Numeri che non mentono e disegnano lo stato attuale dello Slalom
Saranno 50 le nazioni presenti al mondiale a stelle e strisce, per un totale di 256 atleti: 273 partenze nello slalom e 142 nel Kayak Cross. Quindici di questi cinquanta Paesi si presentano con un solo atleta, quattro con due partecipanti.
Per la 46ª edizione delle prove iridate ci saranno 17 atleti al via sia in kayak che in canadese. Gli accrediti per team leader, staff tecnico e medico sono invece 157. La nazione più rappresentata è la Francia con 28 accrediti, seguita da Repubblica Ceca (25), Germania (24), quindi Cina, Spagna e Australia (22), Italia ferma a 12.
Se allarghiamo lo sguardo e partiamo dal 2002 — anno in cui il mondiale diventa annuale (a eccezione dell’anno olimpico) — emerge un dato tanto semplice quanto disarmante: in 24 anni la media ĆØ di 51 nazioni partecipanti e 278 atleti. Si passa dal minimo di 36 Paesi nel 2018 al massimo di 75 nel 2005. Gli atleti oscillano tra i 220 del 2005 e i 354 del 2019.
La conclusione ĆØ inevitabile: non ĆØ cambiato nulla. In questo lungo periodo abbiamo modificato tutto: formule di gara (due manche, una manche, qualifiche, finali “reset”), penalitĆ , materiali, misure, pesi, regolamenti su salvagenti e caschi. Abbiamo perfino introdotto il Kayak Cross. Ma il numero di Paesi coinvolti e quello degli atleti ĆØ rimasto sostanzialmente fermo. Qualche domanda dovremmo pur farcela. Forse più che noi, dovrebbero farsela gli organi competenti. Ma il dubbio ĆØ che questa analisi, cosƬ semplice, non sia mai stata davvero messa sul tavolo.
E allora il tema si allarga al “Development Program”, quello che un tempo era il TIP ICF. Qui a Oklahoma sono presenti 16 atleti provenienti da 15 nazioni, seguiti da quattro allenatori. Interventi ripetuti negli anni che, a mio modo di vedere, rischiano di non portare a nulla, se non a offrire un’esperienza fine a se stessa. Il punto ĆØ un altro: qui dovrebbero arrivare atleti che sono il risultato di un lavoro costruito nei loro Paesi, con un movimento alle spalle. Senza questo passaggio, resta tutto sospeso. E non ĆØ un’opinione: ĆØ ciò che abbiamo visto, edizione dopo edizione, negli ultimi vent’anni.
Nel post precedente, volutamente più “di colore”, non avevo citato lo Skydance Bridge, uno dei simboli moderni di Oklahoma City: una grande scultura sopra un ponte pedonale e ciclabile che attraversa l’Interstate 40, parte di un importante progetto di riqualificazione urbana. Di notte cambia luce, diventando altamente scenografico (nella foto di copertina). Un’opera che racconta identitĆ , movimento e rinascita.
E allora qualcuno si sarĆ chiesto: cosa c’entra il bisonte nel logo dei Mondiali? Non ĆØ simbolo della cittĆ . Ma ĆØ il simbolo dello Stato dell’Oklahoma. Mistero risolto.
C’ĆØ poi un altro elemento che aggiunge significato a questa edizione: nel 2026 la Route 66 compie 100 anni. La “Mother Road”, che collega Chicago a Santa Monica, attraversa proprio l’Oklahoma nel suo tratto più lungo. E i Mondiali proveranno a intercettarne lo spirito: auto d’epoca, musica, cultura “on the road”, tradizione e memoria. Un viaggio tra passato e futuro, con la canoa nel mezzo.
Intanto ĆØ segnalato l’arrivo di Richard Fox e del team Siwidata, protagonisti di un viaggio tutt’altro che lineare: ritardo del volo da Dallas, equipaggio incompleto, problemi tecnici, ore di attesa tra imbarchi e sbarchi. Alla fine, a tarda notte, l’arrivo a destinazione. Domani li aspetta molto lavoro. Oggi, per chi legge.
Occhio all'onda!
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