La sofferenza di traguardi raggiunti o mancati
Gli asciugamani sono candidi, li usi e poi li lasci nel cesto, quando invece, se per una malaugurata dimenticanza non hai il tuo, vieni cacciato fuori a pedate. L’acqua e le bevande energetiche qui le trovi esattamente dove ti servono. Le prendi, bevi e butti nei cestini del riciclaggio. A casa puoi morire con la gola arsa se non ti ricordi di portare la tua borraccia. Può andare meglio se invece hai euro sonanti per prenderti beveroni che promettono trasformazioni alla Hulk in poco giorni.
Il sudore è acre e cade a pioggia su un pavimento calpestato da migliaia di atleti. Mi immagino qualche raffinata signora o qualche snob entrare e svenire al solo passaggio. Qui nessuno si scandalizza, tutti faticano, chi con il sorriso e chi, invece, come i pugili, avvolti in cerate e nascosti in cappucci, per perdere gli ultimi etti di peso. Corrono con cuffie enormi che gli bombardano il cervello per non pensare, per non cadere nella disperazione di una rincorsa contro il tempo. Mi guardo attorno, nella mia corsa statica, su una macchina così tecnologica che mi permetterebbe nello stesso tempo di vedere tre canali televisivi, scaricare la mia posta elettronica, sorridere alle foto su Facebook, e seguire le calorie spese, guardando il grafico cardiaco e controllando ogni più recondita richiesta sul mio stato di salute. Però io sono allibito da ciò che mi circonda, da tutto ciò che mi sta addosso, da tutto ciò che mi veste. Lascio il corpo libero di percepire tutto ciò, non voglio pensare. La mia pelle è una spugna e devo assorbire tutto l’immaginabile e oltre. Per me molte cose sono epidermiche. Poi avrò tempo per metabolizzare e realizzare per comunicare, per condividere, per vivere.
Corpi statuari, muscoli scolpiti e affusolati. Michelangelo impazzirebbe per l’imbarazzo della scelta. Donne così definite che stenti a credere che ciò sia possibile. Una gioventù splendida, energica, ricca di valori. Caviglie così fini e tirate che ad ogni step sembrano emettere suoni celestiali. Le velociste, che con due manubrietti nelle mani simulano la corsa con le braccia, hanno un effetto dirompente. Balzi così morbidi ed elastici che mi lasciano attonito e a bocca aperta. Ricadono a terra con la leggerezza delle pantere, con l’eleganza di un cigno, con la leggerezza dell’aria che si respira in cima all’Everest. Quadricipiti enormi che mettono fuori giri anche gli ultimi ritrovati della tecnologia. Presse che non hanno sufficienti appigli per caricarsi di sovraccarichi per lanciatori di disco o sollevatori di peso che sembrano poter spaccare il mondo in quattro parti, mangiandone poi i detriti derivati da un’esplosione cosmica. Il bello però di tutto ciò è questa miscellanea di corpi che si sono adattati e sviluppati seguendo le esigenze delle varie discipline sportive che qui si confondono e si integrano uno con l’altro. E’ questo mix che mi fa impazzire, che mi proietta in un’altra dimensione. Dietro ad ognuno di loro una storia, un’esperienza di sport da raccontare, da disegnare, da scrivere. Con loro la sofferenza di traguardi raggiunti oppure no, con loro le emozioni che sanno regalare. Con loro e per loro il mondo è migliore anche nella consapevolezza che forse tutto ciò terminerà fra non molto.
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