Un piccolo ricordo di Raimondo D'Inzeo

Raimondo D’Inzeo lo vidi gareggiare all’Arena di Verona. Ero piccino e il mio papà ogni anno mi portava all’anfiteatro per guardare da vicino quelli che erano considerati dei veri e propri eroi dello sport nazionale. A quel tempo, nella mia città,  si organizzava un concorso ippico piuttosto famoso e arrivavano cavalieri da ogni dove per gareggiare in quello splendido scenario. Se non ricordo male era inserito nell’ambito della FieraCavalli e per noi era un’occasione per fantasticare su un mondo decisamente lontano dalla nostra consuetudine. Certo è che  vedere da vicino Pietro e Raimonodo D’Inzeo con  Graziano Mancinelli saltare ostacoli, che a me sembravano veri e propri muri, ti faceva sempre piacere e restavi incantato da quanto alto si può andare con un cavallo. A stupirmi non ero solo io considerando il fatto che specialmente sugli ostacoli più difficili al salto seguiva un "Ohhhhhhh" di assenso o di paura da parte di tutto il pubblico. Poi ero incantato dalle gabbie che per quell’occasione molte volte ricordavano le opere liriche. Mi faceva impazzire la “riviera” come nei 3.000 siepi nell’atletica leggera. I cavalli atterravano dopo un salto alto, alto, lungo lungo e colpivano la nuda terra con un tonfo che faceva vibrare tutti sugli spalti che erano sistemati giusto a ridosso della pista. Mi ricordo che le gare duravano qualche giorno e mi ricordo anche di un acquazzone durante le prove. Per evitare il peggio ci riparammo sotto gli arcovoli dell’arena. Fu allora che incontrai a tu per tu il leggendario vincitore olimpico di Roma 1960  Raimondo D’Inzeo. Ci passò accanto camminando come noi mortali e mi rimase impressa l’espressione di mio papà che lo guardò a lungo mentre lui stava discutendo a voce alta con un'altra persona. Poco tempo più tardi parlando di quell’episodio con degli amici mio padre raccontò che quell’incontro lo sconvolse non poco considerando il fatto che l’eroe a cinque cerchi nell’immaginario collettivo era un uomo alto e dal comportamento nobile, ma in realtà giù dal cavallo era più piccolo di quello che si potesse immaginare e la sua camminata non era certo quella di un re, se pur appiedato. Mio padre aveva avuto la mia stessa impressione. Sorrisi e confermai la stessa versione ai commensali i quali per la verità non diedero un gran peso alle mie parole. I due fratelli gareggiavano con le loro divise di ufficiali  il primo di cavalleria e il secondo della benemerita, e mi chiedevo sempre il segreto dei loro berretti che nonostante la velocità  e i vari salti restavano fissi sulle loro teste. Poi arrivavano alla fine della manche e invece di togliersi il copricapo, come facevano gli altri fantini, portavano la mano destra al cappello, come giusto che fosse considerata la divisa e il loro stato di militari, rendendo onore alla giuria.  
Era tempo che non sentivo parlare dei D’Inzeo, oggi purtroppo la brutta notizia della scomparsa di Raimondo che ci lascia, ma porteremo dentro di noi la sua vita vissuta per lo sport con le sue otto partecipazioni olimpiche, le sue medaglie e i suoi titoli iridati. Ecco questo il mio ricordo di quest’uomo che se pur semplice e veloce ha lasciato un piacevole e indelebile segno in me. 


Occhio all’onda! 

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