecnico. Troppa importanza si dà al   VO2max,  lattato  o test condizionali e si trascura  l’aspetto più importante del nostro sport e cioè l’acquaticità  e per l’appunto la tecnica dimenticandoci molto spesso che l’arte è difficile da codificare. Ci si dimentica anche che in età giovanile bisogna esaltare destrezza, equilibrio e velocità il resto arriva con il tempo nell'età dovuta.
Ai fondamentali come pagaiata, spinta dei piedi K1 o ginocchia C1, dissociazione busto/gambe, dufek, propulsione larga avanti e indietro non si offrono abbastanza attenzioni e non si dà l'opportunità di ripassarle ogni volta che si monta in barca. Gli esercizi di riscaldamento dovrebbero essere fatti anche in funzione di un riscaldamento tecnico basico ogni volta che si inizia l’allenamento.  L’acquaticità parte dall’acqua piatta: elemento indispensabile a volte troppo denigrato pensando che solo se abbiamo un canale possiamo crescere e migliorare. Mi impressiono sempre vedendo personaggi come Alexander Slafkovský  (giusto per citarne uno)  scaldarsi o defaticarsi prima e dopo l’allenamento e vedere l’abilità che personaggi com lui hanno partendo da esercizi come piantare la coda o pagaiare diritto. L’equilibrio che hanno in canoa e che hanno sviluppato parte proprio da qui e nel modo ludico con cui hanno affrontato sempre il tutto. Osservate Peter Kauzer pagaiare sia in acqua piatta che sul canale, il suo atteggiamento non cambia è sempre in sintonia con l'acqua che sia tanto veloce o che si tratti di un lago alpino.

Ecco! questo è l’aspetto che più viene trascurato da molti allenatori e cioè  il gioco che deve essere anche divertimento e magari il  piacere di prendere scie e controscie pagaiando sull’acqua piatta dando colore ed interesse ad allenamenti invernali, magari immersi nella nebbia con le punte delle mani che si gelano!  Purtroppo  però è molto più facile, ma meno produttivo, restare seduti sulla riva con un cronometro in mano contando le serie da fare e quelle che mancano che saltar in canoa e iniziare a pensare cosa possiamo proporre ai nostri giovani allievi perchè possano divertirsi e  imparare percependo l'energia dall'acqua.

occhio all’onda!

Oro e argento di Rio 2016 a Tacen per lo spot pubblicitario Euro Slalom 2017

a sinistra l'argento di Rio 2016 Kauzer e a destra l'oro Clarke
Ieri, qui a Tacen,  se la sono goduta non poco  il campione olimpico e l’argento di Rio 2016  del kayak maschile  tra riprese video e scenette teatrali. 
Il britannico e lo sloveno sono stati impegnati praticamente tutto il giorno con una troupe televisiva per realizzare un video promozionale per i prossimi campionati europei che si disputeranno dal primo al quattro giugno sul canale alle porte di Lubiana (Slovenia). Credo che sia proprio in questi momenti che si possono vedere gesti atletici eleganti e super raffinati tanto più se a guidare il gioco c’è un Peter Kauzer motivato più che mai, che quando naviga su queste acque sembra fondersi con le stesse molecole che compongono l’elemento liquido per eccellenza. Sembra che la medaglia a cinque cerchi gli abbia  fatto un gran bene tanto da stimolarlo a dovere in prospettiva 2017 con Europei in casa e mondiali a Pau dove «Pero» ha sempre dimostrato di valere molto. La stagione di preparazione per lui è iniziata presto e già a natale era negli Emirati Arabi ad allenarsi al caldo e su un canale impegnativo come quello di Al-Ain. Poi tornato  in Europa e all’esordio agonistico vince a Solkan e vince pure la prima delle due gare in programma qui a Tacen  l’uno e 2 Aprile , poi si ferma nella seconda con un 50 alla porta numero 5 ed è costretto a guardare la finale dalle tribune spiegando alla giovane figlioletta le regole di uno sport che lo ha reso popolare in tutta la Slovenia. 
Joe Clarke, dopo i bagordi post-olimpiadi, durati a lungo si rifugia in Nuova Zelanda dove arriva secondo agli «Oceania Championships» e poi qualche settimana più tardi prende un bronzo nella terra dei canguri e cioè  agli «Australia Open» di Penrith. Anche lui dopo il secondo posto nella prima gara di Tacen è costretto a guardarsi le gare di finale del giorno due dagli spalti considerando che il suo 50 gli taglia la pagaia e lo rimanda diretto in tribuna! Paul Ratcliff, venuto dall'Inghilterra per assistere alle gare, era un pochino amareggiato anche se ovviamente la sua "plomb britannica" non la perde mai, tanto più che da poche settimane è stato nominato direttore tecnico generale per tutte le due discipline olimpiche della pagaia. 
A Tacen però non ci sono solo loro due ci sono pure i Russi, che sembrano aver confermato a capo dello staff tecnico il francese Jean-yves Cheutin   che ha voluto  ancora con lui, per curare le canadesi, l’inglese Nick Smith. Poi ci sono pure gli svizzeri che hanno messo a dirigere il tutto  il tedesco  Christian Bahmann, figlio della prima campionessa olimpica nel k1 donne a Monaco 1972, e vincitore dei campionati del mondo in C2 nel 2005 a Penrith. C’è pure qualche croato e ovviamente gli sloveni, pure loro con un progetto e un sistema di allenatori rinnovato. Hanno messo a capo di tutto Jerney Abramic che lascia dopo tanti anni l’Austria presa in mano da Helmut Oblinger che a sua volta  ha scelto come collaboratore lo sloveno Jury Meglic. Ma ci siamo pure  noi che ci fermeremo qui fino a venerdì con la squadra quasi al completo per i Campionati Europei. Si tornerà su questo canale per altri allenamenti  a  metà maggio per altri cinque giorni di raduno, prima del blocco finale di gare previste nel primo week-end di Giugno, sperando nell’acqua che in questo periodo certo non si può dire molto favorevole.  

Occhio all’onda!







Dissociazione per creare l'effetto molla

Torno su un aspetto che ritengo determinate per una conduzione veloce ed efficace dello scafo tra i pali dello slalom.  Parlo cioè della « dissociazione »  che deve intervenire tra la parte superiore e la parte inferiore del corpo  (quello che in anatomia si definisce come piano assiale - craniale e caudale) per far cambiare direzione alla nostra canoa.
Pensate all’eskimo e capirete subito  l’importanza di quanto si va ad analizzare. Infatti se non si dissocia il lavoro di bacino-gambe con il   busto risulterà assai difficile e complesso riuscire a riportare la testa fuori dall’acqua per rimettersi in assetto e ripartire senza dover uscire dalla canoa con tutte le conseguenze del caso. Viceversa se avviene la dissociazione la manovra dell’eskimo risulterà di estrema facilità senza praticamente un vero e proprio sforzo fisico, si tratta cioè di un movimento che sincronizza in maniera opposta  busto e gambe alla perfezione e che crea una leva eccezionale per permettere al canoista di raddrizzarsi.  Qui parliamo di dissociazione su due piani diversi.
Questo citato è l’esempio più eclatante, ma ci fa capire bene che cosa significa dissociare. Cerchiamo ora di vederlo applicato in ogni nostra manovra per cambiare direzione alla canoa e nel nostro caso specifico in entrata e in uscita dalle risalite su un piano trasversale. 
In buona sostanza l’approccio ad una risalita (anticipo) già mette l’atleta nella condizione di preparare al meglio la dissociazione che dovrà avvenire nel momento in cui ci si trova nella porta stessa.  Due le abilità  necessarie per ottenere il massimo risultato da questa azione e cioè:  la capacità di ruotare con le spalle nel senso opposto della risalita e la seconda è la capacità di lasciar andare la canoa nel senso opposto fino al raggiungimento della massima carica di rotazione possibile (effetto molla).  Un suggerimento per chi osserva da fuori, quindi per l’allenatore, è quello di verificare il posizionamento delle spalle rispetto alla punta dello scafo che dovranno esser per forza, all’inizio della manovra, posizionati su due fronti opposti.  Controllare poi la punta della canoa per capire se la canoa continua nella sua rotazione e quindi nella sua corsa verso il traguardo. 



                                    

                                                         ... continua

Occhio all’onda!

Semplicità e fondamentali per aprire alla creatività

Lo slalom ha molte complessità ed è per questo che dobbiamo semplificare il tutto per far sì che il gioco possa diventare alla portata di tutti. Myriam Jerusalmi, madre e allenatrice di Jessica Fox, mi ricorda sempre che il nostro è uno sport molto banale considerando il fatto che  ti dicono cosa devi fare fin dalla partenza e cioè devi andare alla 1 poi alla 2 e così via fino all’ultima porta che porterà un numero compreso tra 18 e 25. Quindi sembra veramente facile basta seguire la progressione  numerica delle porte e chi arriva alla fine con meno penalità  e il prima possibile vince.
Siamo forse noi allenatori che a volte andiamo a complicare le cose con troppa teoria, che comunque passa attraverso un nostro filtro, e con mille sfaccettature psicologiche che non fanno altro che mettere in subbuglio menti e corpi che in certe situazioni si fanno facilmente influenzare da parole e atteggiamenti.  Quindi alla base di tutto ci deve essere semplicità condita con conoscenza e umiltà. A tutto ciò manca un elemento chiave e cioè la necessità di far ricercare di più  ai nostri atleti  la capacità di rispondersi considerando il fatto  che difficilmente noi possiamo avere per ogni singolo individuo la risposta corretta a priori.  Il processo di apprendimento motorio è complesso e decisamene personale e deve passare attraverso la sensibilità dello stesso atleta, altrimenti rischieremmo di creare magari anche bravi slalomisti, ma poco creativi e sensibili, qualità queste che per ottenere grandi risultati sono determinanti.
Partiamo dalla pagaiata che è il vero punto cruciale per lo slalom, considerando il fatto che tutto il resto non è altro che una sua  trasformazione ed adattamento. La centralità quindi del nostro andare dalla 1 alla 2 e così via è la propulsione, quindi è facile intuire che tutto il tempo che passeremo a lavorare su questo fondamentale non è altro che tempo guadagnato. Le cose potrebbero complicarsi se l’allenatore proponesse solo  ai propri allievi allenamenti fisici con cronometro invece di lavori, anche in gruppo,  con obiettivi tecnici facili e ben precisi. Se abbiamo detto che la pagaiata è la centralità del tutto, la pagaia diventa la sua essenza primaria. Quindi dobbiamo abituare i nostri atleti a ricercare risposte alle loro problematiche proprio partendo dal posizionamento e via via al  mutamento che la pala ha nell’acqua nel corso di determinate manovre e azioni. A questo uniremo la posizione del corpo e la relativa risposta della canoa. 

Occhio all’onda!