Un tuffo nel passato


Tre Coroas, 5 febbraio 2013



In un momento ho fatto un tuffo nel passato: sono immerso nella giungla, non ho internet e pagaio su un fiume, pensando all’amore della mia vita.  Tutto ciò succedeva mille anni fa quando con René, Mauro e Tony si andava a pagaiare in Costa Rica per preparare la nostra stagione di gare. Oggi non sono più un atleta, ma sono un allenatore e sono a Tres Coroas  nel Rio Grande do Sul, isolato dal mondo, con mia mamma 91enne in ospedale a Verona per la rottura del femore e senza possibilità di comunicare con la donna che amo.  Mi sento assalire dallo sconforto. Il mio stomaco si chiude e divento ipersensibile a tutti i pensieri che ora mi assalgono e che la notte che segue alimenterà ancora di più.  Non posso fare molto in questo momento se non cercare di scavare ancora dentro di me per trovare quell’energia che avevo quando seduto con penna e fogli bianchi scrivevo lunghe lettere ad Amur raccontandole per filo e per segno la mia giornata dal Centro America. Le raccontavo le emozioni che avevo vissuto, i sogni che facevo ogni giorno ad occhi aperti pagaiando su un fiume che come lei amo tutt’oggi: il Reventazon. Le raccontavo di quanto mi mancassero i suoi occhi e le sue carezze. Quanto mi mancava il nostro parlare seduti nella notte davanti a ponte Castelvecchio: se era estate seduti sui gradini, se era inverno in macchina. Condividevo con lei i colori della natura e gli spazi di un mondo diverso. Condividevo  tramonti rosso fuoco o albe in bicicletta per raggiungere il fiume prima che si alzasse dallo stesso la condensa della notte. La portavo con me sulle onde del Rio, le descrivevo le straordinarie sensazioni di stare su un’onda più alta delle altre seduto dentro la nostra canoa. Gioivo con lei per una soddisfazione avuta in allenamento o mi facevo consolare sulla sua spalla per una sconfitta. Assaporavamo assieme, a chilometri di distanza, la bontà di quella frutta tropicale. Contavamo quanti giorni mancassero al mio ritorno. Su quella lontananza, su quel distacco, su quel condividere, su quei fogli che respiravano e profumavano di noi, costruivamo giorno dopo giorno le nostre certezze che alimentavano a dismisura la fiducia che ognuno di noi ripone nell’altra. Su quelle confidenze abbiamo costruito la nostra vita.
Quelle lettere sono ben conservate, forse un giorno ci prenderemo anche la briga di riprenderle in mano, di riportare alla luce un passato che è sempre e comunque presente e che sembra non lasciarci mai. Forse però non serve neppure incomodarsi di tutto ciò perché quelle lettere, quei momenti, quelle emozioni ormai sono incise a caratteri indelebili nei nostri cuori per sempre.
Cercavo, come oggi, anche allora, di annotarmi tutto per non rischiare che le folate di vento o l’altelenare della vita possa rubami e trascinare lontano attimi di vita stupendi. Momenti vissuti con un’intensità estrema che per nulla al mondo desidero perdere. Quelle parole, una accanto all’altra, le ripiegavo con cura e se rimanevano spazi  bianchi li usavo  per disegnare la natura che mi circondava. Imbustavo quei preziosi scritti che mi legavano come un filo ombelicale a casa e li affidavo prima alle poste costaricensi e poi a quelle italiane perché recapitassero il tutto in via lega veronese, 10. Erano fiumi di lettere che arrivavano puntualmente a destinazione e che ogni volta provocavano l’effetto voluto: vivere! 
Ora sono qui come allora, la carta l’ho sostituita con uno schermo a 15 pollici retina e la penna è la tastiera che batto freneticamente. La tecnologia ci ha aiutato molto. Rimane il fatto che  sono ancora qui però come allora oltre Oceano ad alimentare i miei sogni e quelli dei 16 giovani atleti che hanno bisogno di energia, di certezze e di una guida. Vorrei essere altrove in questo momento. Mi piacerebbe tenere la mano di mia mamma in questa notte di attesa per l’operazione di domani. Vorrei rassicurarla che tutto andrà bene e che il suo Raffaello, il mio papà, è li con noi per aiutarci a superare questo momento con serenità. Amur ha ragione quando mi dice che lei è una donna forte nei momenti difficili, è una donna che ha ancora molto da donarci e da insegnarci. Lei che invece nella quotidianità sembra sempre non esser appagata, sembra lamentarsi di stupidaggini che spariscono nel momento della vera gravità, nel momento in cui la vita ci chiede ancora un sacrificio. Lei che in questi momenti trova sempre le parole giuste per non mollare, per darci la pacca sulle spalle spingendoci a dare il meglio di noi. 
La notte con i suoi silenzi è entrata nella stanza, la notte con le sue paure si fa sentire, la notte però ha anche la capacità di farti riflettere. Ti lascia solo con te stesso e con il battito del tuo cuore. Solo il respiro profondo intervalla il silenzio. Guardo fuori dalla piccola finestra aperta e nel cielo le stelle mi danno speranza e magicamente mi accompagnano ad un altro domani. 

6.02.2013

Non sono riuscito a dormire o meglio ho dormito poco e mi sono svegliato di buon ora. Così mi sono sentito più vicino a casa in questo giorno che si prospettava assai lungo e che certamente non avrei vissuto dove fisicamente mi trovavo, ma lo avrei trascorso  dove la mia testa si era rifugiata e cioè in una camera di ospedale ad aspettare l’esito dell’operazione. Tanti dubbi mi sono venuti e le paure che ti assalgono in questi momenti diventano compagne di viaggio. Ho sentito la necessità di prendere la canoa e mettermi a pagaiare sul fiume assieme  ai ragazzi per condividere con loro anche fisicamente le fatiche dell’allenamento.  Ho pagaiato su un fiume, ho pagaiato tra le porte, guardando alla partenza e all’arrivo il mio cronometro, così per cercare di ingannare i miei pensieri, con altri stimoli, ma mi sono ritrovato ancora di più solo con me stesso. Beh! non avrebbe potuto essere diversamente visto che ho passato migliaia di ore della mia vita  a ricercare tutto ciò in estenuanti allenamenti in giro per mille fiume del mondo. Come potevo pensare di usare tutto ciò per allontanarmi dai miei pensieri se il mio corpo era stato abituato a cercarsi proprio mentre pagaiavo? Ero convinto che questo processo, rincorso e seguito per anni, mi avesse abbandonato. Pensavo che non sarei stato capace di riattivarlo come invece è successo ieri pagaiando tra le porte dello slalom. Io che ero certo che ormai questa sensazione, questa ricerca,  questo genere di allenamento fossi in grado solo di insegnarlo, di trasmetterlo agli altri, ai miei figli e ai miei atleti, ma mai avrei pensato che fosse  ancorato ancora dentro di me, pronto a uscire se solo sollecitato e stimolato, forte come un tempo. Eccomi lì solo in mezzo all’acqua, se pur circondato da altri, che ascolto il mio respiro, che sento il cuore nella sua frenetica accelerazione. Percepisco la canoa che scorre in un silenzio unico, seguo con interesse l’impatto visivo di quello che sta succedendo e mi rendo conto che tutto non è solo sotto controllo, ma è straordinariamente vivo, reale, concreto. Sento l’acqua scorrere, sento il suo piacevole rumore che per me è una musica straordinaria. Sento l’energia di tutte le persone che mi sono vicine, le incontro, le tocco. Entro in loro. Sono qui isolato da tutto e tutti eppure mi sembra di  essere accanto alle persone che amo e che ora stanno soffrendo per questa lontananza. Ho la pala immersa in presa nell’elemento liquido, aspetto solo che la coda della mia canoa faccia presa sotto la superficie dell’acqua, so che devo ruotare la testa dalla parte opposta, e la cosa avviene quasi a mia insaputa, ora devo solo attendere ancora un attimo prima di ruotare le spalle e mettere ancora più forza sulla pala. Prima però devo allentare la mia presa sulla mano sinistra e tenere ben salda la mano destra, sarà solo lei che per un attimo mi terra la pagaia in mano e bilancerà il mio corpo. Quell’attimo che serve per cambiare l’impugnatura della mano sinistra che si avvicina all’altra mano per allungare la leva e per diventare un tutt’uno con l’acqua, con la canoa, con il mio corpo, e con il resto dell’umanità. Scatta una frenetica curiosità: sarò in grado di mettere in atto tutto ciò? Decido di non pensare e lascio che tutto ciò avvenga da solo nella maniera più semplice e naturale possibile. Ora non mi servo più. Esco da quell’involucro e mi metto su un sasso all’ombra di un gigantesco eucalipto ad osservare la scena, a godermi il momento... se mai accadrà! 

.... prosegue 

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