Scoprire la propensione dei vostri allievi

Finito l’allenamento lascio quasi sempre ai miei ragazzi una quindicina di minuti liberi da usare a piacere. Mi interessa guardarli e capire come utilizzeranno quello spazio di tempo dopo una sessione di allenamento ben definita. Da come useranno questo tempo si potranno fare delle considerazioni individuali molto interessanti e che potranno influenzare le proposte di allenamento successive. Giusto per citare qualche esempio diciamo che c’è chi non contento della sessione ritorna a fare le stesse porte, quasi come se fosse una serie di ripetizioni in più, perché quelle fatte magari non sono state sufficienti ad appagare la sete di allenamento. Oppure non ha ricevuto le risposte che si sarebbe aspettato,  C’è poi chi ne approfitta per andare  a rivedere solo ed esclusivamente alcuni passaggi sui quali ha riscontrato difficoltà fuori misura. Chi, viceversa,  va a pagaiare sull’acqua piatta, lasciando mente e corpo liberi di muoversi senza pensare per defaticare. C’è chi viene da me a parlare di quello che non è andato. C’è chi viene a parlarmi di quello che è andato bene. C’è chi mi ignora se è andato male, quasi avesse paura confrontarsi, con la conseguenza di chiudersi  in se stesso e  metabolizzare male la sessione di allenamento appena conclusa.
Tutte risposte diverse determinate dalla motivazione individuale e anche dal momento specifico. Dalla loro reazione si può capire per quale fattispecie di allenamento ogni atleta è predisposto. Nel senso che alcuni sentono la necessità di fermarsi a  lavorare su un singolo gesto fino alla noia, ripetendolo e trovando giovamento proprio dal numero di volte che si va a rifare. Alcuni, invece,  più insistiamo su una sola manovra e più questa gli viene difficile da attuare e da mettere in pratica con regolarità. Viceversa questi elementi rendono di più nel momento in cui si cambia spesso tipo di lavoro anche all’interno della stessa seduta.

Io sono un tipo che amavo ripetere mille volte un determinato gesto fino all’esaurimento, cercando ogni volta la sensazione che mi spingeva ad avere certe risposte motorie. Godevo nel sentire la canoa e la pagaia nell’acqua, ero una macchina da allenamento perché godevo nella ripetitività. Cercavo nella stanchezza fisica che si andava ad accumulare, la lucidità mentale per rispondere sempre allo stesso modo sia dal punto di vista tecnico, che fisico. Ero influenzato dal principio che solo dalla stanchezza arrivava il miglioramento. In realtà non è proprio così o lo è solo in parte.

Ora da tecnico mi rendo conto che non posso influenzare la predisposizione naturale di ogni persona;  posso solo cercare si scoprire qual’è  e aiutarla a capirsi e conseguentemente esprimerla.   Questo perché sono estremamente convinto che si possa arriva ad un risultato seguendo strade diverse. Il difficile è capire quale metodologia è migliore o  si adatta meglio alle  caratteristiche dell’atleta da seguire.

Mi rendo conto che molti allenatori in questo periodo si danneranno per fare delle tabelle di allenamento legate allo sviluppo della capacità aerobica, considerando il periodo dell’anno in cui siamo entrati. Suggerisco a questi allenatori di fare alcune riflessioni in merito al tema proposto nei precedenti post e cioè la velocità. Sacrificare la velocità per dare spazio al lavoro di endurance potrebbe creare grossi squilibri tecnici che difficilmente poi riusciremo a recuperare. Sarebbe forse meglio incrementare i volumi di lavoro lentamente, mantenendo la velocità. Lo scopo è quello di arrivare alle distanze di gara non attraverso un lavoro di rifinitura, ma bensì l’opposto e cioè un lavoro di costruzione su elevate velocità.

Magari ci torniamo sopra se qualcuno di voi è interessato -

Occhio all’onda!

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