ANALISI TECNICA C1 WOMEN SLALOM


Le donne in C1, ai campionati del mondo di La Seu d’Urgell, hanno piacevolmente sorpreso per abilità, per determinazione e per capacità tecniche.
Mi sembra giusto fare una analisi – come ho già fatto per le altre specialità – in questo specifico spazio e non inserirlo nelle riflessioni fatte sul capitolo: “analisi di un campionato del mondo di slalom”, perché mi piacerebbe mantenere alta l’attenzione su questa nascente disciplina in rosa dedicando spazio e un punto di riferimento per tutte le esperienze che si andranno a sviluppare in questo tempo. Confrontiamoci e condividiamo le nostre perplessità o le nostre certezze per crescere e migliorare insieme.

L’analisi parte da un dato oggettivo: le percentuali di distacco dalle altre categorie.

Se noi prendiamo in esame i mondiali e di questi consideriamo qualifiche, semifinali e finali troviamo le seguenti medie di distacco in percentuale dalle diverse categorie:

dai K1 Men 34.01% - dal K1 Women 24.30% - dal C1 Men 30.06% - dal C2 23.74%.

Per il momento non ci dicono molto, visto che non sono confrontabili e non si possono inserire in una casistica pluriennale, ma le dobbiamo tenere come parametri per il futuro. Grazie a ciò seguiremo di anno in anno la loro evoluzione con dati certi e soprattutto oggettivi. Ci sarà molto facile seguire e valutare la crescita di questa specialità che dovrebbe entrare definitivamente nel panorama olimpico nel 2016, quindi a Rio.
13 le nazioni che hanno avuto atlete al mondiale catalano. Australia, Great Britain, Spagna e Usa hanno partecipato con tre atlete, la Nuova Zelanda con due, poi Andorra, Canada, Cina, Francia Slovacchia,Portogallo, Argentina e Tai Pei con una atleta.

Dobbiamo partire da una constatazione molto rilevante e decisamente importante: tutte le atlete che hanno preso il via sono atlete che sono nate canoisticamente con il kayak e poi per una serie di ragioni diverse hanno gareggiato in questa specialità. Vuoi per il fatto che sono rimaste fuori dalla squadra; vuoi per l’età che non consentiva loro di rientrare facilmente nella loro originale specialità; vuoi per aderire al progetto lanciato dall’ICF; vuoi per fare un’esperienza importante ad un mondiale. Le ragioni, quindi, possono essere state molteplici, ma comunque rimane il fatto che non sono C1, come si usa dire, nate su questa barca.
Si dovrà aspettare una decina di anni per vedere gareggiare atlete nate e cresciute specificatamente in C1. A quel punto la crescita tecnica si sarà praticamente livellata con i parametri di crescita tecnica abituale.

L’esempio più semplice arriva proprio dalla specialità del kayak femminile. Infatti notiamo che dal 1979 al 1999 le donne del kayak hanno piano piano abbassato le percentuali di distacco dal miglior kayak uomini. Dal 21,15% sono passate, dieci anni più tardi al 18,22%, fino al 13,45% del 2003. Percentuali che si sono ridotte ulteriormente con l’introduzione delle canoe corte che hanno permesso di ridurre tale distacco all’11,97%. Probabilmente questa
percentuale è destinata ad abbassarsi ulteriormente negli anni visto il livello sempre crescente del settore femminile.

L’esperienza maturata in questi anni, e in modo particolare con i giovanissimi alle prese con la canadese monoposto, mi ha portato a capire meglio le varie problematiche che gli stessi affrontano in questa specialità . E’ stato interessante vedere e constatare che in realtà i giovanissimi sono in grado di trovare velocemente le giuste soluzioni su quello che potrebbe essere il primo problema da affrontare: mantenere la direzione nella propulsione avanti. Il “J-stroke” nasce spontaneo per mantenere la canoa nella giusta direzione. Il “debordè” non è altro che la conseguenza di una rotazione sul lato opposto della pagaiata e nel giovanissimo diventa un gesto del tutto automatico e naturale.
Se viceversa fate salire in canadese un ragazzino che ha già basi consolidate nel kayak vi accorgerete che allo stesso problema non risponderà con le stesse soluzioni e molte volte si trova in difficoltà. Cercherà di rimediare con tecniche propriamente legate e sviluppate per il Kayak, ecco quindi che assisterete a diversi cambi di pagaia – da destra a sinistra e viceversa – poco uso della sfilata, uso del debordè senza la consapevolezza e la sicurezza di una manovra che ha dalla sua anche la capacità di mantenere l’equilibrio.
Pagaiare con una pagaia con una sola pala è certamente un sistema molto antico e decisamente naturale. Più complesso è il gesto con una pagaia con doppia pala. Ecco perché è importante partire subito nell’imbarcazione canadese che può offrire la garanzia di un grande equilibrio - lo scafo è più largo – e la possibilità di concentrare tutta l’attenzione solo su una pala. Sarà così più facile capire che quella pala è il nostro punto di riferimento per ogni tipo di manovra, cosa non così scontata nel kayak.
Dal mio punto di vista il C1 diventa anche propedeutico per apprendere determinate tecniche specifiche del kayak. Ad esempio l’aggancio (internazionalmente conosciuto come Duffek) è un gesto naturale fatto con la pala da canadese, diventa complesso e articolato con la pagaia da kayak. Così per la sfilata della pala in acqua o per la stessa propulsione in fase di spinta del braccio alto.

Controtendenza mi permetto di dire che sarebbe buona cosa avvicinare i giovanissimi al nostro sport proprio attraverso la canadese.
L’approccio sarà sicuramente molto meno traumatico, magari proprio con una canadese aperta come lo stesso mitico Jon Lugbill ci racconta: “mio padre ci portava spesso sul lago Michigan appena il tempo e i suoi affari lo permettevano. Passavamo ore su quella canoa che diventava ad un certo punto l’unico riferimento terreno di un paesaggio che riscoprivi ogni volta. Lui e mia madre erano incantati dalla “grande acqua” come gli indiani Chippewa chiamavano questa distesa infinita di colore azzurro, mentre mio fratello ed io facevamo la guerra per chi arrivava prima a quel promontorio o a qualche boa che capitava di scorgere nelle nostre escursioni acquatiche. Per me non è mai esistito nessun altro sistema di propulsione su una canoa se non quello di una pagaia singola che azioni su un solo lato”. Io non ho ricordi di averlo mai visto pagaiare in Kayak!.

Non avevo approfondito, fino ad alcuni anni fa, le parole di colui che considero uno tra i più grandi interpreti assoluti della canadese monoposto slalom. A chi mi chiedeva di parlare di Jon iniziavo raccontando questo suo aneddoto del grande lago, senza dare peso alla profondità delle parole e delle emozioni che ci trasmette. Poi, toccando con mano determinate realtà, ho cercato di capire a fondo questo suo concetto, questo avvicinamento alla canoa e sperimentandolo di persona, prima sul più piccolo dei miei figli e poi sui ragazzi del club, mi sono reso conto che effettivamente la canadese apre un mondo tutto suo anche per avvicinare i giovani al fiume.
Oggi, all’esordio della canadese in rosa, mi rendo conto che questo concetto dovrà essere ripreso alla grande per le ragazze per offrire a loro un futuro sicuramente ricco di emozioni come solo il C1 può offrire!

Occhio all’onda! Ettore Ivaldi

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