Tecnica di base il buongiorno di ogni allenamento


Ritorno a fare una riflessione sulla  tecnica di base che troppo spesso vedo trascurata da molti tecnici che  magari si  preoccupano  più a far crescere i loro allievi sotto il punto di vista fisico che quello tecnico. Troppa importanza si dà al   VO2max,  lattato  o test condizionali e si trascura  l’aspetto più importante del nostro sport e cioè l’acquaticità  e per l’appunto la tecnica dimenticandoci molto spesso che l’arte è difficile da codificare. Ci si dimentica anche che in età giovanile bisogna esaltare destrezza, equilibrio e velocità il resto arriva con il tempo nell'età dovuta.
Ai fondamentali come pagaiata, spinta dei piedi K1 o ginocchia C1, dissociazione busto/gambe, dufek, propulsione larga avanti e indietro non si offrono abbastanza attenzioni e non si dà l'opportunità di ripassarle ogni volta che si monta in barca. Gli esercizi di riscaldamento dovrebbero essere fatti anche in funzione di un riscaldamento tecnico basico ogni volta che si inizia l’allenamento.  L’acquaticità parte dall’acqua piatta: elemento indispensabile a volte troppo denigrato pensando che solo se abbiamo un canale possiamo crescere e migliorare. Mi impressiono sempre vedendo personaggi come Alexander Slafkovský  (giusto per citarne uno)  scaldarsi o defaticarsi prima e dopo l’allenamento e vedere l’abilità che personaggi com lui hanno partendo da esercizi come piantare la coda o pagaiare diritto. L’equilibrio che hanno in canoa e che hanno sviluppato parte proprio da qui e nel modo ludico con cui hanno affrontato sempre il tutto. Osservate Peter Kauzer pagaiare sia in acqua piatta che sul canale, il suo atteggiamento non cambia è sempre in sintonia con l'acqua che sia tanto veloce o che si tratti di un lago alpino.

Ecco! questo è l’aspetto che più viene trascurato da molti allenatori e cioè  il gioco che deve essere anche divertimento e magari il  piacere di prendere scie e controscie pagaiando sull’acqua piatta dando colore ed interesse ad allenamenti invernali, magari immersi nella nebbia con le punte delle mani che si gelano!  Purtroppo  però è molto più facile, ma meno produttivo, restare seduti sulla riva con un cronometro in mano contando le serie da fare e quelle che mancano che saltar in canoa e iniziare a pensare cosa possiamo proporre ai nostri giovani allievi perchè possano divertirsi e  imparare percependo l'energia dall'acqua.

occhio all’onda!

Oro e argento di Rio 2016 a Tacen per lo spot pubblicitario Euro Slalom 2017

a sinistra l'argento di Rio 2016 Kauzer e a destra l'oro Clarke
Ieri, qui a Tacen,  se la sono goduta non poco  il campione olimpico e l’argento di Rio 2016  del kayak maschile  tra riprese video e scenette teatrali. 
Il britannico e lo sloveno sono stati impegnati praticamente tutto il giorno con una troupe televisiva per realizzare un video promozionale per i prossimi campionati europei che si disputeranno dal primo al quattro giugno sul canale alle porte di Lubiana (Slovenia). Credo che sia proprio in questi momenti che si possono vedere gesti atletici eleganti e super raffinati tanto più se a guidare il gioco c’è un Peter Kauzer motivato più che mai, che quando naviga su queste acque sembra fondersi con le stesse molecole che compongono l’elemento liquido per eccellenza. Sembra che la medaglia a cinque cerchi gli abbia  fatto un gran bene tanto da stimolarlo a dovere in prospettiva 2017 con Europei in casa e mondiali a Pau dove «Pero» ha sempre dimostrato di valere molto. La stagione di preparazione per lui è iniziata presto e già a natale era negli Emirati Arabi ad allenarsi al caldo e su un canale impegnativo come quello di Al-Ain. Poi tornato  in Europa e all’esordio agonistico vince a Solkan e vince pure la prima delle due gare in programma qui a Tacen  l’uno e 2 Aprile , poi si ferma nella seconda con un 50 alla porta numero 5 ed è costretto a guardare la finale dalle tribune spiegando alla giovane figlioletta le regole di uno sport che lo ha reso popolare in tutta la Slovenia. 
Joe Clarke, dopo i bagordi post-olimpiadi, durati a lungo si rifugia in Nuova Zelanda dove arriva secondo agli «Oceania Championships» e poi qualche settimana più tardi prende un bronzo nella terra dei canguri e cioè  agli «Australia Open» di Penrith. Anche lui dopo il secondo posto nella prima gara di Tacen è costretto a guardarsi le gare di finale del giorno due dagli spalti considerando che il suo 50 gli taglia la pagaia e lo rimanda diretto in tribuna! Paul Ratcliff, venuto dall'Inghilterra per assistere alle gare, era un pochino amareggiato anche se ovviamente la sua "plomb britannica" non la perde mai, tanto più che da poche settimane è stato nominato direttore tecnico generale per tutte le due discipline olimpiche della pagaia. 
A Tacen però non ci sono solo loro due ci sono pure i Russi, che sembrano aver confermato a capo dello staff tecnico il francese Jean-yves Cheutin   che ha voluto  ancora con lui, per curare le canadesi, l’inglese Nick Smith. Poi ci sono pure gli svizzeri che hanno messo a dirigere il tutto  il tedesco  Christian Bahmann, figlio della prima campionessa olimpica nel k1 donne a Monaco 1972, e vincitore dei campionati del mondo in C2 nel 2005 a Penrith. C’è pure qualche croato e ovviamente gli sloveni, pure loro con un progetto e un sistema di allenatori rinnovato. Hanno messo a capo di tutto Jerney Abramic che lascia dopo tanti anni l’Austria presa in mano da Helmut Oblinger che a sua volta  ha scelto come collaboratore lo sloveno Jury Meglic. Ma ci siamo pure  noi che ci fermeremo qui fino a venerdì con la squadra quasi al completo per i Campionati Europei. Si tornerà su questo canale per altri allenamenti  a  metà maggio per altri cinque giorni di raduno, prima del blocco finale di gare previste nel primo week-end di Giugno, sperando nell’acqua che in questo periodo certo non si può dire molto favorevole.  

Occhio all’onda!







Dissociazione per creare l'effetto molla

Torno su un aspetto che ritengo determinate per una conduzione veloce ed efficace dello scafo tra i pali dello slalom.  Parlo cioè della « dissociazione »  che deve intervenire tra la parte superiore e la parte inferiore del corpo  (quello che in anatomia si definisce come piano assiale - craniale e caudale) per far cambiare direzione alla nostra canoa.
Pensate all’eskimo e capirete subito  l’importanza di quanto si va ad analizzare. Infatti se non si dissocia il lavoro di bacino-gambe con il   busto risulterà assai difficile e complesso riuscire a riportare la testa fuori dall’acqua per rimettersi in assetto e ripartire senza dover uscire dalla canoa con tutte le conseguenze del caso. Viceversa se avviene la dissociazione la manovra dell’eskimo risulterà di estrema facilità senza praticamente un vero e proprio sforzo fisico, si tratta cioè di un movimento che sincronizza in maniera opposta  busto e gambe alla perfezione e che crea una leva eccezionale per permettere al canoista di raddrizzarsi.  Qui parliamo di dissociazione su due piani diversi.
Questo citato è l’esempio più eclatante, ma ci fa capire bene che cosa significa dissociare. Cerchiamo ora di vederlo applicato in ogni nostra manovra per cambiare direzione alla canoa e nel nostro caso specifico in entrata e in uscita dalle risalite su un piano trasversale. 
In buona sostanza l’approccio ad una risalita (anticipo) già mette l’atleta nella condizione di preparare al meglio la dissociazione che dovrà avvenire nel momento in cui ci si trova nella porta stessa.  Due le abilità  necessarie per ottenere il massimo risultato da questa azione e cioè:  la capacità di ruotare con le spalle nel senso opposto della risalita e la seconda è la capacità di lasciar andare la canoa nel senso opposto fino al raggiungimento della massima carica di rotazione possibile (effetto molla).  Un suggerimento per chi osserva da fuori, quindi per l’allenatore, è quello di verificare il posizionamento delle spalle rispetto alla punta dello scafo che dovranno esser per forza, all’inizio della manovra, posizionati su due fronti opposti.  Controllare poi la punta della canoa per capire se la canoa continua nella sua rotazione e quindi nella sua corsa verso il traguardo. 



                                    

                                                         ... continua

Occhio all’onda!

Semplicità e fondamentali per aprire alla creatività

Lo slalom ha molte complessità ed è per questo che dobbiamo semplificare il tutto per far sì che il gioco possa diventare alla portata di tutti. Myriam Jerusalmi, madre e allenatrice di Jessica Fox, mi ricorda sempre che il nostro è uno sport molto banale considerando il fatto che  ti dicono cosa devi fare fin dalla partenza e cioè devi andare alla 1 poi alla 2 e così via fino all’ultima porta che porterà un numero compreso tra 18 e 25. Quindi sembra veramente facile basta seguire la progressione  numerica delle porte e chi arriva alla fine con meno penalità  e il prima possibile vince.
Siamo forse noi allenatori che a volte andiamo a complicare le cose con troppa teoria, che comunque passa attraverso un nostro filtro, e con mille sfaccettature psicologiche che non fanno altro che mettere in subbuglio menti e corpi che in certe situazioni si fanno facilmente influenzare da parole e atteggiamenti.  Quindi alla base di tutto ci deve essere semplicità condita con conoscenza e umiltà. A tutto ciò manca un elemento chiave e cioè la necessità di far ricercare di più  ai nostri atleti  la capacità di rispondersi considerando il fatto  che difficilmente noi possiamo avere per ogni singolo individuo la risposta corretta a priori.  Il processo di apprendimento motorio è complesso e decisamene personale e deve passare attraverso la sensibilità dello stesso atleta, altrimenti rischieremmo di creare magari anche bravi slalomisti, ma poco creativi e sensibili, qualità queste che per ottenere grandi risultati sono determinanti.
Partiamo dalla pagaiata che è il vero punto cruciale per lo slalom, considerando il fatto che tutto il resto non è altro che una sua  trasformazione ed adattamento. La centralità quindi del nostro andare dalla 1 alla 2 e così via è la propulsione, quindi è facile intuire che tutto il tempo che passeremo a lavorare su questo fondamentale non è altro che tempo guadagnato. Le cose potrebbero complicarsi se l’allenatore proponesse solo  ai propri allievi allenamenti fisici con cronometro invece di lavori, anche in gruppo,  con obiettivi tecnici facili e ben precisi. Se abbiamo detto che la pagaiata è la centralità del tutto, la pagaia diventa la sua essenza primaria. Quindi dobbiamo abituare i nostri atleti a ricercare risposte alle loro problematiche proprio partendo dal posizionamento e via via al  mutamento che la pala ha nell’acqua nel corso di determinate manovre e azioni. A questo uniremo la posizione del corpo e la relativa risposta della canoa. 

Occhio all’onda!

Ciao Claudio buon viaggio

"ciao gioia" è stato da sempre il primo impatto quando in Dogana incontravo Claudio e poi inesorabilmente mi diceva "Marina che bella donna come sta e la mamma? dille che domani passo a trovarla".  Claudio era così... esprimeva energia in ogni momento senza risparmiare forze  e sempre con quella sua voglia di vivere intensamente ogni momento dedicandosi agli altri con passione e con sincera amicizia. Sorrideva  in ogni istante ad una vita che purtroppo con lui è stata severa in questi ultimi anni.  Ce l’ ha portato via per farlo pagaiare chissà su quali fiumi a noi sconosciuti, ma che un giorno solcheremo assieme al nostro mito  che da sempre per noi era "Estremo" . L’Adige per lui non aveva segreti con quel  modo  tutto suo di scendere sulle rapide cittadine, anche in pieno inverno, disteso sull’acqua quasi  ne volesse far parte integrante: con il suo scafo praticamente rovesciato e solo testa e pagaia fuori dall’elemento liquido discendeva verso valle con infinita tranquillità e gioia.  Pronto a sostenere l’ultimo arrivato per trasmettergli quella immensa passione che ho avuto l’onore di condividere.  Ricordo quando ci siamo incontrati le prime volte per il corso di canoa, tanti anni fa e di acqua sotto in  nostri ponti  ne è passata veramente tanta e con lei mille ricordi di un Claudio gioioso e profondo nei sentimenti veri, concreto con idee e iniziative per il nostro mitico e unico Canoa Club Verona.  Eravamo particolarmente uniti perché Claudio è sempre stato estremamente disponibile proprio nei momenti del bisogno e della malattia. Ci ha sostenuti nelle difficoltà e ha avuto sempre una parola importante nelle decisioni che abbiamo dovuto prendere in particolare modo con la mamma a cui era legato da un grande affetto.  Oggi quindi per tutti noi è un giorno triste, ma lo  affronteremo con un sorriso perché è proprio questo che il nostro amico di pagaia ci ha trasmesso in questi lunghi anni con la forza della corrente.  Grazie Claudio e resterai con noi nei nostri racconti, nelle nostre serate in Dogana, nel nostro navigare l’Adige e nel trasmettere la tua passione alle nuove generazioni. Resterà il tuo sorriso e non ci dimenticheremo la forza  con cui hai combattuto fino all’ultimo respiro  un destino segnato, ma a cui non ti volevi arrendere: un ulteriore insegnamento di vita che ci hai trasmesso nel dolore profondo e che ci fa capire che ogni istante di questa esistenza va vissuto intensamente.

Occhio all’onda! mio caro Claudio 


foto di Carlo Alberto Cavedini 







Débordé magica manovra

Devo aver già scritto diverse cose sul débordé in qualche precedente post, ma voglio  approfondirlo ulteriormente alla luce anche dei riscontri che continuo ad avere seguendo e allenando i C1 uomini in particolare, ma guardando e studiando da vicino l’evoluzione della specialità nel settore femminile.
Questo incrocio di braccia sul lato opposto di pagaiata ha qualche cosa di magico e la  conseguente  rotazione che ne deriva è il sublime risultato di una manovra che permette al « ciunista » di ruotare così velocemente ed efficacemente come mai potrà fare  un K1 o come mai lo stesso atleta potrà fare dal suo lato di pagaita! La leva, la postura e il peso concentrato al centro della canoa, permettono di mettere in essere un movimento motorio pressoché perfetto. Ecco perché lo stesso David Florence sta allenando anche il suo naturale lato opposto di pagaiata (quindi a sinistra) per arrivare un giorno ad affrontare tutte le risalite in debordè, cosa già vista fare a Fabien Lefevre  o a Dennis Gargaud già diversi anni fa (si veda Bratislava campionati del mondo 2011 risalita a destra sotto Niagara Fall). Dai riscontri cronometrici tra un C1 destro e uno sinistro ci sono dati chiari che i tempi sulle risalite in débordé risultano essere più veloci, non sempre, ma spesso. C’è un maggior controllo in ogni momento del movimento, mentre in aggancio molto spesso si ha la tendenza di forzare troppo il gesto con la conseguenza di interrompere una rotazione della  canoa in modo brusco. Troppa confidenza sul proprio lato porta a non pensare o a non ascoltare  il gesto stesso. Nel débordé viceversa c’è una grandissima consapevolezza del movimento e sono molto chiari i vari momenti da rispettare per far sì che questa manovra abbia gli effetti sortiti. Movimento che parte dal passaggio aereo sul lato opposto, é qui che inizia il gesto e la consapevolezza dello stesso, quindi all’inserimento della pala in acqua e contemporaneamente c’è la rotazione del busto bloccando gambe e addominali, pronti per entrare in azione al momento necessario. Tutte queste fasi costringono l’atleta ad operare in perfetta sintonia con canoa, pagaia e acqua con estrema decisone e calma.
Tutto questo quando ovviamente si utilizza per fare una risalita. Cambiano le dinamiche invece quando il débordé viene utilizzato per le rotazioni, in questo caso è evidente che un colpo indietro o lo stesso aggancio diventa più efficace e rapido.

Guardiamo invece cosa succede fra le donne in canadese le quali poco utilizzano il débordé preferendo ad  esso il cambio di mano. Il motivo principale deriva dal fatto che non si sentono sicure e molto spesso perdono gli equilibri, cosa che assolutamente non avviene per gli uomini che considerano questo gesto al pari con il lato di pagaiata. Pagaiare con le braccia incrociate diventa assolutamente naturale, ma bisogna prenderne coscienza e confidenza. Le nuove generazioni in rosa, che sono partite a pagaiare direttamente in ginocchio,  stanno naturalmente adoperando il débordé senza particolari difficoltà. Sarà questa la strada che a breve si imporra per la maggiore anche per il settore femminile.

Occhio all’onda! 




Australian open 2017 archiviati

Dagli « Australian Open » sono emersi dati interessanti su cui basare alcune considerazioni per i nostri atleti  in vista della stagione agonistica che è praticamente iniziata anche se sarà lunga e difficile. 
La gara, il momento esaltante per ogni alteta, a volte si trasforma come un incubo dove si fatica a mantenere serenità e gioia di esprimersi, chiudendosi in se stessi. Bisogna imparare a dare i giusti valori ad ogni cosa e soprattutto non basare la propria positività solo se si ottengono risultati di prestigio. 

Chi vicersa  ha confermato di essere ai vertici assoluti sono due fenomeni che rispondo al nome di Jiri Prskavec e Jessica Fox.
 

Il primo è un 23enne bronzo olimpico, campione del mondo assoluto, tre volte campione europeo come Daniele Molmenti e che indubbiamente per il  kayak maschile  è  oggi l’atleta  di riferimento in assoluto. Il ragazzo praghese è maturato moltissimo sotto il punto di vista tecnico, mettendo a punto un modello di approccio alle risalite decisamente efficace e più che mai sicuro. L’elaborazione di questa tecnica è frutto di una lunga evoluzione che ha come basi le sue grandi doti di destrezza e velocità oltre ad una naturale sensibilità sull’elemento liquido. Prskavec ha fatto suo, aggiustandolo pagaiata dopo pagaiata, un concetto fondamentale per uno slalomista e cioè la presa di coscienza e la relativa consapevolezza  di quello che sta facendo in quel preciso momento, quindi diventa tutto gestibile anche in situazioni estreme.  Scontato si potrebbe pensare, ma in realtà non è così. Sono due infatti gli elementi che disturbano questo stato mentale perfetto per mettere in pratica una tecnica ripetibile praticamente sempre. Il primo  arriva dalla reazione naturale di un atleta a fare senza pensare e disperdersi quindi in migliaia di colpi inutili.  Quello che con un concetto possiamo definire       « reazione  inconscia ed istintiva ad un evento » che può portare casualmente ad un risultato positivo, ma ha anche tante possibilità di non raggiungere l’effetto sperato. Viceversa una reazione ad un evento conscia e mirata porta ad un risultato praticamente certo o meglio ancora permette di esprimere le potenzialità che un atleta ha.
Quindi dove sta la difficoltà? Semplice:  nella capacità di gareggiare nello stesso modo in cui ci si allena mettendo in atto ciò che si riesce a realizzare con costanza e che viene ricercato proprio nell’allenamento. Lo capite se vi fermate ad osservare questo atleta nelle tante ore che passa sul canale per mettere in sintonia il suo gesto, il suo corpo e la sua canoa  con paline e acqua.  Un costante approccio positivo in ogni sua discesa che gli permette di accumulare positività e coscienza motoria.
Il secondo aspetto è l’incapacità di saper aspettare. Quando si è in acqua si pensa sempre di dover agire per far sì che la canoa possa correre, ma non sempre è così. Anzi bisogna lasciare al gesto e alla canoa il tempo per cui possa realizzare quanto messo in atto, niente di più niente di meno.

Un vero e proprio capolavoro artistico come fosse  un quadro dalle tinte forti quello messo in scena  da Jessica Fox durante la finale di questi           « Australian Open » fatti  nella completa assenza di pubblico e mass-media. Un’opera d’arte regalato ai pochi intimi che domenica erano presenti nel bacino olimpico di Penrith. Togliendo  una penalità banalissima alla due con la pala destra il tempo realizzato ha dell’incredibile ad un 7,2 % da un Prskavec strepitoso. Lo slalom è fatto anche di penalità quindi la reale percentuale di distacco è del 9,5%, ma tanto per farsi una idea la media in tre campionati del mondo per vincere l’oro in questa categoria è del 17,03% dal miglior K1 uomini!

La bionda australiana con sangue francese e inglese ha affrontato tutte le porte come se fosse un maschietto, tagliando le risalite con maestria e soprattutto senza rischio. Poi alla 13 in risalita è stata semplicemente divina, tanto è che pochi colleghi uomini sono riusciti a fare quella porta come la brava e bella figlia della Volpe. 
A fine gare, commentando la prova con la mamma allenatrice,  ho detto che vincere le gare con sei secondi sulla seconda significa ammazzare lo sport se lo pensiamo in senso generico per questa categoria considerando la netta superiorità della figlia che a questo punto potrebbe essere inserita a gareggiare nel kayak uomini!  Infatti il 94,56 le avrebbe tranquillamente aperto le porte della finale tra gli uomini. 

Occhio all’onda! 


Chiara Sabattini 7^ in finale nel K1 donne

Kudejova a sinistra e Hilgertova impegnate a veriicare i numeri della Repubblica Ceca a termine della gara