Chiusa la stagione agonistica tempo per alcune riflessioni: partiamo dai C1 Men e dai percorsi
È tempo di tirare le somme e analizzare la stagione appena conclusa. Partiamo dai C1 uomini, dicendo subito che, nel corso dell’anno, sono state diverse le tematiche che ci hanno decisamente colpito.
I numeri ci dicono che sono 29 gli atleti che hanno conquistato almeno una finale considerando le cinque gare di Coppa del Mondo, i Campionati del Mondo e i Campionati Europei. Se prendiamo in esame solamente la Coppa del Mondo, troviamo 92 atleti andati a punti, ma soltanto 26 C1 hanno conquistato almeno una
finale. Significa che la percentuale di chi è riuscito ad entrare nella lotta per le medaglie è stata appena del 28,2%. Ancora più interessante, e per certi versi preoccupante, è un altro dato: dei 26 finalisti solamente due sono extraeuropei, l’australiano Carter e il canadese Baldoni: un elemento che, a mio avviso, dovrebbe far riflettere i vertici di Paddle Worldwide.
Tra questi 26 finalisti, la possibilità concreta di salire sul podio è stata del 38.4%, visto che sono stati 10 gli atleti capaci di conquistare almeno una medaglia. Il più medagliato è stato Ziga Lin Hocevar, con tre podi, seguito da Burgess, Chaloupka, Gestin e Trave, tutti con due. Con una medaglia troviamo invece Ivaldi, Benus, Mirgorodsky, Bozic, e Westley.
Proseguendo nell’analisi della Coppa del Mondo, troviamo un solo atleta, Hocevar (SLO), presente in tutte le finali. Alle sue spalle Gestin e Savsek con quattro finali; con tre Ivaldi, Burgess, Senechault, Westley, Egyhazy, Trave e Chaloupka. Due finali per Micozzi, Jegou, Tasiadis, Kramtsov, Carter, Bozic, Diaz, Koechlin e Rhoan. Una finale, infine, per Baldoni, Nowobilski, Sztuba, Bernardet, Benus e Kratochvil.
Considerando anche i mondiali e gli europei quanti dei 29 finalisti, durante la discesa, utilizzano il cambio di lato di pagaiata? Sono 12, pari al 41,3%. Ecco i nomi:
Hocevar, Senechault, Egyhazy, Trave, Kratochvil, Koechlin, Carter, Diaz, Rhoan, Baldoni, Segura e Maiutto.
Un dato già di per sé interessante, ma che diventa ancora più significativo se lo mettiamo in relazione con i tracciati. A La Seu d’Urgell, per esempio, nessun destro puro è riuscito a raggiungere la finale. E un atleta come Trave, pur essendo un destro naturale, ha scelto di pagaiare a sinistra proprio sotto il ponte. A questo punto è inevitabile porsi una domanda: quanto i percorsi tracciati siano stati realmente equilibrati tra destri, sinistri e atleti che cambiano lato? Perché il sospetto è che, in più di un’occasione, alcuni tracciati abbiano finito per favorire proprio i sinistri e, più in generale, gli atleti capaci di cambiare lato.
Per capire quanto un percorso possa influenzare il risultato nelle gare di C1, è interessante analizzare anche chi è salito sul podio nelle singole prove di Coppa del Mondo.
Tacen: un cambio pala, un desto e un sinistro
Praga: tre sinistri sul podio.
Augsburg: due destri e un sinistro.
Parigi: due destri e un cambio pala.
La Seu d’Urgell: due atleti che cambiano lato e un sinistro.
Se poi aggiungiamo i dati dei Campionati del Mondo e degli Europei, il quadro diventa ancora più interessante.
Oklahoma: un destro, un sinistro e un cambio pala.
Ivrea: tutti e tre gli atleti sul podio hanno cambiano lato di pagaiata.
Non è certamente una prova matematica di un condizionamento dei risultati da parte dei tracciati, ma sono numeri che, messi tutti insieme, meritano una riflessione seria. E qui arriviamo al punto. Chi traccia i percorsi? Visto che ho tirato in ballo i tracciati, bisogna dirlo subito: il sistema con cui vengono designati i course designer non mi sembra assolutamente all’altezza del livello raggiunto oggi dalla nostra disciplina. Partiamo da un presupposto semplice: il successo di una gara comincia dal tracciato.
Un buon percorso può rendere una gara spettacolare, leggibile, imprevedibile ed emozionante. Un percorso sbagliato può invece trasformarla in qualcosa di confuso, ripetitivo o addirittura assurdo. Chiediamo professionalità agli atleti, ai Team Leader e a chi si occupa dell’elaborazione dei dati. Poi, quando arriviamo a chi deve disegnare il percorso, ci affidiamo ancora, in buona parte, a una logica che assomiglia molto al volontariato.
Ho avuto modo di confrontarmi su questo tema con Fiona Pennie, che ha tracciato il percorso della finale di Coppa del Mondo a La Seu d’Urgell, e non mi ha nascosto le difficoltà e le perplessità che accompagnano chi si trova a ricoprire questo ruolo. In sostanza, chi viene chiamato a disegnare un percorso deve tenere conto di una serie di criteri stabiliti da Paddle Worldwide.
Il primo è la durata della gara. Il regolamento, su questo punto, è abbastanza chiaro: l’articolo 9.4.2 indica come obiettivo una durata del percorso per il K1 maschile vicina ai 95 secondi. Poi ci sono le indicazioni dello Slalom Board, che pongono una serie di vincoli e indicazioni su dove e come posizionare le porte, anche per ragioni legate all’arbitraggio: il numero di giudici disponibili, la necessità di ottimizzare il loro lavoro, le riprese televisive, che dovrebbero possibilmente mostrare frontalmente le porte, e naturalmente il necessario equilibrio tra destri e sinistri. E poi c’è un altro problema, forse ancora più grande: il tracciatore deve essere aggiornato. In linea di massima, i Course Designer arrivano da un passato nello sport, ma da tempo non seguono più attivamente le gare e questo significa che possono avere difficoltà ad accompagnare l’evoluzione tecnica dello slalom e certamente non per loro colpa visto che molti sono impegnati in altri lavori per vivere. Spesso una parte delle spese di viaggio deve uscire dalle loro tasche e, di conseguenza, anche il tempo che possono dedicare allo studio del percorso è limitato. D’altra parte, stiamo chiedendo loro di arrivare su un campo di gara, conoscere la situazione, studiare il livello dell’acqua, osservare gli atleti, confrontarsi con i vincoli arbitrali e televisivi e, soprattutto, costruire in pochi giorni il percorso sul quale si decideranno le medaglie. E allora non ci si può stupire se sono pochi quelli che si offrono volontari per farlo, ancora meno, poi, sono le donne.
E qui si apre un’altra contraddizione: Paddle Worldwide auspica giustamente una maggiore presenza femminile anche nei ruoli tecnici, per garantire l’equilibrio di genere, ma il sistema attuale non sembra creare condizioni particolarmente favorevoli per raggiungere questo obiettivo. Forse Paddle Worldwide dovrebbe prendere in considerazione una soluzione che appartiene al passato, ma che potrebbe essere sorprendentemente moderna: tornare a far tracciare il percorso a due allenatori delle squadre presenti alla gara. Dopotutto sono loro, probabilmente, le persone che conoscono meglio di chiunque altro l’evoluzione tecnica dello slalom, sono sempre sul campo, seguono le gare, conoscono i propri atleti e, soprattutto, conoscono quelli degli altri. Vedono quotidianamente come si evolve la tecnica, come vengono affrontate le combinazioni, come vengono utilizzati i diversi lati della pagaiata e quali sono le nuove soluzioni che stanno emergendo e sono comunque già presenti alla gara con costo zero! Non devono quindi sottrarre un’intera settimana al proprio lavoro, affrontare un viaggio e magari rinunciare a una parte della propria retribuzione per svolgere un incarico che, di fatto, è fondamentale per la gara.
Le riflessioni che ho avuto con Fiona Pennie mi hanno fatto capire ancora meglio quanto sia delicata questa tematica e proprio per questo la soluzione da lei proposta mi sembra, alla fine, la più concreta e probabilmente anche la più logica: far tracciare il percorso, come si faceva un tempo, agli allenatori delle squadre presenti. Non sarebbe una regressione, potrebbe essere, al contrario, un modo per portare finalmente nel tracciato tutta l’esperienza, l’evoluzione tecnica e la conoscenza dello slalom che oggi rischiano di rimanere fuori dall’acqua.
Occhio all'onda!


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