Sempre loro


Lo so che qualcuno salterà sulla sedia sbattendo i pugni sul povero computer su cui sta leggendo. La ragione è semplice: possibile che sto’ scrivano da strapazzo ci racconti ancora delle imprese degli Hochoschoner? Ma, credetemi, se anche voi foste stati sulle rive della Sava non avreste potuto non alzarvi in piedi e correre appresso a questi due fenomeni vestiti di bianco e nero e dallo sguardo imperturbabile. Fin dalle prime pagaiate sull’acqua piatta impressionavano per eleganza e potenza del gesto. Le immagini televisive mettevano a nudo quella luce particolare degli occhi che sembravano cercare solo una cosa: la preda successiva. Pagaiata dopo pagaiata, spinta dopo spinta, con una barca piantata nell’acqua che mai, ripeto mai tentenna e non lascia spazio ad eventuali errori. Nella combinazione 4 risalita a destra e successiva 5 discesa leggermente più a monte sono stati letteralmente perfetti, unici, sublimi. Eppure per loro poteva non essere così scontato visto che Peter, dietro sinistro, non aveva la possibilità di far ruotare la canoa su quel buco che ha un’anima e un unico scopo esistenziale, quello cioè di risucchiarti dentro e divertirsi con chiunque caschi nel tranello... chiedetelo a diverse donne o allo stesso Aigner! Bene se Peter non può c’è Pavol davanti destro a risolvere magicamente quella combinazione. Tutto il resto è stato un conseguente crescendo wagneriano da cavalcata delle Valchirie. Spinte di bacino, equilibrio, assieme, bilanciamento perfetti. Artisti in ogni gesto in ogni movenza. All’uscita della 16 in risalita Pavol ha alzato la pala al cielo e si è fatto traghettare dalla parte opposta dal fratellone... uno, due, tre colpi potenti dal motore posteriore e lui ancora lì con quella pala al vento a godersi la brezza estiva, a godersi quella manche che volge perfetta al desio.
La finale è la fotocopia della semifinale condita ovviamente dalla grandezza di chi è capace di controllare emozioni anche per la manche che assegna le medaglie, cosa che purtroppo non è in grado di fare Jana Dukatova.
La slovacca non ha difficoltà a passare ogni turno con manche pulite sotto ogni aspetto tanto che in semifinale si permette di guardare il tabellone con il tempo e chiudere in surplace. Poi nell’atto conclusivo si perde, è dispersiva, sembra imballata, non è più la Dukatova della prova disputata solo un’ora prima. Che cosa le è successo in questo tempo che è passato tra la semi e la finale? La sua espressione all’arrivo testimonia tutta la sua amarezza.

Il circuito di coppa si trasferisce ora in Francia all’Argentiere su un fiume semi naturale. L’Italia porta anche due ragazzine. Come non dire che a loro farebbe molto meglio stare a Valstagna a lavorare duramente invece di andare a in coppa dove avranno la possibilità di avere in totale solo 3 ore e mezza di acqua con 28 persone (slovacchi, macedoni, greci ed iraniani) e poi due manche!?! Con la presunzione poi di far fare a qualcuna anche la doppia gara in kayak e in canadese.
A questo punto però non bisogna neppure pensare che la responsabilità sia della Federazione, ma delle società che accettano tutto questo senza nessuna ragione di crescita tecnica... semplicemente ridicolo! Tanto più che da Tacen sono tornati a casa tutti piuttosto abbattuti senza una finale e, soprattutto, con le mani nei capelli per non saper più che pesci pigliare. Alcuni tecnici comunque, già da sabato pomeriggio, hanno pensato bene di festeggiare agli stand eno-gastronomici, più eno che gastronomici.

Io con i mie atleti (irlandese, brasiliano, Zeno e Raffy), sono arrivato a Bratislava e mi fermo per una settimana a lavorare duramente sul canale di Cunovo. Non deve essere un’idea tanto malsana visto che qui ora ci sono anche tedeschi ed inglesi che per la seconda gara di coppa usano le squadre B.
Nel frattempo Martikan, ho saputo dai servizi segreti, è a Londra sul canale olimpico. Si allena da solo e per ogni ora paga 400 sterline, ma evidentemente la rincorsa alla sua quinta medaglia olimpica anche per lui ha un costo molto elevato.

Occhio all’onda!

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