Progettualità e condivisione nazionale per offrire opportunità ai nostri giovani

Un  Queen Elisabeth Olympic Park super affollato per i campionati del mondo di atletica leggera per una avvenimento che vede una partecipazione di  oltre 2.000 atleti in rappresentanza di 200 paesi. Ogni particolare è stato curato nei minimi dettagli come fosse una seconda Olimpiade londinese dopo quella del 2012. Massima tecnologia per rilevazione dei tempi, piste con mescole speciali per permettere agli atleti di esprimersi al massimo e con aziende che investono milioni di dollari per ricercare materiali e design speciali per abbigliamento e scarpette, ma sembra impossibile che dopo tutto questo siamo ancora a fissare i pettorali sulle magliette degli atleti con le famose spille da balia! Un vero e proprio controsenso non vi pare? Come è un controsenso chiedersi o lamentarsi perché fino ad oggi un solo italiano sui 36 partecipanti abbia raggiunto una finale. Il professor Dino Ponchio, già DT della squadra nazionale fino al 2001 e oggi responsabile dell’area tecnica nella formazione per la FIDAL, ai microfoni della Rai ci dice che analizzeranno al situazione per capire la realtà dell’atletica leggera italiana e di conseguenza cosa fare e come intervenire.
Il problema non è legato a questa o quella Federazione, che fanno quello che possono e con gli atleti e i tecnici che hanno. Il problema è molto più radicato e profondo manca una cultura allo sport, manca una progetto condiviso in tutta Italia e per tutte le scuole (oggi con le autonomie abbiamo fatto un passo decisamente indietro rilegando sport, musica e arte a semplici iniziative private e alla buona volontà di qualche dirigente scolastico). Il problema sport in Italia è molto più profondo e radicato di quello che si potrebbe pensare delegando alle Federazioni sportive e di conseguenza al Coni tutto quello che è e dovrebbe essere attività fisica. Quest’ultime però hanno una funzione totalmente diversa e sono finalizzate a raggiungere il risultato finale e quando si impegnano lo sanno fare molto bene non solo per gli italiani, ma anche per tanti stranieri che approfittano delle competenze, professionalità e  strutture italiane per vincere olimpiadi e mondiali.  Il Centro di Preparazione Olimpica « Bruno Zauli » ne è un esempio chiedetelo a Thiago Braz che qui ha costruito il suo successo nell’asta per Rio 2016, per non parlare dei tanti africani, bosniaci o estoni  che a pochi chilometri da Verona sono  seguiti da quel guru che risponde al nome di Gianni Ghidini. Quindi il problema non è l’alto livello il problema è tutto quello che c’è prima di un grande risultato e  attualmente è tutto affidato alla buona volontà dei singoli. Il primo punto è quello di avere una famiglia che possa far fare ai propri figli attività motoria nella speranza che tra i tanti sport magari proposti si possa trovarne uno che si addica alle caratteristiche antropometriche, fisiche, mentali e motivazionali dei nostri pargoli. Non c’è nessuna strategia per mettere nelle migliori condizioni i giovani a trovare la loro strada in relazione alle proprie caratteristiche e potenzialità. Ripeto tutto è lasciato al caso e alla fatalità e questo è il vero problema che ci assilla e che non ci permette di uscire da una crisi che è radicata e sempre più profonda per il movimento sportivo italiano.

Occhio all’onda!

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