Fare l’americano è facile. Restare campioni molto meno.




"Tu vuo′ fa' l′americano

Mericano, mericano...

Ma si' nato in Italy!"


Quando sbarchi negli States ti prende subito quella voglia un po’ irresistibile di “fare l’americano”. E ho scoperto che non capita solo a me: è quasi un rito collettivo tra atleti e allenatori. Così, sul campo di gara, mentre si studiano le porte, vedi sfilare un piccolo campionario di stereotipi a stelle e strisce: cappelli e stivali da cowboy, berretti da baseball, magliette di hockey e basket, e soprattutto scarpe da tennis fiammanti. D’altronde, con i prezzi che girano qui, è difficile resistere. Tra un allenamento e l’altro, infatti, uno dei passatempi preferiti diventa lo shopping. Outlet a due passi dal canale, sconti del 60-70%, centri dove i campionari degli anni passati vengono praticamente regalati. È una gara nella gara. E forse anche più difficile da gestire. Il vero problema, semmai, sarà riportare tutto a casa.

Un’altra scena decisamente americana? Salire in macchina con la tazza di caffè e piazzarla tra guidatore e passeggero, sorseggiandola ai semafori. Una di quelle immagini da film che inevitabilmente finisci per imitare. Anche se poi, a dirla tutta, quello che bevi ha tutto… tranne il sapore del vero caffè italiano.


Intanto si capisce che le gare si avvicinano. Gli spot si svuotano, gli allenamenti diventano più mirati, gli atleti iniziano a centellinare energie fisiche e mentali. Oggi, nella nostra ora in acqua condivisa con francesi e canadesi, eravamo davvero in pochi.

Tra i francesi, qualche discesa del campione del mondo della canadese, Nicolas Gestin, intento a rifinire dettagli e combinazioni su un tracciato disegnato da Roberto Colazingari. Chi invece ha spinto forte è stato Titouan Castryck: poche porte, ma ritmi gara altissimi, senza risparmiarsi. Eppure, il campione del mondo in carica nel kayak arriva da un inizio di stagione complicato: due finali su tre gare in Coppa, e qui a marzo un quarto posto dietro Polaczyk, De Gennaro e Prskavec.Da fuori, la sensazione è quella di trovarsi davanti a un caso classico: quello che in psicologia dello sport   viene definito fear of success, la paura del successo. Quando le aspettative crescono, la pressione aumenta, e la responsabilità pesa più del risultato stesso. È lì che può scattare qualcosa: una sorta di autosabotaggio, una difficoltà a esprimersi allo stesso livello. Giornalisticamente? La chiameremmo vertigine del successo. Quel momento in cui arrivi in alto, ma non sei ancora pronto a restarci. Oggi, guardandolo pagaiare, questa impressione c’era tutta. Speriamo per lui che ne esca presto, perché il talento non si discute.


Con i miei atleti brasiliani abbiamo lavorato su un diviso tre, inserendo comunque combinazioni impegnative. Le risposte sono buone: le ragazze e i ragazzi in giallo-oro stanno metabolizzando bene il lavoro fatto fin qui. Ora però è il momento della verità. Sarà il cronometro a dirci quanto vale davvero questo ultimo anno, carico di impegno e di nuovi supporti, fisici e mentali. Inizia il cammino verso la qualificazione delle barche per Los Angeles 2028. E lì non si può più rimandare.


Meno convincente, invece, il Team Leader Meeting di venerdì sera. Sala al primo piano completamente spoglia, niente microfoni, relatori difficili da seguire già di loro. Il presidente del boarding in bermuda e infradito ha provato ad animare chiedendo quante volte i Mondiali si siano disputati nel continente americano. Domanda facile, soprattutto per chi segue questo blog: al primo che risponde nei commenti, cappellino dell’evento in regalo. Magari, però, si poteva pensare anche a qualcosa di più basico: un po’ d’acqua, visto il caldo, o un minimo di accoglienza. Non servivano grandi investimenti. Praga, in questi dettagli, resta su un altro pianeta. E dispiace vedere quanto poco si impari da chi sa fare bene le cose.


Sabato 18, cerimonia di apertura al Riversport: tradizioni locali, musica e fuochi d’artificio. Lo spettacolo, almeno quello, è garantito.



Occhio all’onda!







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