Dove finisce la gara, inizia l’interpretazione!
La Spagna, in una giornata cupa e grigia, fa risplendere il sole e conquista un titolo mondiale che mancava al suo già ricco palmarès. La discesa di Miquel Trave è un vero capolavoro tecnico, condito da saggezza e, se vogliamo, anche da una certa spregiudicatezza. Il cronometro si ferma su 88.28, un tempo che fin da subito lascia tutti con il naso all’insù, con la sensazione netta che sarebbe rimasto lì, irraggiungibile. Ci prova il campione olimpico e iridato uscente Nicolas Gestin, ma già alla porta 4 paga una penalità, proprio dove il catalano aveva iniziato a costruire il suo successo attaccandola in discesa. Il francese, poi, non si accontenta e tocca anche l’ultima risalita: quattro penalità sono troppe per sperare in un podio che, di fatto, gli scivola via già a metà gara. Chi invece il podio lo agguanta è il britannico Alan Burgess, vicecampione olimpico. Parte fortissimo e domina fino alla 12, poi inizia a perdere terreno su Trave: affronta la 16 in retro, sballa sull’ultima risalita, ma riesce comunque a tirare fuori un mezzo miracolo, infilando la porta quando sembrava destinato a restarne fuori di almeno un metro. Chiude a +1.49. Terzo il ceco classe 2005 Lukas Kratochvil, a +1.61 da Trave: discesa lineare, partenza accorta e accelerazione finale da manuale. Bella prova del laziale della Marina Militare Flavio Micozzi, bravo a gestire la seconda parte del tracciato, dalla 13 alla 22. Cosa che invece non riesce al veronese Raffaello Ivaldi, che nel solo traghetto tra la 13 e la 14 lascia sul campo 3 secondi e 10 centesimi, oltre a un dispendio energetico enorme. Il primo chiude quinto, il secondo settimo.
Nel settore femminile, l’uscita prematura di Jessica Fox spalanca le porte alle outsider, liberandole da quella soggezione quasi reverenziale verso la regina della specialità.
A beneficiarne è soprattutto Tereza Knebelova che, dopo essere entrata in finale grazie a una discutibile penalizzazione massima inflitta ad Ana Satila, mantiene sangue freddo e lucidità. Il suo 100.52 vale il titolo mondiale, nonostante in semifinale il miglior tempo fosse stato il 98.03 di Monica Doria. La ceca, classe 2003 e figlia d’arte (il padre Robert fu argento ai Mondiali 2004 di Garmisch), costruisce una discesa pulita e regolare, con dieci cambi pala. L’unico vero rischio arriva nell’ultima combinazione: taglia la 21, si proietta nella confluenza con grande velocità e riesce a infilarsi nella morta di sinistra per risalire al volo la 22. Una scelta al limite, ma vincente. All’arrivo dell’ultima finalista scoppia in lacrime: quelle vere, di chi sa di aver fatto il salto.
Ci crede fino alla fine Marta Bertoncelli, autrice di una prova di altissimo livello che la porta al quarto posto. Lineare ovunque, ma — ahimè — tra la 13 e la 14 commette lo stesso errore di Ivaldi: esce lunga, lunghissima, lasciando sul campo secondi pesantissimi. E con loro, probabilmente, anche un bronzo che sembrava già in tasca.
Errori banali in semifinale escludono invece Elena Borghi, che in qualifica aveva dato segnali decisamente più solidi.
Sabato il mondiale si chiude con il kayak cross. Da domenica, poi, spazio al Congresso ICF con 150 delegati da tutto il mondo. E i temi sul tavolo non mancano.
Perché se in acqua si decide tutto al centesimo, fuori troppo spesso si decide a sensazione, senza accettare opinioni ed osservazioni da chi di mestiere vede ogni giorno per 12 mesi all’anno gli atleti. E allora viene da chiedersi a cosa servano certe figure, certi ruoli, certe presenze, se non a mettersi al centro della scena. Gli Chef Judge dovrebbero garantire equilibrio, trasparenza, rispetto. Invece, sempre più spesso, sembrano voler lasciare la propria firma sulla gara. Ma lo sport, quello vero, non ha bisogno di protagonisti dietro una scrivania. Ha bisogno di essere lasciato in pace!
Occhio all'onda!
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