Quando lo slalom è slalom


 Il latte a Tacen è particolarmente buono, lo vado a prendere al distributore che c’è a qualche centinaia di metri dal campo di slalom. Se ci si va alla mattina presto capita di incrociare un signore dalle grandi mani e che indossa dei  gambali che gli arrivano sotto le ginocchia e giusto sopra parte  il tipico grembiule blu che da queste parti indossano i contadini. Il tipo, che di primavere deve averne viste passare almeno una settantina, rifornisce la macchina con l’ottimo prodotto bovino e, se non ho capito male, mi diceva che è prodotto proprio a pochi chilometri da qui.  
Il latte però non è la sola cosa buona che c’è da queste parti, c’è anche, a ridosso del canale,  una signora che vende i primi asparagi che nascono nel bosco, ma ha anche un ottimo miele oltre ai fichi che ha essicanto uno ad uno. Poi c'è l’aria buona e un’acqua di un colore tra il verde il blu  che , nella sua limpidezza, viene pennellata in mille sfumature da ogni  pagaia  e da ogni canoa che la solcano.
Poi c’è lui che cavalca onde, riccioli, infilandosi tra i pali verdi-bianchi e rossi-bianchi come pochi sanno fare su questa pianeta. Lui che puntuale ogni mattina, come l’uomo del latte, arriva al campo slalom, si cambia indossa la sua veste preferita di color giallo e nero carbonio e poi, dopo forse 10 pagaiate per attivarsi, si lancia sul salto con eleganza e maestria sublime. Gioca a salire su ogni onda, sembra un bimbo al mare con paletta e secchiello: mi vede, uscendo da una risalita, e mi saluta con la mano e con un sorriso. Ora mi chiedo ma quanti slalomisti, quanti campioni del suo livello (pochi per la verità) che nel mezzo di un allenamento hanno gesti e sensibilità così delicata e raffinata dando maggior importanza ad un saluto ad un amico che a una porta da fare? 

"Signori si nasce e io… lo nacqui" direbbe Totò parlando di Peter Kauzer l’uomo che danza sull’acqua con la leggerezza di una farfalla e che punge come un’ape tanto per parafrasare un altro mito dello sport…

Occhio all’onda! 

 


 


 

71 edizioni del Festival della Canzone Italiana, sicuramente la più speciale

Serena Rossi un sorriso coinvolgente

Che sia stata un’edizione fuori dal comune lo si è capito fin dalla prima serata e dalle prime battute di un Amadeus chiamato a fare i salti mortali per mantenere vivo e piacevole l'interesse di tutti.  Partiamo dall'assenza di pubblico che è stata la vera differenza per l'edizione numero 71 e che ha dato una fisionomia decisamente diversa a tutti e cinque i giorni. 
Una nota subito sulle canzoni che per il novanta per cento hanno tutte lo stesso stile e cioè la fusione di un rap con una melodia che fa cadere la rima sempre allo stesso modo facendone una sorta di pesante e monotono ritornello con la conseguenza che tutti  sembrano essere la riproduzione di un unico clone.

Ci siamo salvati sul filo del rasoio, perché se avessero vinto Fedez e Francesca Michelini, sarebbe stata una vittoria più della Ferragni che, richiamando all’appello i suoi oltre 20 milioni di followers per votare il suo amato, li ha fatti risalire in classifica dopo che erano stati bocciati sia dalla demoscopica che dalla sala stampa e dai maestri d’orchestra. E tutto questo la dice lunga su una vera e sana e competizione non basata sulle qualità e capacità di testi, musiche e cantanti, ma contraffatta dall'influenze dei social! Ai vincitori e cioè i Maneskin è stato permesso tutto e non certo mi riferisco solo al testo di una canzone a cui, anche sforzandosi, si fa fatica a dare un senso.  Turpiloqui e gesti che nulla hanno a che vedere con uno scenario come quello della città dei fiori. Negli anni ’70 era stato fatto  cambiare il titolo alla canzone di Lucio Dalla e Paola Pallottino  da "Gesubambino" a "4 marzo 1943", perché sembrava essere eccessivo dal punto di vista etico e questo  ci fa capire che molte volte l’eleganza, lo stile, il rispetto di luoghi e tradizioni purtroppo sono andati perduti.
 

Mi hanno affascinato  Matilda De Angelis e Serena Rossi. La prima è una attrice bolognese che sa recitare, presentare e, oltre ad essere una bellissima donna, sa cantare no bene, ma benissimo e "Ti lascerò" cantata con il mattatore, ancora una volta, Fiorello ha catturato il cuore e l’anima di tutti. Poi c'è il sorriso, la dolcezza e la presenza della napoletana Serena Rossi che con "A Te" fa emozionare lo stesso "Amedeo", come lo chiama Orietta Berti.

Le emozioni dei ricordi però arrivano ascoltando  Ornella Vanoni, con un look total black e ormai più vicina ai 90 anni che agli 80, ha messo insieme un medley di ricordi e gioie uniche riportandoci al passato con freschezza armonia e classe. A lei aggiungerei Gigliola Cinquetti e la stratosferica Orietta Berti senza tempo e dimensione le uniche che non usano aiuti per l’intonazione. Orietta canta con il cuore e  torna sul palco dell’Ariston 29 anni dopo la sua ultima presenza come concorrente in una edizione caratterizzata dagli under 30! La veste, per la finale, Giuliano Calza il disegnatore del brand di streetwear GDCS che si rivolge soprattutto ad un target di adolescenti. Ma lei l’Orietta nazional-popolare sembra il Divino Otelma e sul palco, dopo la pericolosa esperienza delle prove, ci arriva non dalla fatidica scala centrale, ma direttamente dal retropalco: ad una divinità della canzone italiana si può permettere tutto! Bravissime anche due giornaliste come Barbara Palombelli e specialmente quel  monumento di professionalità che risponde al nome di Giovanna Botteri inviata nei posti più remoti e problemmatici del pianeta per raccontarci storie di vita non sempre facili.  


Va in archivio quindi l’edizione 71 del Festival della Canzone Italiana e già si parla di quella del 2022 che a detta di Fiorello dovrà essere stacolma di pubblico, ma andare malissimo! 

Occhio all’onda!

 

Opere d'arte da ammirare

 


Non mi è chiaro il motivo per cui, ogni anno in questo periodo,  mi sento molto coinvolto negli "Australian Open" di tennis che sono in corso di svolgimento sui campi di Melbourne. Probabilmente perché non essendo impegnato in gare io stesso ho più tempo per  godermi uno sport che da sempre mi appassiona. Mi sento quindi partecipe in ciò che sta vivendo Rafael Nadal e, guardandolo giocare, mi chiedo da dove possa arrivare l’energia con cui il maiorchino colpisce quella pallina gialla scaraventandola dall’altra parte della rete   come se fosse l’ultima cosa che farà nella sua vita! Ogni palla è importante per lui, com’è importante ogni movimento che mette in essere su un court che diventa l’arena di un gladiatore che sa che per portare a casa la pelle non può mai distrarsi o  tanto meno non può permettersi cedimenti di nessuna natura. Tutto diventa importante, ma soprattutto nulla lo può scalfire, neppure il punto che l’avversario realizza contro di lui. Se è vero ciò che ci ha insegnato  Gianni Clerici, grande scriba del tennis, che la racchetta è un palcoscenico, sul quale i giocatori mostrano l'anima di cui sono fatti abbiamo capito di che pasta è fatta quella dello spagnolo che, ben presto incrociando le dita,  potrebbe regalarci a breve il suo 21esimo grande slam, lasciando il povero Roger a guardare l’immensità di un uomo scalfito sullo stesso blocco unico di marmo su cui  Michelangelo ha realizzato la sua "Pietà".  
Di sí fatta pasta è una certa Ricarda Funk che non colpisce con una racchetta palline gialle, ma con in mano una pagaia danza sull’acqua e come una libellula caccia la preda attaccandola con voli pindarici che incantano chiunque abbia la fortuna di vederla sfrecciare.  Recenti studi hanno identificato una sorta di circuito principale di 16 neuroni che collegano il cervello della libellula al suo motore di volo nel torace. Con l'aiuto di quel pacchetto neuronale, una libellula può rintracciare un bersaglio in movimento, calcolare una traiettoria per intercettare quell'obiettivo e aggiustare sottilmente il suo percorso come necessario. Questo è l’esatto processo che si attiva nel fenomeno teutonico mentre conduce il suo scafo tra onde, riccioli e pali sospesi nell’aria. Lei, che ha un rapporto peso-potenza impressionante ha, come gli odonati,  non solo agilità,  ma è pure veloce… tanto veloce, da far impallidire pure qualche collega maschietto che pur distruggendosi in palestra non riesce minimamente a fermare i cronometri dove riesce viceversa lei! Come Rafal Nadal, Ricarda Funk le partite, le gare, le gioca solo contro se stessa. E’ lei, che quando indossa un pettorale, può portarsi a casa la vittoria o lasciare alle altre la fortuna di farlo. E’ sempre lei che si giocherà la stagione 2021, se mai potrà decollare, e se così non fosse dobbiamo solo aspettare , perché non ho ricordi di aver visto a memoria d’uomo tanta eleganza e potenza tutta assieme incarnarsi in una sola persona. 

 

 Occhio all'onda! 

La Réunion cielo, terra, acqua


I cimiteri bianchi guardano l’Oceano Indiano e  gli uccellini si rinfrescano nelle pozzanghere. Qui, prima di costruire le case,  si fissano i cancelli e la gente parla un francese poco metropolitano, ma sorride sempre  camminando su strade che si perdono nelle montagne. Le buche delle lettere sono all’incrocio di vie che sembrano tutte uguali e che hanno come riferimento i diversi colori che caratterizzano ogni luogo e angolo in relazione alla luce del sole. I bimbi aspettano il bus per andare a scuola guardando il mondo con tenerezza trasmettendoti purezza e fragilità per un domani che non conosciamo e che sembra non donarci certezze. I caschi di banane da verde acido si stanno trasformando in un giallo che già anticipa il gusto di questo frutto prelibato che ci circonda ovunque.  La canna da zucchero impedisce di vedere oltre ogni curva oscurando il cielo. Il rumore della pioggia, nelle notti senza luna, ritma il tempo della vita che trascorre sempre uguale senza fretta e con il profumo della vaniglia Bourbon che ti assale camminando in una giungla privata di  animali pericolosi. Bourbon è la birra locale, Bourbon è stato il  nome di questo dipartimento d’oltremare francese popolato da poco più di 800 mila persone e che  ha nel vulcano estinto  Piton des Neiges la sua vetta più elevata toccando quota 3.071. Gli fa eco, con 2.632 metri, il Piton del la Fournaise, con un nome che la dice lunga sulla sua attività: la più attiva nel mondo! Ma è il cielo il vero protagonista di questo pezzo di terra circondato da un mare che sembra estruso e poco inserito nella vita della gente. L’infinito arriva dall’alto con nuvole che si formano e si dissipano nel nulla con la stessa velocità con cui le guardi. Un  cielo che ti avvolge, un cielo che ti rapisce con il suoi colori che si adattano all’umore di un tempo che repentino passa dal bello al brutto senza preavviso:  luminoso, splendente, assolato, bianco, grigio, cupo e triste, umido, secco che, per lasciare spazio al tramonto, sparisce popolato da stelle che sembrano arrivare qui per prendersi una pausa nell’infinità del creato!  

 Occhio all'onda! 

 




 


La forza della pagaiata!


Che bello quando incontri persone che parlando di canoa, giovani, gare, organizzazione gli si illuminano gli occhi. Occhi che sorridono, occhi che ti guardano speranzosi, occhi che ti scrutano, occhi che ti conquistano e ti fanno voler bene da subito a persone che ti sembra di conoscere da una vita semplicemente per il fatto che sono come te: amano la canoa e tutto ciò che questo comporta. In mezzo alla natura, con lo sfondo di uno specchio d’acqua,  senza temere  il freddo, con  le luci delle tenebre che fra poco ci avvolgeranno, non si smette di sognare e ci immaginiamo fiumi di bimbi e persone che coloreranno con le loro canoe le acque di mezzo mondo, magari passando tra i pali dello slalom.
In questo  inverno, che ci nasconde tutti dentro alle nostre mascherine, gli occhi diventano l’unico vero contatto che possiamo avere con il mondo esterno, con gli altri con chi condivide come noi passioni e amori.
Com’è facile entrare in sintonia e in contatto con chi conosce le emozioni e i rumori dell’acqua che si rompe quando la pagaia penetra in essa.
Che gioia sapere che c’è chi progetta corsi, gare, training camp, per una primavera che tutti noi aspettiamo come una sorta di liberazione da una guerra che ormai combattiamo da troppo tempo e che ci sta privando di abbracci sinceri,  strette di mano, pacche sulle spalle.  Che gioia però, in questo momento così difficile,  poter condividere emozioni e speranze  ed essere accolto tra di loro con entusiasmo ed energia. Quanta forza mi avete regalato tutti voi e quanto è bello potercelo dire e raccontare. Quindi a Valerio, Mario, Paolo; Tommy, Martina, Ezio, Giorgio, Stefano, Nik, Diego, Anna, Marta, Ilaria e ai  tanti altri giovani atleti con cui ho avuto il piacere e l’onore di pagaiare e condividere le gioie che la canoa offre a tutti noi, dico semplicemente grazie, con la promessa che presto ci rivedremo più forti e felici di prima.

Occhio all’onda! 

L'evoluzione dello Slalom


L’evoluzione fa parte inevitabile della nostra natura e lo sport  ne è la conferma. Anche lo slalom ha visto dalla sua nascita ad oggi una continua evoluzione e i motivi sono svariati. Si passa dalle canoe in tela della fine degli anni ’40 per arrivare alle attuali imbarcazioni in carbonio sotto vuoto che sempre di più vengono adattate alle esigenze personali di ogni atleta. Tutto ciò ha portato inevitabilmente  ad evolversi anche sotto l’aspetto delle regole che sono ben diverse da quelle originali. Piccoli, ma costanti cambiamenti hanno caratterizzato il nostro mondo. Unico neo,  a mio modo di vedere, è stata da parte dello slalom la mancanza di lungimiranza. Si è cambiato rincorrendo e non anticipando le esigenze dei tempi che mutando portano con sé nuove realtà e sviluppi. Tutt’oggi navighiamo nel limbo senza guardare il futuro con troppo decisione e innovazione.
Se partiamo  dal 1987  ci accorgeremo che ci sono stati diversi cambiamenti. Siamo passati dalle gare dove si prendeva la miglior manche delle due discese, all’inserimento, a partire dal 1993, delle gare di qualifica per prendere poi la miglior manche. Ancora cambiamenti dal 1997 al 2007 con somma delle due manche di semifinale e finale. Oggi la  formula, ormai consolidata, è  qualifica ed eventuale ripescaggio per arrivare a semifinali nei K1 uomini a 40, mentre per il resto a 30. Da qui i primi 10 vanno in finale e si giocano le medaglie. Anche qui sarebbe da fare una profonda analisi di questa formula che si sta dimostrando troppo lenta e dispendiosa, specialmente per le gare di Coppa del Mondo.
Il vero grande cambiamento è stato però sulla lunghezza dei tracciati e sulla sua filosofia generale. Siamo passati dai 193.61 secondi (3 minuti, 13 secondi e 61 decimi) del mondiale sul Savage River nel 1989 per il miglior tempo assoluto  agli 84.26 secondi (1 minuto, 24 secondi e 26 decimi)  del 2019 a La Seu d’Urgell. Una differenza di 1 minuto, 49 secondi e 35 decimi! Una enormità se consideriamo gli aspetti metabolici che si possono innescare su queste due distanze.  Mi piace parlare ed analizzare però l’evoluzione della tecnica per capire, al di là delle distanza diverse, del numero di porte e delle differenze tra gareggiare su un fiume o su un canale, che cosa oggi si fa che un tempo invece non si faceva.  
Oggi le traiettorie, grazie anche alle barche che lo consentono, sono decisamente più dirette rispetto ad un tempo. La rotondità e la scelte di linee più allargate erano alla base della tecnica fino a pochi anni fa, mentre oggi la tendenza è quella di tagliare sempre più vistosamente le traiettorie. Non più linee che seguono delle « esse », ma linee il più possibilmente rette. Ecco quindi che l’intervento del corpo diventa determinante per mantenere equilibri e per non toccare i pali. Centralità è la parola d’ordine per riuscire a far combinare il tutto. Gli spostamenti veloci e repentini della coda con il fianco piantato in acqua fanno il resto (video).

Occhio all’onda! 

 


 

 

 

Uso del polso


Lo slalom è fatto di tanti piccoli particolari che ci aiutano a mantenere il controllo dell’imbarcazione e che devono raggiungere lo scopo di far correre la canoa. Prendiamo un’ uscita stretta da una risalita e ci rendiamo conto che l’uso del polso per agguantare l’acqua nella fase successiva della frenata o dell’aggancio diventa fondamentale. Questo permette una facile e sicura presa sull’acqua offrendo alla canoa un punto preciso su cui ruotare. L’azione che deve seguire la propulsione posteriore o il Duffek è la ricerca degli spazi per infilare la pala fuori dalla porta, che precedentemente era entrata facendo sfilare la stessa sotto il palino interno. Il busto accompagna ogni azione della stessa. Un buon esercizio è ripetere molte volte la stessa risalita mantenendo sempre la pala in acqua. 
 

Occhio all’onda!