La Teoria è una cosa fantastica!

Dopo una giornata sul fiume a seguire gli atleti arrivano sempre le riflessioni che a volte vengono fatte a voce alta e condivise!

La teoria è una cosa fantastica che nutre chi pratica non ha!  Abbiamo  milioni di teorici in tutto e su tutto  e anche la canoa ha ovviamente i suoi! Lo confesso ho invidia per queste persone che si sentono competenti su ogni cosa e i nostri dubbi per loro sono solo  sinonimo di certezze.  
Io di mestiere faccio l’allenatore di canoa, ma più specificatamente allenatore di canoa slalom in pratica non mi sento un « tuttologo », posso parlare e mettermi in discussione sul tema slalom e annessi, ma per tutto ciò che riguarda il resto rimango sempre in ascolto e cerco di imparare.  Credo però di avere un altro grande problema: mi chiedo sempre cosa si possa fare per migliorare, ne parlavo giusto ieri con Alviano Mesaroli che è venuto a trovarmi al  Club e così abbiamo pranzato assieme tra un allenamento e l’altro. Con Alviano abbiamo lavorato assieme per molti anni e ogni volta dopo aver concluso una gara, un raduno, un allenamento la nostra ricorrente domanda era sempre la stessa: che cosa possiamo fare per far migliorare i nostri atleti.  I teorici invece hanno certezze assolute, ma soprattutto non hanno domande, ma solo risposte calate dalla loro sapienza presentate con arzigogolate parole che girano e girano attorno senza mai atterrare da nessuna parte.
Dicevo… nessun dubbio anche se magari alla richiesta di farci capire da dove  arriva tutto questo sapere, chissà magari sono stati atleti di alto livello in chissà quale vita o continente, oppure hanno formato giovani atleti che poi hanno sbalordito il mondo sportivo e non solo, non ci rispondono e si trincerano dietro al diritto di poter  esprimere le loro opinioni in merito. Diritto sacrosanto e doveroso, ma da esprimere al bar con amici di pari ceto e livello e non certo per assumere ruoli o mansioni creando problemi e facendo allontanare brave persone disposte con umiltà a collaborare.

Altra mio limite è quello di non capire chi riesce  a ricoprire più ruoli nello stesso momento, tanto più se si tratta di cariche arrivate dopo aver chiesto alla gente fiducia e voti.  Mi sembra una mancanza di rispetto verso coloro che hanno dato il loro consenso e appoggio per migliorare la nostra società. Ruoli che necessitano di un impegno costante e che molte volte sono a centinaia di chilometri di distanza. L’allenatore, a mio modo di vedere, ha necessità di tempo per mettersi in ascolto, per osservare, per capire e quindi intervenire in un processo lungo e meticoloso che si sviluppa solo con la costante presenza e condivisione.
Il politico diciamo che dovrebbe avere la stessa funzione per intervenire solo dopo aver veramente capito e partecipato alle problematiche della gente.
Io ho necessità di montare qualche volta ancora in canoa per non dimenticarmi e per non allontanarmi dalle problematiche che puoi capire solo se effettivamente le tocchi con mano, nel nostro caso solo se metti il culo sull’acqua che corre!

Occhio all’onda!

TARGET TIME


Per un allenatore è importate avere riferimenti precisi per capire dove intervenire e che suggerimenti dare al proprio atleta. Sicuramente valgono  molto le sensazioni che si vivono sul campo e conta molto pure l’esperienza che ti permette di vedere oltre il momento stesso, relazionando la eventuale problematica in un processo evolutivo e di crescita. Certo è che avere degli aiuti per approfondire le varie realtà  potrà facilitarci il lavoro. Sostanzialmente possiamo avvalerci di dati oggettivi come tempo e penalità, mentre le riprese video diventano  di supporto per avere conferme o meno sulle idee che ci siamo fatti durante l’allenamento.
Tempi e video, a mio modo di vedere, vengono sfruttati in maniera diversa dall’allenatore e dall’atleta stesso. Dal punto di vista di chi sta sulla riva e non ha il culo in acqua i tempi e gli  intertempi possono avere diverse chiavi di lettura e possono scindersi e integrarsi uno nell’altro al fine di raccogliere informazioni che ci fanno capire il vero potenziale di un atleta e su che cosa dobbiamo fare senza però correre nell’errore di affidare tutto esclusivamente ai tempi.
Prendiamo il caso di un allenamento come quello di   «simulazione gara» dove possiamo avere intermedi tra risalita e risalita, oppure anche tra porta e porta, quindi se prendiamo per ogni discesa un minimo di 6  intermedi (start/prima risalita - risalita/risalita - risalita/finale) più il tempo totale avremo una serie di dati per ogni discesa che possiamo confrontare tra loro per ogni prova. Se poi su 3 o 4 discese scegliamo il tempo migliore per ogni intermedio e li sommiamo avremo quello che chiameremo «target time» (TT) . Questo dato ci darà il vero potenziale di quell’atleta su quel percorso. Mettendo questo dato a confronto con il migliore tempo realizzato sul percorso intero dallo stesso possiamo ottenere la percentuale di «Potentional Improvement» (PI).
Un altro dato interessante è quello di far fare all’atleta il percorso diviso in sette parti per andare a scoprire la massima velocità che si potrebbe fare su ogni tratto se preso singolarmente e una volta comparato con quello che invece è l’intertempo sulla prova lunga ci farà capire la percentuale di differenza con cui lo stesso atleta affronta il percorso lungo e quello breve idealmente nelle migliori condizioni fisiche e tecniche. Questo è un elemento molto utile per calcolare le strategie da suggerire agli atleti in gara. Raffrontando poi uno con l’altro riusciremo a capire anche quanto può incidere la preparazione fisica e quanto viceversa incidono strategia, coscienza e determinazione al fine di una manche perfetta (The Ultimate Run - famoso titolo del libro di Bill T. Endicott ).

Se noi prendiamo i dati riportati nella foto in apertura,  che si riferiscono a una allenamento di simulazione run fatto da  Raffaello Ivaldi in C1,  possiamo vedere:

- la percentuale di distacco dal miglior K1 -  4,0%;
- il Potential Improvement  - 2,1%;
- il maggior distacco negativo è nelle prime 4 porte (se questo dato viene poi messo a confronto con tutte le prove che si fanno nel corso della stagione o di un periodo specifico, possiamo capire se diventa una costante oppure se è un fattore determinato magari da una combinazione particolare solo in quel determinato percorso. Se la cosa si ripete abbiamo elementi interessanti da analizzare e capire); 
- dopo poco più di 60 secondi di gara c’è ancora un distacco negativo importante in un tratto di acqua facile che avvantaggi sicuramente i K1 rispetto ai C1 (idem per quanto sopra specificato tra parentesi).                                 


Se poi tutti questi dati li raggruppiamo su una tabella complessiva riportando tutte le prove per questo tipo di allenamento possiamo avere degli indicatori precisi  che ci vanno a monitorare l’atleta stesso nel corso della stagione o degli anni (TAB. 2). 


TAB. 2




A conclusione sottolineo e ripeto il fatto che non dobbiamo mai prendere i tempi e  legerli in modo  asettico  e magari solo matematicamente. Questi elementi viceversa hanno una loro profondità nel farci capire bene i punti chiave su cui lavorare.

Occhio all’onda!

Cambio mano


Mi piace immensamente la riflessione dell’amico Antonio Armosino che tra le altre cose dice:

 « …Io non ci sto neppure a questo.
Io guarderei più in basso.
Io guarderei a noi.
Se vedo come parcheggiamo,
come usiamo le nostre strade (a piedi o in macchina),
come usiamo o NON usiamo i nostri cestini….
se vedo come usiamo il nostro posto di lavoro,
se vedo quante volte ci ricordiamo di chi ci paga realmente lo stipendio....
Se vedo con attenzione tutto questo io,
per tutto l’oro del mondo, vorrei mai e poi mai essere il capo di gente così.
Altro che vitalizio » .


Non vorrei essere quindi il buon Mattarella in questo momento così incerto sulle sorti del  leader che dovrà guidare il nuovo  governo, ma noi dobbiamo occuparci a  fare al meglio il nostro lavoro ed essere coerenti ed operativi come sempre, inutile perdersi in se e ma, perché così si fa poca strada. La positività e l’energia deve essere contagiosa solo così possiamo aspirare a vivere intensamente i nostri anni su questa terra.

Sempre aperto il grande dibattito sul cambio lato di pagaiata nella canadese femminile. Problematica però che sembra  anche interessare i colleghi uomini. Avevo già scritto che in occasione degli Australian Open il campionissimo David Florence aveva cambiato lato ben tre volte nelle sue discese di semifinale e finale. Cosa che avevamo visto fare anche al transalpino Martin Tomas che ha come lato principale il sinistro, ma nel corso della finale ha        «switchato» per il lato opposto. Il francese ha fatto registrare pure il miglior tempo peccato per lui le due penalità di troppo (porta 1 e porta 10), che lo hanno collocato in quinta posizione nella gara vinta dal campione olimpico Denis Gargaud. Incuriosito della cosa pure Raffy sta provando a cambiare quando è decisamente più veloce fare una combinazione sul lato opposto, anche se il veronese, in forza da qualche mese alla Marina Militare, lo utilizza soprattutto per velocizzarsi nei tratti diritti dove i sinistri riescono a spingere meglio la loro canoa.  Vedremo nel futuro i successivi sviluppi.

Le donne in canadese, viceversa, lo usano costantemente e qui però c’è chi, questo cambio di mano, lo sa far sfruttare anche per agevolare la rotazione, chi invece la rotazione la blocca proprio per passare a pagaiare sul lato opposto. Guardando soprattutto Jessica, che ritengo in questo momento due spanne sopra tutte le altre sue avversarie in questa specialità,  il cambio mano diventa un momento decisamente positivo per la sua azione propulsiva, infatti avviene solo dopo aver spinto la barca avanti e mai da una manovra di rotazione o di mezza pagaiata. Questo le permette di mantenere e dare velocità alla barca oltre al fatto di  avere momenti di recupero che vengono sfruttati per mettere a punto la rotazione nel passaggio aereo della pala.  La sottile alchimia è saper sfruttare il passaggio per recuperare e per ruotare senza perdere velocità e contatto con l’acqua. 
La differenza con le altre è la scelta del tempo in maniera perfetta, non ha cioè tentennamenti che invece si notano in altre atlete.  Tutto ciò le è possibile grazie all’enorme equilibrio che questa atleta ha sulla barca.  Equilibro che probabilmente arriva dalla sua acquaticità acquisita fin da piccola, ma se ci si pensa lei non fa altro che rispettare il principi della bicicletta che non sempre devi pedalare se il mezzo comunque sta andando. Molto spesso si vuole forzare troppo la mano puntando sulla frequenza, mentre è una azione pulita e decisa che porta la nostra canoa ad essere veloce e in mezzo alle porte.

Occhio all’onda! 


PS  - nel prossimo post parliamo di TARGET TIME -