La sintonia nel gesto

Chi vince non sempre è in grado di dare una vera e propria spiegazione per il successo ottenuto e fatica a trovare la chiave che magari lo ha portato ad una prestigiosa performance. Si vince di cuore e  si vince per aver congiunto in quel preciso momento tutto ciò che un atleta costruisce nella quotidianità. 
Spesso e volentieri chiedo ai campioni come sono riusciti a vincere quella gara piuttosto che un’altra o  se viceversa conoscono la motivazione per cui qualche prova non è andata come sperato. La maggior parte di loro non riesce a fare una obiettiva analisi della gara messa in acqua, generalmente sottolineano il fatto che si sono sentiti bene e che tutto è andato per il verso giusto, ma sostanzialmente non  cambiano una routine consolidata che offre una certa garanzia di riuscita. Qual è la sottile differenza tra chi sale sul podio e chi viceversa, pur arrivando nella finale, non lo raggiunge?  Trascuriamo elementi comunque e ovviamente ovvi come preparazione fisica e tecnica e diamoli come scontati perché così è per atleti che raggiungono le finali iridate e concentriamoci su quello che dovrebbe essere la sintonia che una atleta deve avere tra corpo-mente-acqua. Quindi, a quanto sopra descritto, aggiungiamo un altro elemento e cioè il fatto che i risultati arrivano di regola percorrendo strade diverse se pur con elementi che sono in  comune. Infatti  difficilmente ripercorrendo lo stesso cammino, anche per lo stesso atleta, si conquistano gli stessi successi. Troppo facile sarebbe utilizzare programmi di allenamento o tecniche di chi ha vinto olimpiadi o campionati del mondo e riproporli tali e quali per ottenere gli stessi risultati.   Anzi molte volte potrebbe essere deleterio mutuare l’esperienza di pari passo senza considerare tutti quegli elementi che fanno dell’uomo una unicità in mezzo a tanti simili. 
Una spiegazione a questo per la verità c’è perché non sempre tutto è comprensibile, ma soprattutto anche le grandi vittorie non sempre possono avere risposte precise ed uniche. Certo una serie di fattori come dedizione, allenamento, serietà coincidono per tutti, ma altri più specifici escono dalle singole necessità dell’atleta e della situazione. Noi facciamo uno sport di situazione con una forte componente di prestazione  e di conseguenza dobbiamo allenare a 360 gradi l’atleta senza trascurare nulla aggiungendo la componente di espressività che ogni atleta deve mettere ed esprimere tra le porte. Gli allenatori hanno principalmente questa funzione a questo livello, ma che può essere applicata solo se trovano atleti che da giovani sono stati cresciuti e sensibilizzati all’ascolto del proprio corpo unito ad una voglia di esprimere quello che sentono, concretizzando i desideri nella gestualità. 

Occhio all’onda!

Imparare ascoltando e ascoltandosi


L’occasione di scendere in acqua con un amico che si sta avvicinando allo slalom con passione e determinazione mi ha permesso di fare alcune riflessioni tecniche che ovviamente mi piace condividere con gli appassionati di questo magico sport che si chiama canoa.
La prima è quella che è importante qualche volta rimettersi seduti  in barca per non perdere il feeling con corrente e scafo e non restare sempre sulla sola teoria che, se non associata alla pratica, ti allontana dalla realtà …e pagaiare tra le porte dello slalom rimane sempre unico e fantastico.
La seconda riflessione arriva osservando attentamente, mentre si muove sull’acqua per fare le porte, l’allievo;  eviterei pero di utilizzare questo termine, secondo me obsoleto, sarebbe più opportuno definirlo un compagno di scoperte, perché ogni volta che si pagaia o si lavora con canoisti o atleti si scoprono nuovi confini sempre interessanti e a volte sconosciuti. Questo allenamento con il mio amico praghese, dicevo,  mi conferma che chi si avvicina allo slalom utilizza  il « Duffek » in maniera non corretta facendone un uso improprio, cosa che capita  anche tra i turisti di alto corso, non certo di livello, che pensano di risolvere problemi di direzione con questa manovra.  Il Duffek nello slalom deve essere considerato come  un gesto di rifinitura e di mantenimento dello scafo in una precisa e definita zona che va a trasformarsi da sfilata a punto di rotazione su cui la  barca stessa ruota.
Il Duffek ha delle forti controindicazioni a livello fisico capaci di procurare problemi alle spalle fino alla fuoriuscita della stessa.  Trascuriamo questo aspetto e concentriamoci sull’uso sfrenato che si fa  di quello che in Italia   chiamiamo    «aggancio» sinonimo per l’appunto del Duffek (se volete conoscere la storia di questo gesto rileggete il  post: «Duffek o aggancio come lo si voglia chiamare» - 13 dicembre 2016 cliccando qui). Molto spesso ci si sforza ad insegnarlo spiegando al giovane atleta o al canoista neofita come deve essere inserita la pala in acqua, come bisogna girare spalle e ancora che cosa devono fare le braccia perché il movimento si concretizzi. C’è poi chi ha perfettamente chiaro con quale angolo la pala debba entrare in acqua, ma senza dare la corretta velocità falsandone l’ effetto sulla canoa.  Si vuole trasformare un gesto tanto dinamico e naturale, con una forte componente di variabili, in un movimento preciso e definito da mettere in acqua sempre allo stesso modo. Si vuole, nel tentativo di insegnarlo,  schematizzare una manovra che nasce viceversa per esaltare l’espressività e che va ad adattarsi alle caratteristiche di ogni atleta in relazione al tipo di acqua che di volta in volta si incontra. L’approccio al Duffek deve arrivare da una trasformazione di una pagaiata, praticamente quello che succede a mio avviso nel tango dove tutto parte e ritorna alla camminata avanti dell’uomo. 
L’ amico con cui ho condiviso qualche ora in canoa è un grande ballerino e   maestro di tango, nel tempo libero suona pure il bandoneon  e  ha una caratteristica particolare: è molto sensibile e si lascia guidare in ogni cosa che fa da questa particolare dote sviluppata in ogni campo. E’ incredibile come in poco tempo Marek, questo il suo nome, sia entrato nella mentalità giusta per affrontare un’avventura come la canoa slalom. Ha abbandonato l’idea di fare manovre studiate su qualche video di gare su internet  e ha lasciato libera la sua qualità migliore: ascoltare il suo corpo muoversi all’interno di un kayak nell’acqua. Una sua ricerca personale che lo porta di volta in volta ad inseguire il feeling con acqua e scafo senza affannarsi ad imparare manovre su manovre che viceversa arriveranno con la pratica, lasciando liberi i suoi  recettori di percepire dall’acqua ogni emozione e sensazione. Solo entrando in questa modalità acquisiremo una capacità di crescere e gestire i movimenti che saranno la risposta giusta alle esigenze che si presentano di volta in volta.  Se lo compariamo al tango è come dire che prima di imparare a camminare in connessione con la propria ballerina e la musica iniziassimo da ganci e volcade! Insomma la strada che sta percorrendo Marek, che richiede impegno e dedizione è sicuramente la più dura, lunga e difficile, ma sarà quella che potrà alla fine portare grandi soddisfazioni.

Occhio all’onda!



0 all'organizzazione e 10 al Boarding Slalom ICF

Per fortuna che alla fine ci sono gli atleti che ci fanno dimenticare quanto può essere triste e povero un Campionato del Mondo se organizzato senza passione e amore per uno sport che vive principalmente di questi due grandi sentimenti umani. Il mondiale di Rio, che è da considerare la 40^ edizione iridata assegnata e la 39^ disputata, sarà ricordata come un evento riservato solo agli addetti ai lavori, una sorta di finale a porte chiuse come quello che successe al Napoli di Maradona nel 1987, quando al Bernabeu contro il Real Madrid, in quella che allora si chiamava Coppa dei Campioni, si giocò a porte chiuse lasciando tutta la tifoseria fuori dallo stadio a causa degli incidenti di qualche giorno prima. Tanto per la cronaca il Napoli perse 2 a 0,  gol di Michel al 18’ e autogol di De Napoli al 76’. 
A Rio si sarebbero dovute fare altre scelte rispetto a quelle adottate. Si doveva privilegiare e considerare di più gli atleti che all’arrivo non avevano a disposizione neppure un bicchiere d’acqua fresca o una zona dove potersi cambiare tranquillamente invece di quel grande "open space" in cui le parti intime venivano messe a nudo nel vero senso della parola.  Tecnici costretti a lavorare in sala video come fossero dentro un formicaio, servizi igienici insufficienti e i pochi mal funzionanti.  Completa assenza delle bandiere delle nazioni partecipanti sul campo di gara, segno di mancato rispetto nei confronti di tutti i paesi che hanno speso soldi, e tanti, per essere presenti e per gareggiare senza un minimo di riconoscimento. Siamo arrivati pure all'assurdo  di optare al momento della premiazione e dell'inno per uno sventolio virtuale su uno schermo; mentre agli atleti, nel paese della « natureza » per antonomasia non sono neppure stati offerti dei fiori. Sarebbe stata bella, facile ed econimica l'idea di offrire almeno dei cesti di frutta.
Abbiamo toccato il fondo sotto molti punti di vista considerando la completa assenza di  pubblico sul campo che rendeva l’atmosfera decisamente spettrale. La gente non può arrivare se non si pubblicizza l’evento in maniera adeguata e non mi si dica che anche questo ha un costo visto che chi ha organizzato e cioè la Federazione Brasiliana di Canoa, ha uffici e personale a disposizione 12 mesi all’anno e il direttore dei grandi eventi, e quindi anche di questo mondiale, Sebastian Quattrin,  certo non è uno sprovveduto.  Si pensi che nemmeno nel diretto circondario di Deodoro la gente era a conoscenza di questo evento di portata mondiale. Nessuno striscione, neppure all’entrata del Campo Olimpico per non parlare nel resto di una città che fa, dichiarati nel 2010, oltre 6 milioni di abitanti! Soldi? Problemi di sicurezza? Per favore non prendiamoci in giro e non prendiamo per i fondelli gli atleti che hanno diritto di disputare un mondiale con tutti i carismi che un mondiale deve avere.  
Non dico nulla sul merchandising perché nulla c’è da dire. Gli atleti, gli allenatori, i dirigenti e i pochi spettatori arrivati dall’Europa come francesi, tedeschi e inglesi (il papà di Davide Florence non può mancare altrimenti non si fanno le gare)  sono tornati a casa senza neppure un gadget,  una maglietta o un berrettino. Anche volendo acquistarli era impossibile visto che   solo allo staff organizzativo e ovviamente i giudici presenti era stato concesso l’onore di avere almeno una maglietta con il logo del mondiale. Vogliamo parlare del logo? Semplicemente di una banalità assurda,  un tentativo mancato  di trovare un aggancio tra la  città che ospitava il campionato del mondo con il profilo del «Pan de azucar» e la teleferica o meglio «bondinho» come la conoscono i carioca, e il Campionato del Mondo di  slalom.  Anche il carattere utilizzato avrebbe potuto essere quello che fu già di Rio 2016 e cambiando solo la data si sarebbe fatto un diretto collegamento ai Giochi Olimpici disputati sullo stesso canale solo due anni prima. Un simbolo adatto più ad un raduno canoistico che ad una competizione di così alto livello.
Dicevo che per fortuna gli atleti ci hanno regalato momenti indimenticabili grazie alla loro professionalità e voglia di vita che va oltre ad ogni inghippo organizzativo. Poi ci sono stati i Team Nazionali che hanno sopperito a tutte le mancanze organizzative cercando di mettere i propri atleti nelle migliori condizioni per esprimersi in acqua.
Da elogiare viceversa  il grande sforzo di chi dirige a livello internazionale il movimento dello slalom costretto ad operare in condizioni assurde andando a risolvere i più banali dei problemi che un Comitato Organizzatore deve conoscere e risolvere per suo proprio conto. Sicuramente l’ICF, che ha anticipato diverse migliaia di euro, ha fatto dei veri e propri miracoli per non cancellare un mondiale che se non disputato certo ci screditava agli occhi del CIO in maniera molto pesante. 
Archiviamo così il terzo mondiale assoluto disputato in Brasile (Tres Coroas 1997, Foz do Iguaçu 2007 e Rio 2018), guardiamo avanti e fiduciosi prepariamo la selezione Olimpica 2019 in una La Seu che certamente non ci deluderà fosse solo per rispettare una tradizione nata oltre 25 anni fa.

Occhio all’onda!  


Il logo scelto per il mondiale di slalom numero 40 
 
Area atleti


Onore al campione del mondo Franz Anton

Il prossimo 23 ottobre Franz Anton festeggerà il suo 29esimo compleanno e per la prima volta da Campione del Mondo assoluto della canadese monoposto slalom. Il tedesco nato a Lutherstadt Wittenberg nell’alta Sassonia quella che era un tempo Germania dell’Est, ha stupito il mondo a Rio grazie ad  una discesa pressoché perfetta senza sbavature e con una regolarità che lo ha portato alla vittoria. La vera chiave del suo successo o meglio la vera differenza con i suoi avversari che Franz Anton opera è nella combinazione 20 - 23. Qui il tedesco ha costruito la sua vera vittoria credendo fermamente nella possibilità di portare a casa un grande risultato.  E’ stato l’unico finalista in questa categoria a non sbagliare in una quaterna di porte non facili, ma soprattutto molto insidiose se non fosse altro per il fatto che gli atleti  ci arrivavano provati. La lucidità e il coraggio di provarci erano le due qualità necessarie per portare a casa un grande risultato, cosa non riuscita al favorito assoluto Alexander Slafkovski che entrava nella 20 con un vantaggio su Anton di 78 centesimi che era andato crescendo dopo l’intermedio a metà gara di 16 centesimi. Gli errori, del numero 2 del ranking mondiale nonché vincitore della Coppa del Mondo 2018 (ne aveva già vinte due 2012 e 2016),  nascono  da un’uscita troppo diretta dalla risalita 20 che lo costringe a tentare il recupero con un estremo debordè dopo la discesa 21. Non gli riesce completamente e finisce contro il palo  di sinistra incappando nella penalità e una volta estratto il colpo, nell’estremo tentativo di non toccare finisce lungo sulla 23. Perde in questa frazione 2 secondi e 52 decimi oltre ai 2 secondi di penalità inevitabili: 4 secondi e 32 troppi anche per lui per sperare ancora in una medaglia.
Di tutt’altra finitura tecnica la combinazione finale messa in scenda dal teutonico sposato con Rebecca Juttner, fotografa ufficiale della squadra tedesca. Infatti Anton esce anche lui diretto verso la 21 ma sull’acqua che monta dopo il buco ci piazza una frenata decisa dal suo lato e la cosa lo proietta bene sulla prima discesa e gli permette di essere in anticipo sulla 22. Qui ha tutto il tempo per cadere nel buco seguente e spingersi verso la risalita 23. 

Il  cammino di Franz Anton alla finale non è stato così semplice come sicuramente lui avrebbe voluto. Dopo la prima manche di qualifica era 40esimo con un tempo decisamente alto - 97,53 - al quale si aggiunge pure un tocco, quindi è costretto a passare dai ripescaggi.  In seconda manche però riesce a migliorarsi di 5 secondi e 92 decimi che significa secondo posto e passaggio in semifinale. Qui si qualifica per la finale con il 6^ tempo conquistando così la sua  quarta finale in un Campionato del mondo. Una serie iniziata nel 2014 negli Stati Uniti dove si mise al collo un bronzo dietro a Lefevre e Savsek, proseguita  poi ai mondiali di Londra con un 8^ posto, quindi 9^ alla prova iridata di Pau per arrivare al titolo quest’anno con una gara superlativa. Costruita ad hoc la stagione di Franz Anton che lo ha visto in secondo piano per tutta la prima parte di Coppa (15^Europei a Praga - 23^ a Liptovosky, 16^ a Krakow e 17^ ad Augsburg)  per poi vederlo protagonista in tutta la seconda parte: a Tacen in Slovenia è 3^ , una settimana più tardi in Spagna a La Seu d’Urgell finisce secondo, per andare a vincere i mondiali su quel canale che ai Giochi Olimpici  nel 2016 lo aveva visto tra i protagonisti in C2 con il suo compagno Jan Benzin. Vinsero la semifinale e chiusero al 4^ posto perdendo il bronzo per 0,34 dai francesi Klauss/Peche.  
 

C’è anche un altro  aspetto interessante in questo campione del mondo ed è la sua capacità di migliorarsi tra manche e manche. Lo ha fatto ancora tra semifinale e finale dove è riuscito ad abbassare il suo tempo da 100,73 a 97, 07.  Una qualità decisamente importante per riuscire a raggiungere certi traguardi sportivi.
 
Occhio all’onda! 



K1 uomini una finale senza possibilità di replica












 

















I recenti campionati del mondo di slalom, da poco conclusi a Rio de Janeiro, sul canale olimpico, ci offrono spunti di riflessione per analisi tecniche.
Partiamo dal Target Time (TT) e cioè prendiamo la somma degli otto migliori intermedi  fatti registrare in semifinale o finale da una rosa di sette atleti, di cui tre sono i vincitori delle medaglie. Dopo la semifinale il TT era di 87,88, mentre  dopo la finale questo riferimento si è abbassato a 85,85 con una percentuale di potenziale miglioramento ribassata dell’2,3%.
Queste informazioni ci forniscono molti dati, ma andiamo per ordine.

E’ evidentemente che gli atleti in finale conoscono meglio il tracciato e possono trovare soluzioni tecniche più veloci confermate dal rilevamento degli intermedi.
Il vincitore ha solo due intermedi migliori di tutti e sono gli ultimi due (siamo intorno ai 10 secondi totali, mentre il secondo classificato ha un solo miglior tempo assoluto, il terzo e cioè dopo circa 30 secondi di gara, mentre il terzo classificato ha i primi due intermedi come migliori assoluti.
I dati cronometrici confermano che  non si vince con la miglior prestazione assoluta per ogni singola frazione di gara, ma si vince o si prendono medaglie con una prestazione che ha una somma di percentuali più vicino alla miglior prestazione singola.  Logico si potrebbe pensare, ma non sempre è così perché molto spesso l’errore comune è quello di ragionare su singole situazioni tecniche trovando la soluzione nell’ottica di quel singolo tratto. Viceversa i dati confermano che la vittoria e le medaglie arrivano da una costante, attenta e accorta strategia di gara nel suo complesso.  

Il tempo del vincitore 89,69 è  a 3,84 secondi  dal TT assoluto che vale un 4,47% dall’ideale  performance.  Questo dato secondo il mio modo di vedere e di analizzare le gare è molto, molto significativo, perché ci può dare la dimensione di come dobbiamo affrontare la gara dal punto di vista tattico e strategico.
Hannes Aigner, il tedesco  29enne vincitore nel k1 uomini, certo non è uno sconosciuto considerando che ai Giochi Olimpici di  Londra 2012 fu bronzo e a Rio rimase giù dal podio per un 0.03 cioè per un qualcosa non quantificabile. A distanza di  due anni  si prende una bella rivincita proprio su Jiri Prskavec che lo aveva lasciato giù dal podio a Rio nel 2016.

La gara del tedesco è molto regolare, subisce una accelerazione impressionante all’uscita della porta numero 3 fino alla porta numero 4 dove guadagna 0,72 su Prskavec. C’è un video (cliccare qui per visualizzarlo) molto interessante che mette in sovrapposizione Aigner e Prskavec e si nota decisamente come il teutonico all’uscita della porta 3 guadagna metri sul ceco che alla fine arriverà secondo. Aigner è costantemente sotto il secondo di distacco dal target time per i primi sei intermedi, riuscirà negli ultimi 10 secondi di gara a far registrare pure due migliori split-time di tutta la gara. Ha solo un tentennamento ed è all’entrata della risalita numero 20, ma seppur in evidente anticipo riesce a rimettersi in assetto grazie ad un colpo largo di sinistro seguito da una rotazione di spalle verso l’interno infilando il fianco della sua coda in acqua per cercare di stabilizzare lo stesso scafo imprimendogli però rotazione al fine di scappare via dalla risalita. 125 sono le pagaiate messe in acqua  dal tedesco  per vincere questo mondiale che certo non si presentava facile per nessuno.

Due ulteriori considerazioni: la prima è che Jiri Prskavec sia sceso in finale con l’idea di portare a casa una medaglia e non tanto per cercare la vittoria finale. Il ceco, classe 1993, già campione del mondo nel 2015 e tre volte campione d’Europa evidentemente ha guardato più al futuro che a prendere il massimo dal momento stesso, considerando il fatto che questa sua medaglia gli permetterà di avere già assicurato un posto in squadra per il 2019 e così potrà presentarsi ai mondiali di La Seu d’Urgell veramente preparato con il solo obiettivo di vincerli per andare diretto ai Giochi Olimpici di Tokyo. Poi la sua soddisfazione l'aveva già conquistata poche settimane prima vincendo la sua prima Coppa del Mondo.  Se gareggi per la Repubblica Ceca questi conti li devi assolutamente fare perchè essere l'atleta che rappresenta questo paese ai giochi a cinque cerchi la tua olimpiade la devi vincere in anticipo sui tuoi compagni di squadra!
La seconda considerazione è su Peter Kauzer che, come lui stesso ha dichiarato a fine gara, a Rio era andato solo per vincere, null’altro poteva interessarlo. La sua condotta di gara lo testimonia; infatti fino alla 15 era decisamente in vantaggio su chi poi si è messo le medaglie al collo. Favoloso ancora nel traghetto 15-16 poi entrando nella risalita 20 tocca il fondo con la pala destra, si sbilancia e tocca il palino interno della stessa risalita. Qui capisce che la sua impresa è messa a rischio e prova a forzare, affronta la 21  troppo da sinistra e va diretto  nella 22. A questo punto però si accorge che non riuscirà a ruotare la sua gialla canoa verso l’ultima risalita e prova a frenare profondamente con il sinistro in acqua. Troppa velocità e anche per un campione come lui si dimostra essere decisamente impossibile recuperare la linea ideale e finirà fuori dalla porta in discesa. 

Occhio all’onda! 




4 medaglie ad un mondiale: record uguagliato da Mallory Franklin

Io spero tanto che Mallory Franklin non me ne voglia se non ho ancora parlato di lei, ma lo faccio ora con immenso piacere perché le sue gesta sono sicuramente ispirazione per scrivere poemi di raffinata letteratura epica. I motivi per farlo sono tanti  primo fra tutti per quello che ha fatto vedere in Brasile sul canale Olimpico dove  ha gareggiato senza risparmiarsi e le sue 4 medaglie vinte ne sono la vera infinita e sublime conferma: oro nella gara a squadre nella canadese con le compagne Woods e Forrow,  due argenti individuali nel kayak e nella canadese e  bronzo nella gara a squadre in kayak con Pennie e Woods. Il secondo motivo per cui questa splendida e raffinata ragazza nata 24 anni fa a Windsor nel Berskire dove « the British Royal Family » ha una delle sue residenze ufficiali, è per quel suo elegante e raffinato stile di pagaiata che tanto mi riporta alla sua connazionale  Elizabeth Sharman, colei che io ho sempre considerato  una vera e propria regina dello slalom. Quindi la giovane Mallory, che ha avuto solo la sfortuna (mi verrebbe da dire qualcos’altro però!) di trovare sul suo cammino Jessica Fox, sicuramente eredita dalla Sharman infinita classe e stile e non solo in canoa. Se la più anziana britannica (campionessa del mondo K1 slalom 1983 e 1987) ha dimostrato la sua ecletticità anche sulla barca da velocità partecipando alle olimpiadi di Seul nel 1988 in K2 500 metri, la giovane Franklin di talento ne ha da vendere considerando la sua infinita bravura anche nella canadese monoposto, novità non certo per lei già campionessa del mondo lo scorso anno a Pau. Quest’anno in C1 in tutta la stagione ha avuto una sola défaillance (per dirla alla francese) nella gara di Cracovia dove non è entrata in finale, per il resto solo podi e successi finendo costantemente dietro alla sua coscritta australiana: le due infatti sono  distanziate dalla nascita di soli 8 giorni, e cioè Jessica Fox è nata l’11 giugno e Mallory il 19 giugno 1994.  
Mallory è stata un talento da subito infatti a soli 12 anni  era l’atleta più giovane di sempre ad entrare nella «UK's canoe-slalom Premier Division», ma certo non è stata fortunata considerando che dopo gli Europei di categoria nel 2013 ha avuto problemi con la sua schiena e l’anno successivo non ha partecipato ai mondiali negli States per un problema al ginocchio. Poi piano piano si è ripresa e oggi è la Mallory che tutti noi apprezziamo, capace di uguagliare il record di medaglie ad un mondiale assoluto cosa riuscita prima di lei solo a Fabien Lefevre a Bratislava nel 2011. E' sicuramente un esempio da imitare ed è oggi  una  protagonista assoluta nel settore femminile. E’  allenato dall’amico Craig Morrison, tecnico di raffinata sensibilità, e ovviamente fa parte di quel programma speciale che gli inglesi stanno portando avanti senza risparmio di sterline e mezzi.

A Rio il TEAM GB è salito sul podio sempre individuale e a squadre.  Unica assenza nel K1 uomini dove il loro campione olimpico in finale ha fatto  registrare il miglior tempo assoluto, ma le due penalità lo hanno piazzato solo in quinta posizione finale.

Occhio all’onda! 


Craig Morrison coach di Mallory Franklin.

Gli dei hanno la precedenza

I saluti e gli abbracci sono  sempre emozionanti perché ti riportano in un istante al senso della vita. Tra questi ci sono gli addi perché con qualcuno hai la certezza che difficilmente le strade torneranno ad unirsi.  Ti fanno capire però  che hai la fortuna di vivere costantemente un sogno che si concretizza e prende colore e forza in una discesa tra paline, onde e pagaiate: una frazione di tempo circoscritta che prepari con cura per un anno intero e che appena finisce non vedi l’ora che possa ripartire per una nuova avventura, per una sorta di nuova vita arricchita dell’esperienza maturata. 

Le lacrime versate oggi da Jessica Fox scendendo dal gradino più alto del podio della C1 donne, al termine di un mondiale che l’ha vista protagonista indiscussa, 
non erano di sola gioia, ma liberavano le emozioni, le tensioni, le paure, le difficoltà che questa splendida ragazza poco più che ventenne ha accumulato in questa stagione  che ha dominato dall’inizio alla fine con una grandezza che non ha uguali. L’ho capito però solo quando sono andato a complimentarmi con lei : “Ettore è stata una settimana difficilissima - mi diceva  con una voce ancora segnata dall’emozione del pianto mentre  mentre l’abbracciavo e ha aggiunto - non pensavo fosse così duro“. Eppure lei, che ci ha abituati a queste imprese, ma soprattutto ci ha insegnato che si vince sì con il sorriso, ma lavorando duramente e credendo nei sogni, ha lottato su ogni pagaiata in ogni fase di questo infinito e stressante mondiale. Nella finale del  Kayak sembrava fosse tutto perduto alla porta 21, tutti ne eravamo convinti e l’urlo di stupore uscito naturalmente all’unisono dai presenti lo confermava,  eppure con un guizzo miracoloso, la figlia della Volpe, ha ripreso in mano la situazione come nulla fosse successo, riportando la sua canoa rossa e nera sulla giusta linea per entrare veloce sull’ultima risalita. A quel punto,  con quel  gesto, paragonabile solo alla bellezza infinita espressa nei dipinti di Picasso futurista, ci siamo resi conto che alle sue avversarie non sarebbero rimaste che le briciole, perché lottare contro le divinità è impresa impossibile per chi è ancora umano. 24 ore più tardi si presenta al via non più seduta sul suo guscio, ma in ginocchio e dopo 109 secondi e 07 decimi dalla sua partenza e dopo aver fatto 6 cambi di lato di pagaiata ha la certezza che a salire sul gradino più alto del podio sarà ancora lei per la sua quarta volta nelle sette edizioni disputate di un  mondiale nato nel 2010.

Per parlare della canadese e del kayak in versione maschile ci sarà tempo visto che gli dei, in questo caso le dee, hanno la precedenza assoluta su tutti e tutto.


Occhio all’onda!