Rallentare per andare più veloci


Per andare forte bisogna saper andare piano! Sembra assurdo, ma a volte il reale problema per affrontare bene alcune combinazioni di porte dipende dalla velocità con cui ci si approccia  alla stessa, quindi dobbiamo imparare a gestire velocità diverse per ogni singola azione. Gli atleti non amano rallentare in corsa il loro scafo e tanto meno diminuire la frequenza di pagaiata poiché il tutto è visto come una perdita di tempo.  Il fare associato alla fatica diventa l’elemento tranquillizzante dal punto di vista psicologico: faccio fatica e giro le braccia velocemente quindi significa che sto andando forte. Rallentare un’azione per esprimere effettivamente il potenziale completo dovrebbe essere la norma assoluta e non dovrebbe essere viceversa la preoccupazione maggiore.  La paura di non fare cattura il cervello che ti stimola in continuazione con mille suggerimenti, ma l’abilità è prendere il toro per le corna e dirgli: « senti cervello stai calmo, apprezzo il tuo contributo, ma tu ascolta la musica dell’acqua e il ritmo del cuore. Dagli spazio per mandarti segnali positivi e ascolta.  Goditi il momento e in ogni gesto mettiamoci tutta l’energia che Tu, cuore, anima siete capaci di tirare fuori, al resto ci pensano braccia, schiena e gambe». Restare quindi  in attesa diventa il vero problema e il motivo è semplice: gestire il silenzio interiore probabilmente è complesso perché solo con l’ascolto si diventa partecipi della propria azione.
I cambi di ritmo non devono essere solo intesi in accelerazione, come ad esempio dopo essere usciti da una risalita o dopo una combinazione, devono esser anche percepiti nel  senso contrario e cioè in decelerazione. Quindi portare la canoa a rallentamenti voluti per impostare una risalita o per preparare la stessa per specifiche manovre diventa il vero segreto dei campioni. Le espressioni che molte volte chi guarda usa come: « sembra non aver fatto fatica » oppure « ma come ha fatto essere così veloce che non pagaiava? » riassumono  meglio di mille compendi tecnici la vera filosofia su cui bisogna spingere quando alleniamo perché solo se abituiamo i giovani all’ascolto e alla percezioni di scorrevolezza dell’imbarcazione potremo poi, quando saranno più maturi, concentrarsi ad elevare all’ennesima potenza questa loro qualità. In tutto questo c’è pure un altro aspetto da considerare che è quello che non sempre il nostro corpo ci ridà feedback corretti. Consideriamo sempre che il corpo umano è progettato per la conservazione della specie ed eventuali dolori o disagi vengono utilizzati per metterci in guardia al fine di salvaguardare principalmente la salute.  Ecco quindi che i messaggi, che non sono altro che sensazioni,  devono essere interpretati nel giusto modo per non cadere nell’inganno che tutto quello che percepiamo è corretto. Come ogni cosa il tutto deve passare sotto alcuni filtri  che ci permetteranno di capire la validità dell’informazione ricevuta direttamente dall’acqua e dal nostro corpo.
Gli indicatori che possiamo ricevere dall’esterno sono l’occhio attento dell’allenatore, il supporto video e quello cronometrico. Elementi che vanno incrociati e che ci porteranno poi a ponderarli con le sensazioni percepite dai nostri atleti.

Occhio all’onda! 





 

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