Sacrificare l'entrata per privilegiare l'uscita

                                                                                                                     Io la sera mi addormento
                                                                                                                     e qualche volta sogno...

C’è una velocità ideale per eseguire una porta in risalita oltre alla quale è sconveniente andare? E’ una domanda  che mi pongo spesso e che giro ai miei atleti. Loro faticano a pensare che ci possa essere qualche cosa di positivo andando più piano, presi sempre dalla frenesia di essere veloci.  La velocità però in questo caso loro la ritengono come una aspetto non ben definito liquidandola come quell’azione eseguita nel modo più rapido possibile.  Ma la velocità a che parametro di riferimento la consideriamo? Quale deve essere l’assunto per dire se quella determinata risalita è stata fatta alla massima velocità possibile? Meglio ancora dove sta esattamente il riferimento vettoriale di inizio e termine dell’azione della risalita per definire la sua velocità nel suo complesso? Mi potrei fermare qui e innescare una sorta di dibattito. Considerando il fatto però che nessuno dibatte pur vivendo in mezzo a mille e oltre presunti allenatori che la sanno lunga e che poco dibattono, vi dirò la mia!

Ritengo che per lavorare su una risalita dobbiamo partire da un’azione che inizia ben prima della risalita in sé. E’ come per un saltatore in alto considerare lo stacco come azione unica e determinante per superare l’asticella posta ad una determinata altezza. Nel salto in alto abbiamo la rincorsa, lo stacco, la rotazione, il valicamento o azione aerea, l’atterraggio. Tutte queste fasi concorrono alla buona riuscita o meno del salto finale. Tutte devono intervenire in momenti diversi per mettere assieme quello che viene definito salto in alto.

Nel motociclismo, per impostare una curva, c’è un principio base: “sacrifico l’entrata per privilegiare l’uscita”, possiamo dire altrettanto per l’esecuzione di una risalita ottimale? O meglio dove deve iniziare il nostro sacrificio in funzione dell’obiettivo finale che è quello di essere il più veloce possibile dalla partenza all’arrivo?

E’ difficile spiegare agli atleti che si è più veloci andando più piano, è difficile da far passare come concetto base perché molto spesso gli atleti sono presi dall’ansia di dover fare e fare tanto.

Allora, se posso permettermi, darei un consiglio agli allenatori, anzi due già che ci sono.

1° prendere sempre i tempi dalla porta precedente alla risalita fino alla porta successiva, ovviamente se queste due non sono risalite a loro volta.
2° mai far finire un percorso in una risalita. Non considerare mai questa porta come il traguardo finale. In tanti anni di slalom non ho mai visto concludere una gara su una porta in risalita!

Il 30/12/2010 scrivevo sul questo  blog, come prendere riferimento cronometrico sulla risalita. Il concetto rimane, ma ponendo attenzione, e la successiva valutazione,  nell’azione complessiva che ci proponiamo di analizzare. Non soffermiamoci solo nella porta in risalita. Uniamo il tutto in correlazione per approfondire e capire dove effettivamente è il problema da risolvere per velocizzare il nostro atleta.


Occhio all’onda!

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