Chiamarla Coppa... ma perchè?


La Coppa del Mondo Slalom 2020 mi ricorda una delle  famose terzine dantesche che si trova nel cantico III dell'inferno dove vengono collocati gli ignavi: "Sanza ‘infamia e sanza lodo". Dante parla così  di chi non ha saputo prendere una decisione,  vivendo una vita in attesa, quindi la loro condanna sarà quella di correre interrottamente per l'eternità per riscattarsi degli errori fatti in vita.   Ecco! l'edizione di quest'anno di Coppa, secondo me, non è stata capace di proporre una sua filosofia e tanto mento logica agonistica, mettendo in essere  solo una scarsa e brutta copia di quella che da sempre è la World Cup!
C’è da dare atto però che un senso può averlo avuto per atleti e paesi che con uno sforzo enorme vi hanno partecipato, ma che in condizioni normali non avrebbero avuto accesso alle finali, quindi un'opportunità che alcuni non si sono persi.  
Le gare però ci hanno offerto comunque spunti di riflessione  interessanti. Il primo ci arriva dagli atleti più quotati, per la verità non sono stati molti quelli che vi hanno partecipato, ma che non sono riusciti ad esprimersi com’è loro consuetudine. E da questo si capisce quanto è importante la motivazione per rendere al massimo in gara. Mancando obiettivi e probabilmente anche programmazione specifica  si è capito quanto può influenzare sull’esito finale.  Sono mancati in toto i francesi, padroni di casa, che nella canadese monoposto non sono riusciti a piazzare nessun finalista. Penso che ciò non succedesse probabilmente dalla prima edizione della Coppa del Mondo e cioè dal 1988! Quasi lo stesso si può dire per i loro colleghi del kayak maschile se pur arrivati all’atto conclusivo,  con Anatole Delassus e Benjamin Renia, hanno fallito completamente in finale. Delassus ha toccato troppo, mentre l’esperto Renia ha saltato la porta 12 finendo nelle retrovie. Anche senza penalità i due atleti di casa sarebbero rimasti lontano dal podio che viceversa è andato a Martin Dougoud, primo, Tomas Zima, secondo con l’argentino Thomas Bersinger sul terzo gradino del podio. In realtà quest'ultimo è più francese dello stesso  Napoleone Bonaparte visto che il famoso condottiero era nato in Corsica da una famiglia italiana della piccola nobiltà e non certo in Francia come  Thomas Bersinger che vide la luce proprio a Pau il 4 dicembre 1985! 
I due più quotati atleti del kayak in finale e cioè i cechi Vit Prindis e Vavrinec Hradilek non sono stati all’altezza del loro nome, ma era evidente il loro stato di forma decisamente sotto tono. Da tecnico però non ne capisco il motivo per cui questi due fenomeni abbiano  partecipato ad una gara senza essere pronti e reattivi come loro abitudine.

Meglio hanno fatto i transalpini nel settore femminile piazzando Marie Lafont e Romane Prigent rispettivamente al primo e al secondo posto nella finale del kayak. C’è da dire che queste due atlete solo poche settimane prima si erano giocate la qualificazione olimpica dove l’aveva spuntata la prima.  Due atlete che praticamente sono nate e cresciute canositicamente su questo canale. Le separano 12 anni di vita: Lafonte di primavere ne ha viste 33 e si appresterà ad esser al via alla sua seconda Olimpiade dopo quella carioca del 2016, mentre la Prigent di primavere ne ha vissute 21. Ed è proprio quest’ultima la vera rivelazione di questa stagione così anomala. Figlia d’arte di Christophe Prigent e Marie Agulhon. Il papà, classe 1956, ha vinto due medaglie a squadre ai campionati del mondo nel 1985 e nel 1987 rispettivamente argento e bronzo. Chiusa la carriera da atleta iniziò quella da allenatore per diventare una decina d’anni più tardi il Direttore Tecnico delle Squadre Nazionali. Ruolo che abbandonò nel 2006  per diventare il responsabile del neo nato centro federale francese a Pau che prenderà il via nell’aprile del 2008. Christophe però è stato richiamato recentemente a dirigere la squadra olimpica francese dopo l’anno di conduzione di Richard Fox. Christophe è diventato una sorta di icona della canoa slalom con  una sua foto che divenne il logo della canoa slalom per le Olimpiadi spagnole. Questo,  ovviamente, gli portò notorietà e gloria perché non c’è nessun centro di canoa di una certa importanza che non abbia un poster con lui che sembra pagaiare sul mondo.
Anche la mamma, dieci anni più giovane del marito, certo non fu da meno con la pagaia in mano, vincendo il titolo iridato a squadre al mondiale del 1991 a Tacen con Myrian Jerusalmi Fox e  Anouk Loubie e sfiorò la medaglia alle Olimpiadi del ’92 finendo al 5^ posto, ma prima delle francesi con Anne Boixel (attuale responsabile tecnico del settore Junior nazionale) in 11esima posizione e Jerusalmi Fox (inutile dire cosa lei ha fatto da allenatrice considerando che tutti la conoscono) al 21esimo posto. Ma i Prigent sono una vera e propria famiglia, nonché dinastia di canoisti tanto è che Romane è cugina di Camila Prigent. Anche Camila è figlia d’arte, ma tranquilli vi risparmio la storia dei suoi genitori, ed è stata apripista ai Giochi Olimpici di Rio 2016. Minuta, ma potente nello stesso tempo interpreta uno stile più azzardato per questa categoria e se fino a ieri ha ottenuto buoni risultati è però precipitata alle selezioni olimpiche francesi finendo addirittura fuori squadra. Probabilmente la tensione e soprattutto il fatto di sapere che poteva farcela l’ha frenata non poco nelle gare.
Per dovere di cronaca bisogna dire che la gara nella canadese monoposto è stata vinta dall’irlandese, Liam Jegou, per la verità più gallico che gaelico, che precedentemente non aveva neppure mai preso una finale né in coppa né ai mondiali. Era arrivato in finale con il sesto posto in semifinale e con un tempo di 104.59 più 2 penalità. Poi è stato bravo a migliorarsi di 4 secondi e vincere così la gara sul ceco Vaclav Chaloupka e lo svizzero Thomas Koechlin.
Nel settore femminile della canadese ancora una bella vittoria di Ana Satila che come a Tacen, 15 giorni prima, vince con distacchi abissali. Qui con oltre 6 secondi su Viktoriia Us e in terza posizione la campionessa europea 2020 Tereza Kneblova. Deludono le tre spagnole Lazkano, Vilarrubla e Olazabal che si prendono un 50 rispettivamente alla 12, alla 22 e alla 8 e che fanno registrare praticamene lo stesso tempo e  si distanziano solo di qualche centesimo.

Personalmente disapprovo l’atteggiamento degli sloveni, che prima organizzano la prima prova in casa e poi non si presentano oltre le Alpi snobbando la seconda e conclusiva gara di Coppa.
Silenzio anche dall’ICF sull’esito di queste gare. La Coppa a quanto pare non è stata assegnata e allora perché hanno voluto organizzare delle gare sotto questo nome e poi non assegnare il titolo?

Occhio all’onda! 

 



 

 

Ciao nostro Re

foto di Ludovica Paloma

Il nostro primo incontro fu in occasione dei campionati del mondo di Milano nel 1999. Ricordo che arrivai in auto e mi diressi verso la sede di quello che oggi è l’Idroscalo Club. Parcheggiando la macchina mi chiedevo se ero nel posto giusto, ero stato chiamato da quelle parti perché avrei dovuto essere lo speaker di quell’evento che da lì a poco avrebbe ravvivato per diversi giorni il mondo della pagaia mondiale.  Ovviamente confuso e disorientato mi apprestavo a vivere quell’avventura con molta titubanza e incertezza. Infondo io ero un canoista, per lo più nato e cresciuto tra i pali dello slalom, poco avevo  a che fare con la velocità che avevo sì praticato fino ad arrivare a disputare un paio di edizioni dei campionati italiani e seguivo sempre e comunque i maggiori avvenimenti internazionali anche dal vivo come Parigi e Copenaghen, ma comunque una canoa decisamente diversa da quella da me praticata. La passione del giornalismo e nel raccontare le storie di pagaia avevano avuto il sopravvento in me e partì per quest’esperienza. Non feci in tempo a scendere dalla macchina che mi venne incontro un signore dicendomi: « tu sei Ivaldi, piacere finalmente ti conosco di persona, io sono Cecco e ti accompagno in sala stampa ». Da quel momento in poi mi sembrava di conoscere quell’uomo da sempre e camminando mi spiegava ogni cosa di ciò che incontravamo inerente all’avvenimento che avrei dovuto commentare spiegandomene i dettagli e le sfumature. Mi impressionò il fatto che tutti lo salutavano e il nostro cammino per arrivare in ufficio fu lungo e tortuoso nel senso che il povero Cecco veniva fermato di continuo per rispondere alle mille domande che lo assalivano da parte dei volontari e responsabili dei vari settori.
Cecco Re per la verità lo conoscevo già di nome, leggevo spesso i suoi articoli di canoa e ne avevo sentito parlare, ma le nostre pagaie non si erano mai incrociate fino a quel momento. Il Campionato del Mondo andò molto bene, tornai a casa stanco, ma soddisfatto. Imparai molto del mestiere, grazie anche a lui,  e qualche giorno dopo ricevetti  una telefonata: era Cecco che voleva ringraziarmi e farmi i complimenti per come avevo condotto con la voce ogni cosa di un mondiale che rimase nel cuore e nell’animo di molti di noi. Coincidenza ha voluto che poche settimane fa Cecco riprese sui social una vecchia foto del mondiale milanese e molti commentarono con la classica frase: io c’ero.  Anch’io feci lo stesso dicendo che ero orgoglioso di averne fatto parte come speaker. Cecco commentò il mio intervento dicendo che lo avevo fatto pure bene. Cecco era molto attento ad ogni particolare e il nostro rapporto di amicizia e reciproca stima si rafforzava sempre di più.  Fu il primo a complimentarsi con me quando nel 2001 presi l’incarico di commissario  tecnico delle squadre di slalom e discesa e da quel momento mi seguì puntuale nel mio lavoro fino ad accompagnarmi nella mia avventura oltre Oceano, forse perché sapeva cosa significava avere un figlio lontano da casa.
Ammiravo due cose di quest’uomo: la prima era la sua eleganza nel parlare con le persone e nel trattare le problematiche, a volte dolce e tante altre duro con un linguaggio chiaro e deciso. La seconda, maturata in modo particolare da quando il suo corpo lo fece soffrire, la visione per il futuro nonostante tutto. Parlava ed interveniva sempre in positivo, sempre offrendo spunti attivi alla discussione e alla vita era attento ad ogni cosa che capitasse nel nostro mondo.
Una cosa è certa che Cecco Re è una persona che abbiamo amato ed ammirato in tanti ed è proprio per questo che  resterà comunque sempre con noi e con la nostra amata canoa.
 

Buon viaggio nostro Re!

Occhio all’onda! 

Tacen teatro della prima prova di Coppa del Mondo Slalom

 

Ana Satila, dopo aver mancato il successo in K1, per un 50 banalissimo all'ultima porta, non se l'è fatto sfuggire nella canadese femminile.


Partire a Tacen a valle del grande salto è come fare una gara di discesa libera a Kitzbühel senza la «Trappola per topi» - letteralmente in tedesco la Mausefalle -  quel salto, di una ottantina di metri a pochi metri dalla partenza, che in pratica caratterizza tutto il resto del tracciato. Così come quel passaggio nel canale sloveno che segna il resto della gara sia da un punto di vista tecnico, che emotivo, che fisico. Il motivo per cui non si è fatto è che dopo la ristrutturazione dello scivolo iniziale, con l’inserimento della nuova diga di regolazione dell’acqua, non si è riusciti a renderlo navigabile quando l’acqua sul fiume è superiore ai 100 m3/sec. Questo, per la verità, era stato il motivo dell’intervento stesso, ma si sa che progettare lo scorrimento dell’acqua a valle non è sempre così facile e scontato specialmente quando  si parla di salti molto elevati.  
La prima tappa di Coppa, sulle due previste, ha visto sul gradino più alto del podio  3 atleti che precedentemente non avevano mai vinto una gara così importante e sono: Ana Satila, vincitrice nel C1 donne, Romane Prigent, prima nel Kayak femminile e Isak Ohrstrom, oro nel kayak maschile. Nella canadese maschile vittoria a
Luka Bozic, che era alla sua 13esima finale in Coppa e alla sua seconda medaglia d’oro, dopo quella del 2018 a La Seu d’Urgell

L’altro dato che emerge da queste gare è che sulle 12 medaglie assegnate ben 8 sono andate ad atleti che non erano mai saliti prima su un podio di Coppa.
Per dovere di cronaca bisogna dire che questo appuntamento è stato disertato da moltissime nazioni di prestigio come: Germania, Great Britain, Slovacchia e la stessa Italia. Mentre Francia e  Repubblica Ceca erano presenti con le seconde linee. I motivi sono ovvi vista la condizione che tutti noi stiamo vivendo per le varie emergenze e per le varie risposte che i diversi governi stanno dando.
Al via 64 atleti in rappresentanza di 15 nazioni di cui  5   con un solo atleta come Portogallo, Ungheria, Ucraina, Svizzera, Croazia e altre con solo 2 partenti come Irlanda e Giappone.
Nulla però si toglie a chi in battaglia ha trionfato con tutti gli onori e la gloria perché una gara vinta è sempre una gara vinta!
 

Una riflessione anche sul tracciato di semifinale e finale disegnato dal tecnico che rappresentava il Comitato Organizzatore e cioè Inaki Gómez Alonso con il giapponese Shuji Yamanaka. I due tecnici hanno dovuto trovare soluzioni diverse dal momento in cui la gara partiva da sotto il tradizionale salto  per i motivi che abbiamo spiegato,  stravolgendo però i punti di forza di questo percorso.  A mio modo di vedere, comunque Inaki e Shuji ne hanno tirato fuori un bel tracciato che  era ben distribuito. Unico neo forse la porta 13 che risultava essere meno dinamica rispetto la 6 che era in pratica il bilanciamento di questa combinazione nella morta a destra. Per il resto, ma soprattuto per i tempi di percorrenza, mi sembrava ideale. 

Una nota anche sulle riprese televisive che sono troppo zoomate sull'atleta facendo perdere il senso della velocità e dell'insieme della discesa. Io opterei per immagini più aperte che possano offrire al possibilità di seguire l'atleta in maniera globale. Successivamente con il replay si sottolineano le sfumature con grandi primi piani su viso, canoa e pagaia.

Prossima tappa, seconda e ultima,  Francia a Pau dal  6 all’8 novembre e dalle informazioni arrivate fino a questo momento le nazioni presenti saranno ancora meno. Quindi, a parte ovviamente i francesi, hanno confermato la loro presenza: Spagna, Usa, Brasile, Argentina, Svizzera e Portogallo.

Occhio all’onda!

Francia ha definito la sua squadra olimpica per i paletti dello Slalom

 

La Francia ha definito i nomi che la rappresenteranno ai Giochi Olimpici di Tokyo che dovrebbero svolgersi il prossimo luglio nella capitale nipponica. Il condizionale è d’obbligo nella situazione in cui tutti noi viviamo e soprattutto leggendo ciò che il Governo di quel paese sta dicendo sulla rassegna a cinque cerchi:  se mai  verrà disputata c'è la certezza che  le gare si  svolgeranno senza pubblico, togliendo così alle casse di quel paese un introito importante non solo per la  vendita dei biglietti per assistere alle diverse gare, ma soprattutto per l’indotto che la cosa crea.
Torniamo alle gare disputate la scorsa settimana a Pau che hanno tenuto sotto torchio molti atleti, tecnici e pure tutti noi che abbiamo seguito con attenzione i 4 giorni di competizioni e che soprattutto hanno creato parecchie polemiche una volta finite.
Il primo a lamentarsi è stato il campione olimpico uscente che non potrà essere al via a Tokyo a difendere il suo titolo e cioè parliamo di Denis Gargaud Chanut che non è riuscito a confermarsi come primo C1 transalpino. Lui partiva con un bonus di uno zero e di 1 punto, in sostanza gli sarebbe bastato vincere una sola gara delle tre previste per assicurarsi il posto. Invece la cosa non gli è riuscita finendo per due volte secondo e una volta terzo. Meglio di lui il 31enne Martin Thomas che solo alcuni anni fa ha deciso di lasciare la sua professione di fisioterapista per dedicarsi a tempo pieno alla canoa rincorrendo il suo sogno olimpico.  Quest’ultimo godeva di un solo bonus rispetto ai due dei suoi più diretti avversari. Fuori dai giochi da subito è stato il campione del mondo in carica Cedric Joly che alle selezioni è decisamente mancato, infatti ha preso 2 sole finali su 3 finendo 10^ e 4^.  Ma in sostanza di che cosa si è lamentato Gargaud alla fine delle gare? Semplice! ha sostenuto il fatto che l’ultima gara vinta da Jules Bernardet è stata disputata senza che questo giovane atleta avesse nulla da perdere e quindi libero di fare una grande prova. Cosa invece che, secondo Gargaud, non si poteva permettere di fare lui perché si giocava il tutto per tutto in una sola manche, dimenticandosi però delle altre due opportunità e dei bonus regalati visto che erano più che datati. Dal 2017 ad oggi il francese tra campionati del mondo, coppa ed europei, ha conquistato  8 finali su 19 gare disputate e una sola medaglie, bronzo,  nel 2018 nella finale di Coppa del Mondo a La Seu d’Urgell. Indiscrezioni, dicono, che forse si rimetterà in gioco il posto ai campionati europei a maggio, anche se la cosa risulterebbe alquanto di parte e poco credibile.

Erano nate anche polemiche nel kayak maschile, addirittura prima di iniziare le gare,  tanto che sembrava che  Quentin Burgi non volesse neppure presentarsi al via poichè lui riteneva  che il posto fosse  già stato riservato a Boris Neveu, grazie ai  2 bonus: uno 0 e 1. Neveu, che il prossimo 12 aprile compierà 35 anni, tra il 2017 ad oggi ha partecipato a 18 gare tra euro, coppa e mondiali, conquistando 11 finali e tre medaglie:  un argento in Coppa nel 2017 a La Seu d’Urgell e due bronzi nel 2019 in coppa prima a Bratislava e poi nella finale di Praga.  Il transalpino nato a Lourdes e allenato da Benoit Peschier, dopo essere stato per molti anni nel gruppo guidato  da Sylvain Curinier che lo ha influenzato molto postiviamente, alle selezioni a Pau ha chiuso con un 9^, 3^ e 8^ posto decisamente pochino se paragonato ad esempio a Benjamin Renia che viceversa ha vinto una gara e ha ottenuto un 3^ e un 4^ posto. Probabilmente quest’ultimo il più regolare di tutti, anche su Mathieu Biazizzo (3^,5^,2^), ha avuto la sfortuna di non vincere anche la seconda gara e quindi togliersi dai giochi a cinque cerchi, visti i bonus di Boris. A nulla quindi in pratica sono servite le gare di selezioni olimpiche in questa categoria perché Neveu si è preso il posto solo grazie ai bonus precedentemente ottenuti e anche qui non si capisce in base a cosa gli fossero stati attribuiti questi vantaggi.  

Nel settore femminile le due Prigent, Camile e Romane, hanno buttato all’aria la qualifica per banali errori e forse più per la paura di potercela fare che ha giocato, in entrambi i casi, brutti scherzi. Rivedremo al via quindi ai Giochi Olimpici di Tokyo in kayak femminile per la Francia Marie-Zelia Lafont che ha ottenuto una vittoria, l’ultimo giorno e un secondo posto. Alle sue spalle, distanziata di un solo punto, Corone Bouzidi.
Sorpresona nella canadese femminile dove la spunta la giovanissima Marjorie Delassus, mentre deludono le più esperte Lucie Baudu e Claire Jacquet.  

Occhio all’onda! 

 

si ringrazia Guille Diez Canedo che con il suo  sito www.slalomstats.com  ci ha fornito dati e statistiche 

Elen Apel e Mewen Debliquy i migliori atleti al Campionato Europeo Slalom U23&JUN



Domenica scorsa stavo ritornando alla tenda delle squadre, dopo le semifinali, e mi ritrovo l’amico Thomas seduto tranquillamente difronte alla loro zona immerso nella lettura. Spontanea mi è venuta la curiosità di capire cosa questo grande tecnico stava leggendo! Ed ecco la grande scoperta: «The dark Tower» di Stephen King. Un libro che fa parte di 8 romanzi del genere fantasy, un mix di fantascienza, horror e western, che sembra rilassare, ma nello stesso momento ispirare Thomas Apel nella sua professione di allenatore che è ricca di successi.  Ovviamente ci abbiamo scherzato sopra e gli ho detto che abbandonerò il fedele  Weineck con le sue teorie sull’allenamento e approderò a King per trovare qualche cosa di fantascientifico per i miei atleti!
Thomas Apel non ha avuto un gran passato da atleta di alto livello e non ha mai avuto presenze in squadra nazionale in eventi internazionali. Ai campionati tedeschi non si è mai particolarmente distinto, ma ha sempre coltivato grande passione per l’allenamento completando gli studi all’università di Jena e diventando sicuramente un grande tecnico di canoa. 
Thomas Apel, classe 1973, era responsabile,  da molti anni, del settore  kayak uomini,  prima del cambiamento, direi epocale che la  Germania si è imposta adeguandosi a quelle che sono le metodologie che ormai quasi tutte le squadre stano usando e cioè dedicando un allenatore ad un gruppo ristretto di atleti anche di diverse specialità. Ecco quindi che in vista dei Giochi il bravo allenatore tedesco allena Aigner (K1M), Funk (K1W) e la figlia (K1M e C1W) che a Cracovia, secondo me, ha dimostrato di poter essere una degna rivale di Jessica Fox considerando le sue abilità sia da seduta che in ginocchio.
Elen Apel, 22enne, agli europei di categoria Under 23 ha vinto con un ottimo 8,8% in kayak e con un 17,3% nella canadese  dal miglior tempo assoluto fatto registrare dal K1Men. Percentuali che ci possono dare un chiaro segnale delle potenzialità di quest’atleta che è cresciuta e nata sotto l’ala di papà Thomas. Ha fatto un grosso salto di qualità in questo anno di  lockdown perdendo parecchio peso e acquistando in determinazione e tecnica.
Chi si è messo in particolare evidenza in questi campionati europei, oltre alla già citata tedesca, è stato sicuramente il sedicenne francese Mewen Debliquy che ha vinto alla grande la gara nel C1 Junior con un tempo di 96,82 risultato essere il secondo tempo fra gli Under 23. Lui inizia a pagaiare giovanissimi seguendo il papà canoista a Rennes, poi si trasferisce a Cesson Sévigné per studiare ed è allenato da Guenael Marquer. Quest’estate molto particolare l’ha passata allenandosi a Tacen e anche a Ivrea. Esordisce a livello internazionale lo scorso anno a Londra dove nella finale di World Ranking finisce in 8^ posizione. Nello stesso anno parteciperà anche alle gare di World Ranking a la Seu d’Urgell (ESP) e a Pau finendo però nelle retrovie. Quest’anno a Cracovia vive il suo momento magico arrivando secondo in qualifica di 0,38 dal suo compagno di squadra Yoham Senelchault e poi vince la semifinale su chi lo aveva battuto in qualifica nonostante un tocco alla risalita 12 e poi domina la finale riuscendo ad abbassare di più di due secondi il già stratosferico tempo di semifinale. Stile essenziale, una grande padronanza nella conduzione del suo bianco-nero C1 e i cambi di ritmo azzeccati gli permettono di mettere in fila tutti e mettere sotto torchio pure i colleghi dell’under 23, tanto che il suo 96,82 e solo più lento di 0,23 del tempo fatto registrare dal vincitore tra gli under 23 il  ceco  Vojtech Heger. Quest’ultimo è stato in corsa fino all’ultima pagaiata per staccare il biglietto per Tokyo e ha ceduto solo alla finale degli Europei assoluti visto che non è riuscito a mettere la punta davanti a Lukas Rohan che viceversa andrà in Giappone a difendere i colori della sua Repubblica Ceca nella canadese monoposto maschile.

Occhio all’onda!


Raffaello Ivaldi non ha trovato una grande forma in questi campionati europei di categoria. Probabilmente ha pagato la mancanza di possibilità di allenarsi fuori da Ivrea per prendere ritmi e tecniche che necessitano di stimoli sempre diversi.


Thomas Apel il tecnico tedesco dai grandi successi.



Gesti ed emozioni da condividere




Il più bel gesto che oggi ho avuto l’onore di vedere è stato l’abbraccio con i genitori di due atlete tedesche che, dopo aver vinto la gara a squadre nel K1 junior,  sono corse sulla tribuna per festeggiare e condividere il successo con i loro cari: quanta gioia e quanta bellezza in questa immagine che subito si è fissata nel mio cuore e là resterà a lungo, non fosse altro perché mi ha fatto ritornare alla mente ciò che Zeno, nel 2016 qui a Cracovia, aveva fatto con la sua mamma dopo aver vinto l’argento nella gara individuale!
La sorpresa del giorno invece è stata quella di  rivedere, all’inizio delle gare delle prove a squadre del pomeriggio,  il sole. Cosa che ha fatto pure felice Flavio Micozzi visto che per tutto il tragitto, se pur breve, dall’hotel al campo di gara me lo ha ripetuto con precisa costanza ogni 30 secondi!
Un pò di terrore invece l’ho vissuto con la squadra della Lituania che è rimasta inchiodata dentro il buco della 7 che per forza di cosa deve essere attraversato per andare alla risalita 8. Tre imbarcazioni che venivano maltrattate contemporaneamente dall’acqua che non voleva saperne di lasciarle andare via.  
Ho avuto un sussulto con la squadra italiana dei K1 uomini alla porta 3 quando cioè Vianello e Weger si sono toccati  e hanno rischiato di farsi un pochino di male!
La colonna sonora della prima giornata di medaglie è stata quella dell’inno nazionale della Repubblica Ceca che ha suonato risuonato per  ben 3 volte: per le vittorie nella canadese monoposto femminile Junior e  Under 23 e per la canadese monoposto maschile Junior. I cechi poi si sono messi in tasca ancora 2 argenti e 2 bronzi e cioè quasi un terzo del totale di allori assegnati oggi.
Due ori anche per i Russia, che ha vinto nel K1 donne Under e nel C1 uomini Under, e per la Germania, trionfatrice nel K1 uomini Under e nel K1 donne Junior.   
Archiviata anche la seconda giornata di gare qui a Cracovia con il passaggio di tutti gli azzurrini in semifinale. Domani in gara i nostri C1 under 23 per semifinali e speriamo pure di vederli nelle finali per le medaglie.

Occhio all’onda!  

 




Max e Markus della Siwidata in partenza



 

Giochiamo con le percentuali per ipotizzare i tempi di domani


Le previsioni del tempo per domani ci danno ancora una mattinata bagnata, ma un pomeriggio quasi soleggiato. Poco male perché ormai ci stiamo adattando bene ad un autunno iniziato nel grigiore più assoluto.
Dopo le scontate qualifiche della mattinata, il pomeriggio è volato via con analisi video, intermedi e programmazione futura. Non ci rimane che giocare con le percentuali in attesa di domani dove scenderanno in acqua i K1 uomini U23 e le donne della canadese monoposto.

La qualifica del C1 uomini Under ha confermato i valori in campo con i quattro  o cinque atleti di spicco e con il resto del gruppo che rincorre. Il bronzo europeo Vaclav Chaloupka ferma i cronometri su 92.25 e fa meglio di Raffaello Ivaldi di 1.99. I due finiranno primo e secondo con il padrone di casa Kacper Sztuba che fa registrare il miglior tempo con 90.59, ma le 4 penalità, alla 3 in risalita e alla 18 in discesa, lo rilegheranno in terza posizione nella prova unica di qualifica. 


Prendiamo ora la prestazione del vincitore del C1 Under 23  e divertiamoci ad ipotizzare il tempo che i K1 U23 potenzialmente domani potrebbero fare considerando che di media sono più veloci del 7%. Quindi se la matematica non è un’opinione, come disse in parlamento nel novembre del 1879 Bernardino Grimaldi, per la verità il ministro avrebbe detto: «ritengo che l’aritmetica non sia un’opinione», il tempo ipotizzabile potrebbe esser intorno agli 84 secondi. C’è da considera pure il fatto che le condizioni potrebbero cambiare e l’ultima parte si potrebbe velocizzare se il fiume ritorna ai valori dei giorni scorsi.  
La vincitrice under in kayak, Elena Apel che ha al suo attivo come miglior risultato in questa categoria il 5^ posto del mondiale di Ivrea 2018 e l’8^ posto dello  scorso anno ai mondiali di La Seu,  ha preso   il 7,6%. La prima donna in Kayak Junior, la francese Emma Vuitton, che sia parente della famosa griffe di moda?, è al 9,9% e al 2,1 dalla sua collega Under.
Il primo C1 junior, Yohann Senechault, è al 4,0% da Chaloupka.

Ecco fatti i conti sui distacchi in attesa proprio di domani per vedere se quanto ipotizzato, sulla base di dati statistici di gare precedentemente fatte,  potrà concretamente verificarsi.

Occhio all’onda!

 

classifica gara qualifica C1M Under 23