Qualifiche Kayak uomini e donne con sorpresa!

 

Si conferma al vertice la squadra maschile del kayak  della Repubblica Ceca

3 le note da sottolineare nella prima giornata di gare ai Campionati Europei di canoa slalom che si stanno svolgendo a Liptovsky Mikulas e che hanno dato colore alla giornata di qualifiche per K1 donne e uomini oltre all’assegnazione delle medaglie in queste specialità a squadre. La prima nota molto, molto rilevante è l’eliminazione inaspettata di Peter Kauzer, la seconda l’eliminazione di Kimberly Wood e la terza è la gran botta che Malory Franklin ha ricevuto dalla compagna nella prova a squadre in pieno viso. Ce ne sarebbe anche una quarta che è quella di aver visto Jiri Prskavec disputare la seconda manche per passare il turno, cosa che non accadeva dal 14 giugno 2019 nella prova di Coppa del Mondo a Lee Valley dove per un 50 fu costretto a ripresentarsi al cancellato di partenza per poi vincere la seconda manche, com’è successo oggi in Slovacchia.


Ma andiamo per ordine e guardiamo cosa è successo al campione  Peter Kauzer che paga le troppe penalità fatte, complice pure il vento: in prima manche 4 penalità e in seconda ben 8 quindi  diventa difficile anche per lui riuscire a rientrare nei 20 (nel caso della prima discesa) o nei 10 (in seconda manche) per accedere alla semifinale. Lo sloveno però l'ha presa bene e ci regala un importante insegnamento, infatti  poche ore dopo la sconfitta sul suo profilo instagram scriverà: "failure is not the opposite of success, it is part of success!" pronta la replica di Jíri Prskavec per dare conforto ad un amico se pur rivale:"You will come back stronger in Prague" .

Anche per Kimberly Woods le penalità pesano troppo ed è costretta a restare al palo e concentrarsi a questo punto solo sulla canadese monoposto di domani. Il vero colpo di scena arriva dalla gara a squadre  e ad essere protagoniste sono le inglesi alla porta numero 12 in risalita. Infatti Malory Franklin viene colpita al viso dalla punta della canoa della sua  compagna di squadra tanto che la fa praticamente rovesciare, la britannica però non molla e si rimette in assetto e riparte per chiudere la gara. Alla fine verrà portata in ospedale per accertamenti, ma sembra che tutto sia andato bene.

Due note anche sul percorso disegnato dallo slovacco Mraz e dal ceco Kubrican due baldi tecnici che per la verità sembrano aver mutuato il tracciato già visto in essere nel corso delle gare dello scorso aprile su questo canale. Combinazioni praticamente uguali, sembra quasi che nel frattempo non siano neppure state spostate le porte, ma lasciate lì pronte per essere usate nelle gare di qualifica! 

In casa Italia passano tutti e tre i kayak al primo turno, poi in gara a squadre Beda è costretto a rimontare una porta e i sogni di gloria spariscono in quell'istante. L'Italia in rosa molto bene per Stefany Horn, che è terza nella prova vinta da Franklin  su Zwolinska e dove un Funk fa registrare un 93,93 segnato però da 4 penalità. Solo il tempo comunque la dice lunga sulle potenzialità della campionessa olimpica... staremo a vedere. Peccato per Marta Bertoncelli che esce di scena seduta, ma che ora dovrà tirare fuori tutta la sua grinta per rifarsi da inginocchio.

 

Per dovere di cronaca diciamo che la Repubblica Ceca si conferma ai vertici nel kayak maschile a squadre con i tre fenomeni che rispondono al nome di Prskavec, Tunka, Prindis nonchè allenti tutti e tre da Prskavec senior, mentre nelle donne hanno la meglio le francesci con le due cugine Prigent, Roman e Camille, accompagnate dalla diciottenne Emma  Vuitton.

Si prosegue nella giornata di venerdì con qualifiche per C1 uomini e donne e gare a squadre. Poi da sabato e domenica semifinali e finali per l’assegnazione delle medaglie.

Occhio all’onda!

 


 

Europei al via

 

I  campioni europei in carica con Michal Martikan - da sinistra Miren Lazkano (C1W), Denis Gargaud (C1M), Corinna Kuhnle (K1W) e Vit Prindis (K1M)

 Ieri sono stati consegnati i pettorali ai Campioni Europei in carica che a Liptovsky Mikulas, nel mezzo dei monti Tatra,  in questo week-end , cercheranno, di difendere il titolo a denti stretti. Valletto d’onore è stato quel Michal Martikan che, rimasto fuori dalla squadra, non demorde e quotidianamente è in acqua  ad allenarsi nel modo e nello stile che da sempre lo  contraddistinguono. Onore al merito al grande campione slovacco che ha praticamente caratterizzato e dominato oltre un ventennio di storia con le sue gesta eroiche tra i paletti dello slalom e su tutti i canali del mondo, ma forse oggi sarebbe il caso che si ritagliasse un altro ruolo all’interno della comunità dello Slalom. Vederlo pagaiare oggi fa tanta tenerezza perchè il suo braccio (come amerebbe dire qualcuno…) non è più quello di un tempo, quello cioè che gli permetteva di tirarsi fuori da ogni situazione in maniera sublime.
Eppure Martikan a 43 anni, compiuti da pochi giorni, non molla e naviga le sue acque costantemente con lo spirito di un ragazzino che è alla ricerca dei successi e della gloria.  La prima edizione degli Europei organizzata a Liptovsky nel 2007, la città per antonomasia del campione slovacco,  lo aveva lanciato in quella che sembrava una serie di vittorie infinite, infatti per ben 4 volte non lasciò a nessun altro lo scettro di campione d’Europa nella canadese monoposto. Chi meglio di lui, quindi, potrebbe rappresentare questa manifestazione nata nel 1996 con l’edizione storica di Augsburg? Bene hanno fatto gli organizzatori a ritagliargli questo momento, nella speranza che la sua esperienza venga messa a frutto per far fare un salto di qualità ad uno slalom che sembra più che mai stantio e in affanno per adeguarsi alla realtà attuale. Oggi siamo arrivati al ridicolo costringendo gli atleti a invertire il nome che devono portare sulla canoa o costringerli  a cambiare salvagenti che, per chissà quale recondito motivo, non vanno più bene.

Gli europei, giunti alla 23esima edizione e alla terza qui a Liptovsky, mentre è la 5^ in terra slovacca,  hanno gli occhi puntati addosso per capire quale piega possa prendere la stagione di gare che vedrà nei mondiali di Augsburg di luglio il momento topico. In questo cittadella, fatta di canoa slalom e hockey, sono stati spesi qualche milione di euro per dotare il campo di slalom di pompe per garantire l’acqua sempre e per creare un canale di risalita ai canoisti che così oggi possono ritornare in partenza restando seduti in canoa.  Lavori che da una parte rendono questo impianto spettacolare e dall’altra parte però hanno creato qualche malcontento per come si sono spesi i soldi. Il mondo è questo: non si possono fare felici tutti… purtroppo!

Oggi ancora allenamenti da domani si inizia con le qualifiche. Piccolo gossip: il campione del mondo Boris Neveu ha dato forfait e il motivo è più che nobile… è in arrivo in questi giorni il suo quarto figlio quindi auguri e speriamo che segua le gesta del padre, canoisticamente parlando!

Occhio all’onda!

 

 


 

Under or without pressure!


Il croato Marinic in azione a Tacen - foto di Nina Jelenc
 

Matija Marinic ha vinto la gara C1  ICF Ranking di Tacen con un bella prova di finale. Il croato alla prossima  vigilia di Natale compierà 31 anni e nel suo curriculum sportivo, ha come migliori prestazioni tre finali in Coppa del Mondo rispettivamente nel 2019 a Tacen che chiuse in 7^ posizione, poi l’anno successivo sempre sul canale sloveno terminò 4^ e nel 2021 a Praga prese il 10^. Ai Giochi Olimpici di Tokyo non è entrato in finale. Le statiche ci dicono che dal 2014 ad oggi ha peggiorato nel suo ranking internazionale passando da un 18esimo posto nel 2014 al 46esimo nel 2018 per attestarsi oggi al 34esimo. Ha una percentuale di manche pulite del 32,5%. Questi sono numeri e l’altro dato di fatto è che questa di Tacen è la sua  prima vera vittoria internazionale, nonostante una preparazione invernale decisamente anomala. Infatti il suo allenatore, Stiepan Perestegi, nonché direttore tecnico della Repubblica Croata era un pochino preoccupato perché mi raccontava che il suo atleta aveva passato l’inverno con il martello pneumatico in mano,  facendo malta e cemento per costruirsi la casa nuova, le sue preoccupazioni principali erano state fino a Tacen quale pavimento scegliere per la cucina e se ampliare una parte della casa per avere più spazio in futuro se nascerà qualche figlio. La prima acqua mossa del 2022 era quella della settimana di gara di Tacen. Marinic è un atleta di esperienza certamente, ma in Slovenia si era presentato per riprendere gradualmente in un anno, come mi ha fatto notare Stiepan, decisamente da prendere sotto tono per avere poi energia da dedicare al 2023 anno di qualifica olimpica.  Strana filosofia, ma forse anche comprensibile da un certo punto di vista e cioè quella di dare respiro ai propri atleti per riprendere con più energia ed intensità.  Difficile anche da capire la logica che ha portato al successo il pur bravo croato, ma decisamente meno in forma rispetto al solito, anche solo guardandolo dal punto di vista fisico i notava il ruo ritardo di preparazione. Una spiegazione però c’è ed è quella legata al fatto che comunque senza nulla da perdere molte volte gli atleti si trovano ad essere molto più liberi quando gareggiano e riescono ad esprimere il loro vero potenziale. Il lavoro di muratore ha decisamente mantenuto in forma l’atleta croato, probabilmente dandogli pure stimoli diversi dal punto di vista fisico, ma soprattutto mentale, un approccio decisamente diverso rispetto alle sue abitudini.
Sulla stessa lunghezza d’onda è l’osservazione che mi sono ritrovato a fare con Jerney Abramic, il tecnico di Eva Tercel, per capirci la campionessa del mondo della Seu d’Urgell nel 2019 e che ha avuto un 2021 decisamente sotto tono sia olimpico che iridato, salvandosi solo con le gare di coppa del mondo dove è finita nella classifica finale al terzo posto. Si diceva con Jerney, amico di vecchia data, che la sua stessa atleta assieme a Kauzer e a Savsek, considerando il fatto che  sono già qualificati per la squadra nazionale, hanno gareggiare in modo completamente diverso. Non essendo sotto pressione hanno usato  le loro  performance per mettere appunto varie strategie: provarle, capirle e sperimentarle. Lo stesso Savsek, che in semifinale ha staccato tutti con una discesa non perfetta, alcuni errori sono stati evidenti a tutti, mi ha confessato dopo la gara  che ha sbagliato strategia in finale, capendo che non sempre bisogna ascoltare l'istinto che nel suo caso è stato quello di attaccare ancora più intensamente.  Infatti,  dopo un primo errore alla prima risalita,  ha voluto forzare più del dovuto, eppure lui i margini sugli avversari facendo pure errori rimangono alti, e si è trovato spiazzato.  Poi c’è stato ancora un primo tocco alla 10 che lo ha portato a spingere ancora di più per finire subito dopo lungo e toccare ancora la porta 13 che gli ha fatto archiviare la finale in malo modo.  

Altro punto è quello dei tracciati di gara che dovrebbero  mettere tutti i concorrenti sullo stesso piano. Mi spiego meglio:  a Tacen in modo specifico la combinazione 13 - 14 è stata determinante per molti considerando gli sbalzi di livello d’acqua nella morta che si doveva attraversare. Probabilmente sarebbe bastato posizionare la  14 più in basso per permettere agli atleti di dare una risposta diversa in relazione all’acqua che avrebbero trovato nel loro passaggio. Era stato fatto molto bene invece  tra la tra la 6 e la 7. Trovarsi  un muro d’acqua e viceversa andare in discesa verso la porta successiva comportava una differenza cronometra notevole.

Occhio all’onda!


Perchè tenere i giudici sulle rive?




Mi domando come si possa distruggere uno sport per il protagonismo di chi è fuori dall’acqua e che per forza di cose non può accettare solo di fare dignitosamente il suo lavoro con assoluta semplicità e professionalità. Mi chiedo anche perché continuiamo a tenere i giudici sulle rive facendogli fare la figura dei cioccolatini quando poi le decisioni vengono stravolte dal Video Judge. Li  eliminiamo  così risparmiamo persone che possono andare in canoa nei week-end o restare con la famiglia a fare cose più importanti di farsi prendere in giro! Significa anche un risparmio economico  da parte degli organizzatori e anche per gli stessi giudici che molte volte faticano a rientrare nelle spese sostenute.
Togliere un salto di porta più che evidente, ma soprattutto giudicato dai due giudici sul campo a pochi metri dallo stessa porta  come mancato passaggio, mi sembra veramente assurdo, tanto più che la motivazione arriva dal fatto che mancherebbe un frame  del video e che quindi con le immagini in possesso non si può giudicare come  salto di porta, che viceversa proprio dalle immagini in possesso è dichiaratamente 50!  Quindi ritorniamo al problema iniziale: manca il video o il video salta il frame decisivo cosa si fa? Per logica e per regolamento si dovrebbe prendere per buona le decisioni di due giudici che in maniera unanime hanno decretato il 50. Invece mancanza di video tolto il 50! Così  sviliamo  lo sport, non rispettiamo le regole e soprattutto prendiamo in giro chi è a pochi metri dalla porta che si contorce, allunga il collo, sbarra gli occhi, vede quindi prende una decisione e che viceversa viene sconvolta da chi è seduto in cabina di regia e si basa su un video che può anche mancare o saltare frame decisivi a detta loro! Tutto ciò però non dovrebbe passare inosservato a chi dirige e che ha la responsabilità di fare tesoro dagli errori e cercare almeno di prendere dei provvedimenti per il bene dello slalom. Errori che però possono costare cari agli atleti senza via d'appello. La tristezza e l'incapacità di capire arriva proprio dal fatto che il tutto entrerà nel calderone delle dimenticanze nonostante che si stia gareggiando in una gara Ranking ICF nonché valida per la coppa ECA e che fra non molto la stessa organizzazione ospiterà una prova di Coppa del Mondo. Io se fossi al comando qualche domanda me la farei e soprattutto cercherei di capire perché chi dovrebbe essere d’esempio invece non lo è! Tutto il mio supporto ai giudici che stanno per ore sulla riva al vento, al sole e alla pioggia per giudicare i passaggi degli atleti e che alla fine vengono surclassati e dimenticati. 


Occhio all’onda! 

 


 

Fulvio Fina la passione e la forza di scelte importanti

 

Fulvio Fina con i suoi allievi. La preparazione inzia dalla riva

Fulvio Fina è proprio una brava persona, oltre ad essere  un tecnico raffinato e dedicato allo sport dei paletti sull’acqua mossa  come pochi altri. Non so esattamente come sia arrivato alla canoa, so per certo che il papà era il presidente del Cuneo Canoa e probabilmente la passione è stata trasmessa via DNA. Da atleta ci sono da ricordare in maniera particolare il quinto posto a Cracovia negli Under 23 nel 2005: per una  Italia che avevo appena lasciato da Direttore Tecnico e che invertì la mia rotta portando pochi atleti alle gare, trascurando quasi totalmente  donne e canadesi per dedicare spazio ai kayak uomini: i risultati poi si sono visti.  Fulvio Fina, non fu trattato allora molto bene, ma nonostante ciò  fu nono agli europei assoluti a Liptovsky Mikulas nel 2007 e  poi nel 2008 si ritirò dalle competizioni,  salutò la Marina Militare, di cui faceva parte, e chiuse la parentesi acqua, canoe, onde, porte da slalom e pagaie. Si dedicò ad altro divenne imprenditore di se stesso con la sua compagna e per un certo periodo lo perdemmo di vista. Ogni tanto qualche notizia trapelava  e si diffondeva tra noi addetti ai lavori notizie fugaci e a volte tendenziose. Il genere  di informazione erano del tipo:  Fulvio Fina ha aperto un sushi bar nelle zone di Milano, Fulvio Fina si è trasferito e ha ampliato il sushi bar, Fulvio Fina ha chiuso il Sushi bar, Fulvio Fina è tornato a Cuneo a vivere, Fulvio Fina lavora in un supermercato, Fulvio Fina è diventato direttore del supermercato, dicono che giri in giacca e cravatta, Fulvio Fina è papà di due gemelli, Fulvio Fina  è tornato alla canoa! Apriti cielo, una notizia che mi fece traballare sulla sedia… finalmente la decisione saggia.  Fulvio Fina, non so perché, mi aveva dato sempre l’impressione che ci credesse molto nel nostro mondo, non fosse altro per la passione che vedevo in lui quando era in squadra, ma soprattutto notavo una raffinatezza tecnica particolare con il gusto di mettere e mettersi in discussione per capire dove e cosa fare per migliorare. Dalla notizia del ritorno arrivò anche quella che ci diceva che aveva  preso in mano come allenatore il Cuneo Canoa Club e fu proprio in questo ruolo che ci riavvicinammo uniti dalla comune passione.  Ritrovai in lui un vissuto personale di Club che mi ha formato e che mi ha dato la possibilità poi di fare scelte importanti e a volte  anche rischiose. Un passaggio obbligatorio formativo  che ahimè a qualcuno è stato risparmiato, ma che già pesa sulle spalle dei poveri atleti rimasti e sulle nuove generazioni. Fulvio Fina è ripartito praticamente da zero e oggi il suo Granda Canoa Club ha ottenuto un’altra grande vittoria di cui ho avuto l’onore di assistervi. Una di quelle gioie che ti riportano indietro nel tempo e che ti regalano fresche emozioni. Un suo ragazzino e più precisamente Mattia, non mi è dato sapere il cognome, di neoprene vestito con grande determinazione, dopo alcuni giorni di allenamento nella parte alta del canale di Ivrea, si è lanciato nel « Gran Biraghi » con decisione e fermezza seguendo il suo maestro Fulvio Fina. Il piccolo Mattia, che forse a mala pena arriva ai 40 chilogrammi bagnato con casco, salvagente, calzari, muta, maglietta e quant’altro, prendendo  il coraggio a due mani,  si presenta sotto il ponte Marco Caldera  con pagaiate sicure e decise  che gli servono per prendere la spinta per superare quella montagna di acqua che gli si parava lì davanti senza via d’uscita. Il piccolo pagaiatore piemontese non ha esitazioni decolla e gli occhi, immensi come la luna di questa sera, si illuminano per la contentezza, ma ahimè il battesimo deve essere completo e così il buco lo ferma e lo capovolge… momenti di trepidazione, spunta da un lato la pagaia e tutti ci chiediamo eskimo o nuotata? Un attimo dopo abbiamo la risposta…eskimo ed è gioia per tutti! Oggi Mattia entra a far parte a pieno titolo del mondo degli slalomisti, le fatiche non sono terminate, ma ho la certezza che da oggi ci saranno pure tanti momenti divertenti e gioiosi in piena sicurezza. Bravo a Mattia, ma bravo pure al nostro Fulvio Fina che forse anche lui una lacrimuccia per il traguardo raggiunto dal suo allievo l’avrà pur versata!

Occhio all’onda! 

 

e qui si può vedere l'impresa di Mattia e Fulvio

 


 

 
 

Abbracci per un domani a cui ci penseremo poi

 


Del e dal Brasile ci sarebbero da raccontare tante cose, un Paese che affascina dal momento in cui ci si mette piede:  si respira energia in ogni dove anche negli angoli dove sembra che la povertà, come la concepiamo noi, abbia il sopravvento. Ci si potrebbe perdere nello scrivere delle meraviglie della natura e di che cosa essa offre, dall’infinito Oceano che contorna questo Continente  alle sue spiagge, piene di vita gioiose e colorate. Si potrebbe scrivere dei monoliti simboli di Rio, come la Pedra da Gávea o del Pão de Açúcar che incantano per maestosità ed incredulità. Per tutto questo però ci sono splendidi reportage e tante persone, più brave di me, a raccontare tutto ciò. Posso però testimoniare e trasmettere la forza e l’energia che  questa parte di  mondo regala per la  sua semplicità e per una   quotidianità semplice, ma sempre diversa ed energica.  Tutto questo arriva  dai  sorrisi della gente che ti mettono a tuo agio, dai  « batti cinque » del ragazzo che vive sulla strada e che incontriamo ogni giorno andando in palestra e sempre su quell’asfalto all’ombra di un arbusto sfoggia un sorriso così radiante da far passare in secondo piano tutte le disavventure che deve aver vissuto e che continua a vivere. Ci sono poi i lunghi discorsi che i tassisti fanno con noi nell’accompagnarci al campo di allenamento e che sembrano ogni giorno sempre più coloriti e che entrano in noi come se fossimo di famiglia che ti fanno sorridere e ti mettono di buon umore se mai non lo fossi. Non ne fanno un dramma se per caso ti raccontano di essere stati più volte assaltati, ma che alla fine ti spiegano che gli assalitori hanno pure pagato la corsa che li ha trasportati fino a lì. Ci sono poi quelle manifestazioni di calore con salti e slinguazzate  di gioia dei due bastardini Jo e Bananino che ci accolgono tutti i giorni alle prime luci dell’alba in un impianto che porta con sé per me più ricordi che anni di vita. Ci sono ancora gli sguardi degli atleti che ti penetrano come se stessero per vedere  l’Aparecida, conditi dagli abbracci delle persone che quando si incontrano sembrano che si salutino per l’ultima volta. Le strette di mano, che sono tornate dopo anni di pandemia, sono forti e poderose unite da una reciproca battuta sulle spalle con la mano libera. Una serie di gesti, movenze, sguardi, parole che ti assale con la forza dirompente e che non può lasciare nessuno indifferente. Sarebbe scontato poi dire di essere felice nel poter lavorare quotidianamente in un impianto che ha ospitato i Giochi Olimpici   e che ti permette di concretizzare ogni idea che ti passa per la mente per il bene dei tuoi atleti. La monotonia, che a volte potrebbe prendere il sopravvento,  è uno stato sconosciuto da queste parte perché è impossibile incapparci dentro viste le mille sfumature che in ogni allenamento emergono, forti e chiari i segnali  che arrivano da ogni pagaiata e che danno sempre spunti nuovi su cui approfondire ogni dettaglio. Aspetti interessanti che ti regalano energia e gioia di lavorare in un progetto che sta a cuore a tanti e che finalizza  anni di impegno e di passione. A tutto ciò mettiamoci pure la musica che racconta la gente, la storia antica e attuale di un popolo e che invade ogni punto di agglomerazione che sia a rua, á plaia, a igresia, o carro, o ônibus, con la sua gioia di vivere giorno per giorno senza farsi tante domande, ma comunque vivere e vivere intensamente per un domani che forse non ci sarà, ma che comunque ci penseremo poi!

Occhio all’onda! 

 


 

 

Lo stato d'animo e la sua voce


Ciò che impressiona uno che fa il mio mestiere non sono tanto le vittorie di un fenomeno come Rafa Nadal e neppure i suoi 91 trionfi  negli Open e certo non mi sorprendono le 15 vittorie consecutive in questo inizio anno. La cosa che veramente mi fa pensare, che mi meraviglia e mi esalta sono quegli 11 break-point bruciati, annullati  a colui che da oggi è il numero uno al mondo. Li ho seguiti uno ad uno, in diretta e ad ogni ritorno in corsa cercavo di capire dove  il maiorchino attingesse la sua energia, dove fosse nascosto il santo Graal da cui bere il sangue di Dio per nutrirsi dei suoi segreti. Vantaggio… annullato palla break, vantaggio… annullato palla break, e ancora così per altre nove infinite palle perse e poi pareggiate, fino ad arrivare al suo vantaggio e al punto che gli portava il break, punto  e che lo consacra all’ennesimo successo che sempre di più gli fa  toccare il cielo con una sola mano: la sinistra quella vincente in questo caso! Se tutto ciò non bastasse a fine partita dichiara che è stato uno scontro difficile,  lungo e impegnativo costernato pure da momenti bui. Ecco questo completa il quadro del mio stupore e anima la mia curiosità nel capire cosa c’è dentro ad una macchina così perfetta di un giocatore che rincorre ogni palla come se fosse l’ultima cosa che gli rimane da fare nella vita.
Una cosa sola era incisa nella mente di Rafa Nadal a quel punto della partita ed era così chiara e nitida che ogni sferzata impressa alla pallina portava nella sua scia stellare la scritta: non mollare, non indietreggiare, vai verso l’obiettivo senza indecisioni. Gesti e movimenti, che alcuni hanno apostrofato come riti scaramantici, ma che invece ripetendoli gli ricordano che cosa sta facendo in quel preciso momento ed è proprio questo l’elemento vincente, la chiave di volta per restare in partita, per mantenere il mood giusto in ogni secondo della sua battaglia. Perdere anche solo per un attimo questo stato d’animo significherebbe aprire un varco al nemico che troverebbe spazio per dialogare non più con il giocatore, ma direttamente con la sua anima, con il suo cuore, con la sua coscienza destabilizzandone principi e conoscenze. Per uno slalomista proprio questo è uno dei punti più difficili da capire, da allenare, da mettere in atto. Sembra incredibile, ma la nostra mente è bombardata da infinite informazioni che purtroppo a volte arrivando senza averne fatto richiesta specifica surriscaldano il nostro cervello, intasando i nostri circuiti comunciativi e  che mettono in essere gesti e movimenti non richiesti e anche a volte molto inutili.  Rafa Nadal questo lo sa molto bene ed per questo che se lo ricorda ogni volta che colpisce la palla senza farsi distrarre dall’avversario, ma soprattutto da quella voce che ognuno di noi ha sempre dentro e che molte volte non ci vuole bene distraendoci con una continua e instancabile persistenza all’errore, tanto da avere la meglio, magari proprio in dirittura d’arrivo. Un voce che bisogna viceversa risincronizzare sull’onda che ci porta ad essere sempre sul pezzo, cascasse il mondo!

Occhio all’onda!