Riflessioni sulle osservazioni di Sirio Cividino

Qualche tempo addietro commentando il post numero 3 su “riflessioni sui campionati del mondo di slalom” Sirio Cividino scriveva: 

1- si è migliorato molto sulle metodiche di allenamento degli atleti top-gamma, tuttavia il bacino di utenza al nostro sport negli ultimi anni non è aumentato significativamente, ciò rende difficile un miglioramento oggettivo di tutto il sistema slalom.

La mia analisi fatta nel post numero 3 di Riflessioni sui campionati del mondo di slalom parte dal 1993 (campionati del mondo in Val di Sole). Avevo scelto questa data, come ho specificato nell’articolo, perché vi erano stati dei sostanziali cambiamenti legati al regolamento. Erano state inserite  le prove di  qualifica e poi due manche di finale. 

Sirio parla di miglioramento delle metodiche di allenamento. Andiamo quindi a vedere statisticamente cos’è successo prima del 1993 risalendo fino al 1979 anno in cui, secondo me, le metodiche dall’allenamento iniziavano realmente a cambiare.

Doverosa una premessa infatti in quegli anni stava nascendo la scuola statunitense che in sostanza cambiò il concetto dello slalom partendo proprio dall’allenamento. Il guru del tempo era l’allenatore William T. Endicott che riassumeva la sua filosofia in questa frase: “se vuoi vincere i campionati del mondo di sollevamento pesi allora usa questo strumento per allenarti. Se vuoi vincere i campionati del mondo di canoa slalom non hai scelta se non quella di allenarti più che puoi in canoa”.
Quindi il concetto era chiaro. Non ci si poteva permettere il lusso di fermarsi di pagaiare praticamente mai. Tanto che lo stesso Richard Fox (terzo a Janquire nel 1979 a soli 18 anni), usava per l’allenamento a secco il pagaiaergometro cinetico da lui stesso studiato e ideato. Mentre le ore in barca, nel suo piano di allenamento, erano ben superiori a tutto il resto per tutto il periodo dell’anno. 
Precedentemente a questa rivoluzione concettuale di come interfacciarsi con  l’allenamento era la classica letteratura sportiva che divideva una stagione agonistica nei mesocicli di: preparazione generale, preparazione specifica, periodo pre-cometitivo e competitivo. Chi dettava legge erano i tedeschi e i paesi dell’Est. Loro terminavano la stagione ad agosto (i mondiali erano quasi sempre  a maggio o a giugno) e poi riprendevano a salire in barca più o meno a marzo. Nella stagione invernale si dedicavano, nella prima parte, al miglioramento della resistenza generale con sci di fondo, corsa e chi poteva per questioni climatiche canoa da discesa. Poi si passava a lavorare sulla forza, quindi un periodo di circuiti con sovraccarichi in palestra e piano piano si riportava il tutto in canoa. Questo ovviamente a grandi linee.
Mi sento però di fare una ulteriore precisazione perché gli unici che si discostarono al tempo da queste metodologie erano gli atleti della Germania dell’Est. Loro o meglio la loro organizzazione sportiva, che era all’avanguardia, anticipò la rivoluzione a stelle e strisce tanto che le olimpiadi del 1972 le prepararono in maniera molto specifica. Si venne a sapere, molti anni più tardi, che avevano realizzato un canale uguale a quello di Augsburg per far allenare i propri atleti su un percorso che poi avrebbero trovato ai Giochi Olimpici.  E’ allucinante se si pensa bene a quanto hanno fatto e quanto questo metodo ha regalato a loro con tutte le medaglie vinte a Monaco ’72. Ricordo anche che per non far impazzire e stancare i propri atleti da tanto pagaiare, studiarono un colore che non portasse a questi disturbi. 
Oggi la tendenza è quella di non avere mai periodi lunghi fuori dalla canoa da slalom e tanto meno fuori dai canali o dall’acqua mossa. Regna il concetto di specificità e acquaticità.

Una volta fatta questa piccola premessa l’osservazione di Sirio diventa ancora più interessante anche riguardando il nuovo grafico che ci offre una visone più globale del tutto partendo non tanto dal cambio di regolamenti, ma dalle metodologie dell’allenamento. Ho rivisitato il grafico che parte dai mondiali del 1979 ad oggi (Tavola 1). Un altro grafico è dedicato ai Giochi Olimpici (Tavola 2).

Tavola 1 - percentuali di distacco dal vincitore nel k1 uomini per le altre categorie ai campionati del mondo

Tavola 2 - percentuali di distacco dal vincitore nel k1 uomini per le altre categorie ai Giochi Olimpici





Sirio dice anche un’altra cosa  e cioè il mancato aumento del bacino d’utenza.

Qui si entra in quella che dovrebbe essere la politica sportiva pura. Non posso che dare ragione all’osservazione fatta, ma voglio aggiungere alcune riflessioni.

La prima è legata alla mia generazione di canoisti a livello nazionale. Posso affermare che la mia è stata la prima ondata di atleti “professionisti” nel senso che eravamo pagati dai centri sportivi militari o di polizia per allenarci e per gareggiare. Cosa è successo poi? Semplice molti di noi hanno scelto altre vie e pochi sono rimasti a lavorare per la canoa. Questo ha portato ad un lento, ma immancabile declino di un movimento che aveva iniziato a portare i primi risultati a livello internazionale. Molti di noi, terminata l’attività agonistica, hanno preso altre strade. Alcuni hanno aperto compagnie di rafting, altri hanno proseguito nel servizio in polizia o militare, altri hanno cambiato completamente rotta. Questo ha creato un vuoto generazionale perdendo risorse e grandi potenzialità costruite in tanti anni di attività agonistica di alto livello. La logica avrebbe dovuto portare questo gruppo a dirigere la canoa italiana negli anni successivi. Chi come consigliere federale, chi come allenatore di club, comitato o nazionale,  chi come presidente di società o altri ruoli legati alla nostra attività. Gli attuali consiglieri di settore per la canoa discesa e per lo slalom non hanno alle loro spalle nessun tipo di curriculum sportivo di rilevanza. 
Ma ciò che ancor più sconvolge è praticamente l’incapacità di molti di trasmettere ai propri figli quella che era stata una ragione di vita per molti di noi. Cosa che invece all’estero è cosa comune. Per verificare quanto vi ho detto guardatevi l’ordine di partenza dei campionati del mondo di slalom Junior e Under 23 di quest’anno a Liptovosky o verificate chi guida politicamente e tecnicamente le varie federazioni. 

I fattori che hanno portato a ciò sono molteplici, ma il primo sicuramente è da attribuire a chi non ha creduto di sfruttare queste professionalità.
Questa politica è più che attuale se si pensa che atleti olimpici con medaglie iridate non vengono assolutamente considerati da chi di dovere per essere utilizzati a formare le nuove generazioni o a collaborare alla crescita. Anzi vengo allontanati perché pensanti.

I numeri di praticanti in Italia sono ridicoli, anche se qualcuno pur di restare dov’è cerca di vendere fumo. I club che svolgono una funzione di promozione e di formazione si contano su una mano. I progetti per uscire da questo inghippo non ci sono e non esistono né per il settore agonistico né per il settore amatoriale turistico. Si pensi che è di questi giorni l’idea di trasformare la figura del maestro di canoa (nata nel 1987 e mai più considerata se non sporadicamente) in istruttore per attività fluviali. Questo ultimo passo la dice lunga sulle idee di chi dovrebbe soluzionare  questo stato della canoa slalom italiana. 

Il miglioramento oggettivo di cui parla Sirio Cividino, che se non mi inganno è un illustre cattedratico universitario, deve partire da questi punti:

  1. A chi ha vissuto di canoa e ha conseguito risultati importanti  bisogna offrire la possibilità di restituire quanto gli è stato dato negli anni dalle varie amministrazioni pubbliche e dalla stessa federazioni. A loro bisogna offrire una possibilità di lavoro in questo settore per far sì che la canoa non perda tempo a formare altre figure che tra le altre cose non ci sono o sono ridicole.
  2. Progetti chiari con altrettanti obiettivi precisi. 
  3. Strutture adeguate.
  4. Formazione attraverso veri formatori che hanno esperienza specifica.
  5. Offrire ai nostri giovani la possibilità di studiare e allenarsi con borse di studio che non siano ridicole a anacronistiche come lo sono oggi. 



La seconda osservazione di Sirio è:

a livello di performance l'utilizzo di canali artificiali ha aumentato notevolmente il livello tecnico e la spettacolarità delle gare influenzando forse il fattore velocità pura”.

In parte l’osservazione è condivisibile. L’equivoco nasce da un tentativo di trasformazione dello slalom frenato poi con tanti ripensamenti. Uno per tutti. Alcuni anni fa, dopo innumerevoli riunioni tecniche internazionali, si apriva la possibilità di avere il palo unico. Questo permetteva agli atleti di fare le risalite più velocemente guadagnando sulla velocità e sulla spettacolarità. Si accorciano le barche, più o meno per lo stesso motivo, si riducono  i percorsi di slalom e si propongono tempi di percorrenza inferiori. Il tutto per avvantaggiare velocità e spettacolo. Questo dal punto di vista tecnico facilitava non poco sia l’apprendimento che il raggiungimento di un risultato. Abbiamo assistito  all’avvicinamento fra atleti di alto livello. I giovani iniziavano prima ad insidiare gli atleti con più esperienza.  Si era fatto un passo avanti che poteva essere la chiave per una apertura massima.  Poi il ripensamento: si ritorna preponderatamente alle porte con due pali e i passi fatti avanti ora si fanno per tornare indietro. Semplicemente ridicolo. Non abbiamo la forza, la volontà e le capacità per progredire.  

Una piccola considerazione sui canali artificiali. E’ nota a tutti la difficoltà per riuscire a realizzarne in Italia almeno uno. Bisognerebbe concentrare le  energie prima sulla sistemazione di tratti di fiume per praticare lo slalom. Alcuni esempi sono sotto gli occhi di tutti. Ivrea, Valstagna, Val di Sole, Vobarno e ora Verona sul fiume Adige. Vedo questa opportunità più concreta senza dover aspettare l’ideale che sarebbe ovviamente un canale artificiale a Roma o a Milano. La prima avrebbe anche il fattore climatico che gioca a suo vantaggio oltre ad una offerta universitaria importante.

Noi dobbiamo lavorare per crescere con la base, offrendo ai più giovani la possibilità di essere impostati bene. Se poi si vorrà conquistare le medaglie olimpiche bisognerà preparare la borsa e iniziare a viaggiare. E’ stato così anche per campionissimi che sotto casa pur avendo  canali e strutture, hanno dovuto viaggiare molto per migliorarsi e per restare al passo con i tempi. Esempio illustre il campione olimpico Daniele Molmenti che per molte stagioni invernali aveva preso casa in Australia sul canale di Penrith. 

Occhio all'onda


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