Well done Raffy!



Raffy è quello che si dice un C1 nato. Un C1 cioè che non sente assolutamente l'assenza di un'altra pala quando pagaia, desiderio insito in noi K1 quando ci cimentiamo nella canadese. Lui pagaia con la pala costantemente in acqua e spinge la canoa con le ginocchia verso la meta, verso il traguardo. Trasforma così una specialità sportiva in arte, ma soprattutto in una espressione di se stesso unica e sublime. Un C1 naturale ha nel debordé l'arma migliore che sa usare in fin di rima e con ampiezza. Un gesto così elegante e sublime che mi incanta ogni volta che lo vedo posto in essere. C'è poi un esatto momento in cui il canoista e la sua canoa si dividono per due direzioni opposte, sembrano salutarsi per dirsi addio. Poi ci ripensano ed entrambi cambiano direzione unendosi per percorrere, questa volta assieme la stessa strada.  Lui è il C1 e il suo C1 è lui,  indipendentemente da un risultato che ovviamente fa piacere che ci sia. Restare in quella posizione per ore e pagaiare da un solo lato gli è stato congeniale fin da piccolo, quando con Zeno ci divertivamo farlo camminare per capire se era o no un C1. Gli dicevamo:"Raffy cammina" e lui camminava. Poi con Zeno ci guardavamo con complicità ed entrambi affermavamo: "Sì Raffy sei un C1 non ci sono dubbi".  Questa nostra affermazione derivava dal  modo con cui deambulava con la  spalla destra rispetto alla sinistra più bassa e il movimento  ondulante. Quindi aggiungevamo: "C1 sì, ma destro senza dubbi".

L'essenza di un pagaiatore che passa la vita sportiva genuflesso è sfruttare al massimo ogni pagaiata messa in acqua, trasmettere in quel colpo tutta l'energia che serve per vivere intensamente ogni gesto.
Ogni singola azione è il sunto di tutta la filosofia zen, buddista, cristiana, taoista, greca e latina. Per entrare nelle  risalite, piazzando verso  il fondale fluviale la pala perfettamente verticale sull'asse, e aspettare che la canoa faccia il suo corso attorno alla stessa ci vuole coraggio.  Ci vuole molta sensibilità e fiducia in quello che potrà fare l'acqua per girare la canoa. Bisogna avere la pazienza di aspettare che la corrente faccia il suo corso senza mai esagerare con inclinazione e peso. Bisogna aspettare il momento giusto per sfilare la propria coda da quella morsa prima di farsi ingurgitare senza possibilità di replica e per fare ciò il border-line è sottile quasi impercettibile a molti, chiaro e naturale ad alcuni. Bisogna anche essere fiduciosi e consapevoli dei propri mezzi. Bisogna avere estrema fiducia in quello strumento per non essere assaliti dal panico e dalla voglia di mettere in atto movimenti senza logica, dettati solo dalla disperazione del fare.  Bisogna però essere anche pronti a trasformare quella pagaiata d'attesa e quasi statica in una successiva che invece deve essere l'esplosione atomica caricata in inverni passati a pagaiare condividendo con i gabbiani le gioie di un timido sole o i dolori pungenti di un gelido Adige senza acqua e con poca corrente. In quei tratti diritti fatti solo di spinta c'è un colpo energico, preciso, senza dispersione di energia. La mano bassa che sfiora l'acqua per dare ampiezza e potenza nel cammino verso una vittoria che ora si può dire certa, meritata, conquistata.
La delicatezza e la precisione millimetrica con cui poi la punta della canoa sfiora i pali senza toccarli arriva da ore e ore passate a loro stretto contatto quasi fossero parte integrante di un modo di esistere. Nulla si inventa nello sport, tanto meno fra i paletti dello slalom e nello spirito dell'acqua che corre. La costante semplicità dell'azione senza farsi prendere da strane ambizioni è il terzo elemento per esprimere tutto il proprio potenziale che viene costruito con altrettanta semplicità e costanza in giornate che hanno inizio con il suono della sveglia alle sette, scandite da una rapida colazione e da una sgambata in bicicletta per arrivare giusti al suono della campanella. E poi c'è l'allenamento a volte emozionante, spesso e volentieri anche monotono se guardato fine a se stesso.    
Ma ci sono anche i lunghi viaggi in continenti diversi per pagaiare con chi condivide con te queste esperienze e che magari porta anche il tuo stesso cognome.
Certo, questo è un capitolo che oggi è alla ribalta continentale, ma la storia inginocchiata  è iniziata nel 2005 su un laghetto francese al seguito della squadra nazionale discesa su un C1 rosso del pagaiatore d'eccelenza dei "gorghi dell'Adese". Poi il tuo fiume non è stato quello delle lunghe distanze, ma quello dei paletti dello slalom. Poi c'è stata la passione che ha avuto il sopravvento, poi ci sono state le pagaiate sotto casa e le notti a sognare i momenti di gloria. C'è quel fatidico giorno del 2007 quando un bimbo avvolto in un salvagente rosso e con il caschetto fissato sull'ultima tacca  affronta "la bocca del diavolo" sul canale olimpico del 1972. Quel passaggio si trasforma nelle cascate del Niagara, nelle fauci di un drago, nelle sette fatiche di Ercole, ma è anche l'inizio di una nuova vita su una canoa verde e nera, in ginocchio e con il vento in poppa.

Bravo Raffy il cammino sarà ancora più salita, bisognerà pagaiare anche contro corrente, bisognerà soffrire ancora di più se ciò sarà possibile, bisognerà non risparmiare energie, ma ricorda sempre spazio al sorriso come la mamma insegna!
   
Well done man! 


4 luglio 2014 Raffaello Ivaldi campione europeo Junio C1 slalom


 

Occhio all'onda!

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