50 meravigliosi giorni


Arrivo all’aeroporto  Charles De Gaulle partendo da Verona. Proseguo, con una pausa di tre ore, per San Paolo, dove arriverò dopo 11 ore di volo. Qui ripartirò alle 13,30 e due ore più tardi sarò a Foz do Iguaçu, meta finale: si riprende a lavorare con i miei atleti dopo 50 magici giorni trascorsi come un lampo tra le braccia della mia stupenda famiglia.
L’aeroporto francese è enorme e i voli europei arrivano su un terminal laterale. Per proseguire il mio viaggio intercontinentale devo andare al terminal 2E e così  mi aspettano poco  più di venti minuti in un bus che percorre strade sconosciute delimitate da luci laterali e da strani segnali per non andare a sbattere contro centinaia di dinosauri d’acciaio immobili e ordinati, legati da infiniti cordoni ombelicali che li nutrono prima di riprendere la via dell’aria. Sotto di loro mille formiche con teste e corpetti arancioni  corrono instancabili, sicuri di non essere visti dagli occhi dei  draghi  che stranamente si lasciano coccolare. Aprono le loro viscere per farsi caricare di argentei container che entrano su rulli trasportatori e spariscono nelle pance di questi giganti del cielo. 

La mia navetta parla in modo metallico e alla fermata 2E ci esorta ad abbandonare il mezzo, prima in un francese romantico e poi in un inglese dall’accento transalpino... loro, i francesi, non si smentiscono mai: devono sempre farti capire esattamente dove sei! 
Entro in una struttura che ti avvolge e che annulla in un istante le distanze con la perfezione.  Le sue rotondità  in acciaio e legno non possono lasciarti indifferente, tanto più se pensi che nel 2004 ne era crollata una parte. Avrei voglia di una bella birra ghiacciata, ho la gola secca, ma pensare di doverla bere da solo rallenta il mio entusiasmo iniziale. Io che vorrei condividere sempre e tutto con gli occhi Marini mi sento spiazzato e così decido di ritardare eventualmente questo piacere a più tardi. Devo aspettare più di tre ore quindi ho tempo e ora preferisco sedermi a guardare le persone che come me sono in attesa di chissà quale volo. Mi piacerebbe parlare con ognuna di loro per scoprire le loro mete, per capire da dove arrivano e dove vanno e chiedere che cosa li spinge a muoversi. Mi taglia la strada una suora “cappellona”. Non ci posso credere, esistono ancora nei lori vestiti neri neri, con quel bianco che contorna i loro visi nascosti dalla lunga visiera dell’abito monacale. La osservo, e per un attimo, sembriamo dialogare, io immobile però adocchio una poltroncina in pelle marrone che mi dà l’impressione di essere molto comoda. Lei prosegue diritta spingendo un carrellino. Forse la “pinguina” come direbbero i Blues Brothers, ha notato la mia sorpresa nel vedere in quel luogo una sposa di Dio, o meglio nel vedere i suoi abiti che mi riportano ad una infanzia in un asilo dell’ordine della sorella.  La sorpresa e l’imbarazzo si trasformano nella voglia di non perdere nulla di tutto ciò che sento, di ciò che vivo. Mi siedo, allora, su quella comoda poltroncina e mi butto capofitto sul mio Mac che si illumina in un attimo e mi dà la possibilità di concretizzare il pensiero. 

Un lampo questi cinquanta giorni a casa che hanno avuto e che avranno non solo la temporalità del fenomeno atmosferico, ma hanno avuto e caricato in noi  la sua enorme energia. Ci aspetteranno lunghi, difficili e lontani momenti di vita che comunque condivideremo, perché in cuor nostro viviamo con la consapevolezza che tanto più fisicamente distanti, tanto più emotivamente presenti.  Le persone sono sempre con te: basta ricordarle sempre e il gioco è fatto!  Un periodo lungo o breve, poco conta, perché ciò che conta è capire, se mai ce ne fosse stato  ancora bisogno, che la vita va condivisa e amata. Va vissuta intensamente, va ascoltata epidermicamente, va raccontata, ma soprattutto deve essere capita, perché solo così puoi percepire tutte le sue magiche sfumature che possono costituire la  sostanziale e vera differenza. E allora ci sono carezze delicate come un battito d’ali di una farfalla, ci sono sguardi profondi come gli abissi marini che rendono inutili le parole che se ci sono, sono  dolci, comprensive e sincere. C’è la voglia sempre di aiutare l’altro per preparare ricercate paellas  o semplici gnocchi di patate, magari invertendo il ruolo di ciascuno! C’è il bisogno di camminare stretti, stretti tenendoci la mano sfidando freddo, pioggia o neve. C’è la voglia nel trovare nella musica la nostra necessità di esprimere danzando il nostro amore. C’è il gusto di riassettare casa, riponendo nel secondo cassetto abiti e gingilli che magari la sera precedente ci hanno trasportato nel più profondo dei sentimenti. C’è quel gesto semplice, ma affascinante nell’apparecchiare la tavola per il pranzo o per la cena pregustandoci non solo cibi e buon vino, ma anche le chiacchiere, i sorrisi, gli sguardi e i commenti che ne scaturiranno. C’è quell’aprire la tovaglia all’aria, per farla cadere leggera e avvolgente sul tavolo, che mi incanta perché so che è il preludio a grandi e piacevoli momenti. C’è quel fuoco che ci riscalda e che rende particolare la luce sui volti delle persone. Ci sono poi i ricordi di tanti sinceri amici con i quali vorresti condividere molto più tempo, ma presi tutti noi dall’euforia della vita non è possibile. Ci sono gli allenamenti sul fiume di casa con Zeno e Raffy, ci sono le nostre foto che fermano il tempo e che ce lo rifanno vivere con la magia che portano sempre con loro. Ci sono quei giorni trascorsi a Valstagna ad allenarci su acque gelide, ma riscaldate e rese speciali  dalla passione di chi  ti sta accanto e che per amor nostro e dello sport ha voluto prendersi dei giorni di ferie. Le persone speciali ci sono ed esistono una di loro è Enrico che purtroppo il mondo della canoa slalom non ha saputo valorizzare, ma soprattutto non ha saputo usare. Peggio per loro perché a lui la vita sa regalare comunque tante altre mille soddisfazioni.  

Stanno chiamando il volo, devo rimettere il mio Mac nella borsa, lasciare questa comoda poltroncina parigina e devo mettermi in fila per essere imbarcato su uno di quei mostri che cullerà il mio sonno di questa notte e che quasi d’incanto mi catapulterà nell’avventura che due anni fa mi ha catturato. Non ci vorrà molto sorvolare l’Oceano tanto più se i tuoi occhi si chiudono e la tua mente ritorna ai 50 meravigliosi giorni  appena vissuti intensamente: una frazione della nostra vita, ma che saprà restare in noi a lungo dandoci forza, energia e  convinzione per proseguire sul cammino intrapreso. 

Occhio all’onda! 

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