Cile

"È proibito

piangere senza imparare,
svegliarti la mattina senza sapere che fare
avere paura dei tuoi ricordi.
È proibito non sorridere ai problemi,
non lottare per quello in cui credi
e desistere, per paura
..."
Pablo Neruda


Incas, Salvador Allende, l’11 settembre del 1973, Pinochet, la complicità tacita degli  Stati Uniti di  Nixon nel colpo di stato.  Le Ande e la loro maestosità. Una nazione lunga lunga, freddo, neve, natura selvaggia, qualche verso che gira per la testa come “toglimi il pane, se vuoi, toglimi l’aria, ma non togliermi il tuo sorriso” del poeta Neruda e la sua storia che lo porta a vagare per il mondo per scappare alla dittatura. Qualche amico canoista conosciuto alle gare, qualche guida di rafting che  lavora in Val di Sole. Ecco il Cile che era dentro di me fino a pochi giorni fa.  Oggi la visione è decisamente diversa dopo una settimana a Los Andes per i campionati Sud-Americani di slalom seguita da qualche giorno di vacanza sulla costa pacifica. Città come Santiago, Valparaiso e Vina del Mar, che erano solo nomi su un atlante geografico, sono identità chiare che respirano e vivono  stracolme di persone vestite di maglioni pesanti e berretti di lana in questa primavera che aspetta l’estate. Strade piene di gente che cammina con sporte di plastica o borse segnate dal tempo e dall’usura. Strade a volte grandi e a volte più piccole sovrastate da centinai di cavi elettrici che penzolano tranquillamente sfiorando auto e bus. Case, palazzi, negozi, bar, ristoranti, vissuti e senza pretese se non quella di svolgere il loro compito per cui sono nati, così come l’arredamento e come le stesse persone che animano questi locali e che mi riportano indietro nel tempo.
In Valparaiso i muri diventano spazi su cui esprimere la propria voglia di libertà, di colore. Spazi per esprimere emozioni attraverso l’arte della pittura, dei versi, della musica. Ogni superficie conquista la forma e l’energia di chi ha idee per cambiarla. Si cammina tra i colori di un museo all'aria aperta che ti circonda e ti avvolge, diventando a tua volta rappresentazione dello stesso. 
Gente grande, vecchia e piccina ovunque.  Volti che portano con sé indelebile la storia di chi li ha preceduti e che parlano la lingua dei loro conquistatori. Autobus che corrono veloci per portare lavoratori da un luogo all’altro, fermi dopo ogni accelerata per ripetere all’infinito la stessa manfrina. Poi ci sono quei palazzoni a gradoni su una costa che si arrampica e si aggrappa alla montagna. Così per salirci in cima ci sono le cremagliere che hanno un fascino particolare. Poi ci sono i resti dei palazzi coloniali, fatiscenti che testimoniano un passato  segnato da chi qui era venuto per cercare nuovi mondi e nuove ricchezze, magari fregandosene dei  legittimi abitanti.
Le spiagge immense sono animate nei giorni di festa e che danno lavoro a tanti porteñi. Città che si allargano e che crescono seguendo il ritmo di un paese in espansione e orgoglioso mostra ovunque la sua bandiera.
Poi ci sono tanti   cani liberi che girano per la città senza segni bellicosi, rassegnati al loro ruolo di vagabondi  in città che non non si curano di loro, ma che neppure li ostacolano.  
C’è la natura che sa offrire tanto dopo che il Cile si è riscoperto paese vitivinicolo. I suoi rossi sono di ottima fattura e viaggiando dalla cordigliera verso il Pacifico sei circondato da splendidi vigneti che arrivano fino a metà montagna con tanto di canali di irrigazioni. Un  Cile, segnato pesantemente dai terremoti del ’60 e poi nel 2010, è un paese vivo con molta energia e con la voglia di far emergere la propria personalità. Lo capisci non dai numeri che puoi leggere girando su internet, ma lo percepisci chiaramente stanno fra la gente. Lo capisci parlando con la signora della pensione in cui siamo stati che si prodiga di attenzioni e con  orgoglio ti indica dove andare a pranzare o cosa visitare. Gente che parla molto e che ti chiede di dove sei curiosa e con sete di sapere. Ti siedi per una fantastica “empanada” e un signore sulla cinquantina  ti racconta la sua vita. In un attimo ti parla dei suoi dolori, delle sue preoccupazioni, ma anche del suo consapevole ruolo di lavoratore per un Cile libero. Le sue mani confermano le sue parole. Ci parla del periodo della dittatura, ci parla della preoccupazione per i suoi figli giovani che sono circondati dal pericolo della droga e del sesso facile. Ci parla di un amico che ha appena accompagnato al camposanto e non capisce l’odio che a volte si ha con il proprio vicino.

Questo è il Cile che ho conosciuto, vero, umano, aperto e disponibile con la sua gente e con la sua terra. 


Occhio all’onda! 

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