Dove nasce veramente lo Slalom...
Tornare a seguire le gare su un fiume naturale è come tornare giovani all’improvviso. Quanti ricordi e quante ore passate a pagaiare sulle acque dei torrenti, facendo lo slalom tra i sassi e sulle rive abeti e larici che accompagno il fratello fiume nel suo scorrere verso valle. Quante ore accovacciati su un sasso a meditare e a fantasticare discese e porte fra i flutti e le onde. A Kananaskis, nello stato dell’Alberta in Canada, sono tornato a respirare l’aria di un tempo, ho riassaporato la musica del fiume e ho goduto della delicatezza del momento. Mi sono immaginato indiano Dakota a pescare su quel fiume, mentre alcuni giovani caprioli si dissetavano di fronte a me per poi tornare a giocare tra loro e sparire nel bosco. Portare la canoa dei miei atleti dal parcheggio al fiume scendendo un piccolo sentiero nel bosco, camminare tra le pietre, imbarcarsi sulla riva e spaziare con lo sguardo a monte e a valle sapendo che l’acqua arriva dalla montagna e che defluirà verso un altro fiume è una sensazione unica perché ti fa immergere nella natura e ti rendi conto che scivolare sul quella corrente significa cogliere l’attimo che sarà solo quello che vale una vita intera. La consapevolezza che questa emozione resterà dentro di te per sempre fresca e cristallina come 50 anni fa, quando in un sabato settembrino mi sono seduto dentro una canoa. Anche le gare acquisiscono un altro aspetto, diventano momenti di gioia per tutti indipendente dal risultato, perché discendere su quelle rapide già è una vittoria. Ho rivisto nei giovani sguardi ed espressioni di felicità che anche noi abbiamo vissuto e che ci accompagnano ogni giorno nella nostra vita, grazie proprio allo spirito dell’acqua che corre ormai dentro di noi. Ho visto gli atleti camminare con la canoa in spalle su un sentiero di sassi barcollando verso la partenza. Ho visto gli atleti risalire il fiume per riscaldarsi a monte della partenza e aspettare il via in una grande morta adiacente alla fotocellula. Ho visto gli atleti tagliare il traguardo e scendere dalle loro imbarcazioni assicurandosi ai sassi e in equilibrio sbarcare sulla riva. Ho visto le canoe riposare a fianco delle tende all’imbrunire con salvagenti, caschetti, paraspruzzi e giacche d’acqua asciugarsi al vento su corde tirare tra un albero e l’altro e sostenute da pagaie che seguono il movimento del vento.
I campionati Pan-Americani, che sono arrivati giusto una settimana dopo i campionati del mondo di Oklahoma City, mi hanno riportato nella natura, mi hanno ridato la felicità e mi hanno regalato le emozioni di quel bimbo che era dentro una “Sanna” in vetroresina e che solcando le onde e le correnti dei ponti cittadini gli sembrava di essere il padrone del mondo!
Ma soprattutto mi hanno ricordato una cosa semplice: non siamo noi a scegliere il fiume, é il fiume che, una volta sola nella vita, sceglie te. E se succede, non ne esci più, non torni indietro, non diventi altro… diventi acqua e tutto il resto smette di contare e solo allora capisci la differenza.
Da una parte l’acqua vera: imprevedibile, viva, indifferente a tutto, dall’altra i canali perfetti, addomesticati, dove ogni onda è già scritta e ogni errore ha una spiegazione. A Oklahoma puoi controllare tutto, qui no, puoi allenarti sulla stessa onda cento volte e puoi costruirti la prestazione pezzo per pezzo, puoi quasi convincerti di avere tutto sotto controllo, ma sul fiume no. E forse è proprio questo il punto che dà fastidio: sul fiume non puoi nasconderti, niente alibi, niente scenografie, niente illusioni, solo tu, l’acqua per essere veramente felice.
Occhio all'onda!
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