Canadese donne: la crescita è evidente ora bisogna dare la giusta attenzione per tutelare il settore



Partiamo, come sempre, dai numeri per analizzare la stagione internazionale della canadese femminile. Prendiamo in considerazione le cinque gare di Coppa del Mondo e i Campionati del Mondo, per capire come si è sviluppata l’annata agonistica e quali indicazioni emergono dai risultati.


In Coppa del Mondo sono state 69 le atlete andate a punti, di cui 29 hanno raggiunto almeno una finale: il 42% del totale. Tra queste, 13 sono riuscite a conquistare almeno una medaglia, pari al 44,8% delle finaliste. Un dato interessante riguarda la versatilità di queste atlete:  9 su 13  le medagliate hanno gareggiato anche nel K1, riuscendo a raggiungere almeno una finale pure in questa specialità. Nel caso della Knebelova parliamo di Kayak Cross.  Inoltre, gran parte delle 29 finaliste della canadese, le troviamo in gara anche nel Kayak: parliamo di un gruppo di atlete che affrontano tre discipline, con caratteristiche tecniche e richieste fisiche differenti. Un impegno tutt’altro che trascurabile.


Sono 16 le nazioni che hanno portato almeno un’atleta in finale, ma soltanto quattro provengono da fuori Europa: Australia, Brasile, Cina e Stati Uniti. Le nazioni europee rappresentano quindi il 75% del totale. Se invece consideriamo le presenze in finale, la percentuale europea sale all’81,2%.


Vediamo più da vicino il rendimento delle nazioni.


  • La Repubblica Ceca guida la classifica con nove presenze in finale, ottenute da tre atlete, e cinque podi conquistati da due di loro. La Slovenia segue con otto finali, raggiunte da due atlete, e due podi firmati da una sola rappresentante. Stesso numero di presenze per la Francia, con tre atlete in finale, ma senza riuscire a salire sul podio.
  • L’Australia ha totalizzato sei presenze in finale con due atlete e due medaglie conquistate da una sola di loro. La Gran Bretagna, anch’essa con due atlete, ha ottenuto cinque presenze e una medaglia.
  • La Spagna ha conquistato due medaglie con due atlete capaci di raggiungere complessivamente cinque finali. 
  • Con una medaglia troviamo poi Andorra e Brasile, entrambe rappresentate da una sola atleta, l’Italia, con due atlete in finale e una medaglia, Polonia, con una sola rappresentante e una medaglia. 

Numeri che raccontano una specialità nella quale esistono ancora differenze importanti tra le nazioni, ma nella quale il gruppo delle atlete capaci di inserirsi stabilmente ai vertici si sta progressivamente ampliando. Centosei secondi, la media dei tracciati per il C1 donne: una gara completamente diversa rispetto ai tempi fatti registrare nel kayak maschile che si aggirano attorno agli 85 secondi.   I percorsi della canadese femminile durano mediamente 21 secondi in più rispetto al K1 uomini. In proporzione, parliamo di una gara più lunga di circa del  25%. Per capirci, immaginiamo di rivedere la gara di finale di Coppa La Seu d’Urgell: se le atlete della canadese avessero terminato la loro prova dopo circa 85 secondi, avrebbero concluso all’altezza della porta 19, prima del salto finale, senza affrontare due risalite, due porte in discesa e lo sprint conclusivo. Si capisce bene come, con una differenza simile, la gara assuma una fisionomia completamente diversa, tanto dal punto di vista tecnico quanto da quello strategico e, naturalmente, fisico. 

Come abbiamo visto, la maggior parte delle atlete della canadese si presenta al via anche nel kayak e nel Kayak Cross. Un impegno complessivo notevole, soprattutto considerando le diverse esigenze delle tre discipline e come se non bastasse normalmente le donne della canadese sono le ultime a partire nel giorno precedente al Kayak Cross e poi le prime per i Time Trial. Se guardiamo al settore maschile, troviamo un solo atleta, Miquel Trave, che gareggia sia nel K1 sia nel C1, ma non nel Kayak Cross.

La domanda, dunque, è semplice: quanto pesa questo carico di lavoro sulle atlete e quanto spazio rimane per preparare adeguatamente ogni specialità? Perché essere competitivi in tre discipline è certamente un valore, ma significa anche dover distribuire energie, tempo e preparazione su fronti differenti. Non è una questione che riguarda soltanto i risultati. È una riflessione che tocca direttamente la programmazione degli allenamenti e la gestione delle atlete.

Un altro dato interessante riguarda l’evoluzione tecnica della specialità. Dal 2015 il livello della canadese femminile è migliorato sensibilmente. Le percentuali di distacco dal miglior tempo assoluto, riportate nel grafico qui sotto, parlano chiaramente: le atlete sono diventate progressivamente più competitive e il divario dai migliori tempi si è ridotto. Siamo di fronte a una specialità in piena evoluzione, che sta crescendo anche sul piano della partecipazione. Nelle gare del ranking ICF abbiamo registrato 348 atlete andate a punti. Se confrontiamo questo dato con quello della canadese maschile, la differenza è di 241 atleti; rispetto al kayak, invece, il divario sale a 543. Numeri che indicano come la canadese femminile stia mostrando una dinamica di crescita interessante rispetto al kayak. Un segnale positivo, che dovrebbe essere accompagnato da un’attenzione adeguata da parte di chi governa e sviluppa il nostro sport. La crescita, infatti, non si misura soltanto contando le atlete al via. Bisogna capire se aumentano le opportunità, se si allarga la base delle praticanti e se il livello tecnico continua a salire. E, soprattutto, se questa evoluzione viene sostenuta con una programmazione capace di guardare oltre il risultato della singola stagione.


La stagione 2026 della canadese femminile ha segnato il ritorno alle gare di Jessica Fox, dopo un 2025 complicato dai problemi fisici. Eravamo abituati a vedere la “Volpe” dominare la specialità della pagaia singola. Il suo rientro in Coppa del Mondo, nella seconda tappa di Praga, è stato subito esplosivo. Alla prima prova non aveva partecipato a causa di un problema al polso, ma una volta tornata in acqua ha messo immediatamente la punta davanti a tutte le avversarie, confermandosi vincitrice anche ad Augsburg, nella terza tappa.

La seconda parte della stagione, però, è stata meno brillante. Ai Campionati del Mondo non è riuscita a raggiungere la finale e i problemi fisici sono tornati a condizionarla. A Vaires-sur-Marne, nella penultima prova di Coppa del Mondo, ha chiuso all’undicesimo posto. A La Seu d’Urgell, invece, i sogni di gloria si sono infranti al ponte, quando ha perso l’equilibrio ed è finita con la testa sott’acqua nella morta di sinistra, faticando parecchio a riportare i suoi ricci capelli fuori dall’acqua. Nonostante l’episodio, è riuscita a concludere la gara in settima posizione. Eppure, anche con una stagione condizionata dagli acciacchi, Jessica ha chiuso la classifica generale di Coppa del Mondo al secondo posto, a soli due punti dalla vincitrice, Eva Lina Hočevar. Quest’ultima, peraltro, nel momento decisivo della finale di La Seu era sulla sponda del canale a seguire le gare. Un distacco minimo che racconta bene quanto sia stata combattuta la stagione e quanto Jessica, pur senza riuscire a esprimersi sempre al meglio, sia rimasta competitiva fino alla fine.


Eva Lina Hočevar è stata una delle grandi protagoniste della stagione. Ha raggiunto quattro finali di Coppa del Mondo e conquistato due medaglie d’argento, a Tacen e Vaires-sur-Marne.

Ai Mondiali, però, non è riuscita a ripetersi, chiudendo al diciottesimo posto senza raggiungere la finale. Anche agli Europei di Ivrea la sua prova conclusiva non è stata particolarmente brillante: decimo posto, a oltre cinque secondi da Mallory Franklin. Proprio l’atleta britannica, in terra italica e sulle acque della Dora,  ha ritrovato nel finale di stagione la propria dimensione nella specialità che più le appartiene: la canadese. Dopo un’annata fatta di alti e bassi, Mallory ha dimostrato ancora una volta di poter essere una protagonista assoluta quando riesce a ritrovare il giusto equilibrio tecnico e competitivo, la maternità l’ha allontanata per un periodo dalle gare, ma oggi dimostra di esserci e ancora più matura e competitiva di sempre.  La sua vittoria europea è un segnale importante, perché conferma come in questa specialità il valore delle atlete di vertice possa emergere anche dopo periodi di fermo per una nobile causa. 


La ventitreenne ceca Tereza Knebelová è senza dubbio una delle grandi rivelazioni del 2026 nella canadese femminile e, se vogliamo, anche nel Kayak Cross. Il suo percorso sportivo ha radici in una famiglia profondamente legata alla canoa. Il padre, Robert Knebel, è stato un grande atleta della discesa. Ai Mondiali del 2004 di Garmisch ha conquistato la medaglia d’argento, alle spalle di Carlo Mercati e davanti a Robert Pontarollo. Nella stessa edizione ha vinto anche la gara a squadre, risultato che aveva già ottenuto in altre occasioni. Papà Robert ha naturalmente avvicinato le figlie Tereza e Klára alla discesa, ma alla fine ha prevalso l’influenza materna: la mamma è infatti allenatrice di slalom.n Klára, dopo aver conquistato il titolo mondiale junior nel 2021 a Tacen, dove Tereza aveva chiuso al secondo posto, ha dovuto interrompere la carriera a causa di problemi fisici. Tereza, invece, ha continuato a crescere, migliorandosi stagione dopo stagione fino a raggiungere il traguardo più importante: il titolo mondiale assoluto conquistato a Oklahoma City a soli 23 anni.

La finale iridata negli Stati Uniti è stata particolarissima. La ceca è entrata nell’ultimo atto con l’ultimo posto disponibile, anche in seguito a una penalità di salto porta assegnata ad Ana Sátila, decisione apparsa decisamente dubbia e arrivata peraltro a distanza di tempo dalla discesa della brasiliana. È un episodio che inevitabilmente fa discutere. In una gara mondiale, una decisione arbitrale può cambiare il destino di un’atleta e modificare l’accesso alla finale. Per questo la tempestività e la trasparenza delle decisioni sono aspetti fondamentali. Detto questo, per vincere una prova così importante devono coincidere molte circostanze, e così è stato per la comunque bravissima Tereza Knebelová, che aveva già dato prova del proprio valore vincendo la gara di apertura della Coppa del Mondo a Tacen e confermandosi poi in altre tre finali. I numeri della sua giovane carriera sono già significativi: classe 2003, ha disputato 17 gare di Coppa del Mondo, raggiungendo ben 11 finali e conquistando tre medaglie. Il titolo mondiale non arriva dunque dal nulla. È il risultato di una crescita costante, che nel 2026 ha trovato la sua consacrazione.


Passiamo alle atlete italiane, partendo da Marta Bertoncelli, protagonista di una stagione nella quale la sua crescita tecnica e fisica è apparsa evidente. La pagaiatrice ferrarese ha già disputato 30 gare di Coppa del Mondo, raggiungendo nove finali e conquistando una medaglia. Quest’ultima è arrivata proprio nel 2026, nella gara di Vaires-sur-Marne. Un risultato importante, che premia il lavoro svolto e conferma la possibilità di inserirsi con maggiore continuità nella lotta per le posizioni di vertice.


Per Elena Borghi, invece, la strada rimane più complicata. Nel 2026 ha raggiunto una sola finale, quella di Praga, dove ha chiuso in sesta posizione. Il suo bilancio complessivo in Coppa del Mondo conta 29 partecipazioni e sette finali, ma nessuna medaglia. La sesta posizione di Praga dimostra che la possibilità di entrare tra le migliori esiste. Il passaggio successivo è trovare quella continuità che consenta di trasformare le occasioni in risultati ripetuti.


Diverso il discorso per Elena Micozzi, impegnata nel settore senior soltanto nelle prime due prove di Coppa del Mondo, a Tacen, dove ha chiuso trentaduesima, e ad Augsburg, con un ventesimo posto. Ha poi partecipato agli Europei di Ivrea, dove, insieme a Bertoncelli e Borghi, ha conquistato il titolo continentale a squadre. Il bilancio diventa decisamente più positivo se guardiamo al settore Under 23. Ai Mondiali di Cracovia è arrivata seconda alle spalle della tedesca Lucie Krech. Secondo posto anche agli Europei di categoria a Épinal, ancora dietro a un’atleta tedesca, questa volta Christin Heydenreich, e per appena tre centesimi di secondo. Due risultati che testimoniano il valore dell’atleta di Subiaco che gareggia per la Marina Militare e la sua capacità di competere ai massimi livelli della categoria giovanile. Il suo futuro, tuttavia, rimane incerto. Considerando le difficoltà che ha incontrato nel proprio percorso, viene da chiedersi quanto il sistema tecnico federale abbia saputo accompagnarne la crescita e quanto, invece, le abbia reso complicato il cammino.

È una questione che meriterebbe una riflessione seria, perché il talento non basta: per trasformarlo in risultati senior servono programmazione, continuità e un ambiente capace di valorizzarlo.


La canadese femminile ci consegna dunque una stagione ricca di indicazioni.  I numeri raccontano una specialità in crescita, con un livello tecnico sempre più alto, una partecipazione in aumento e un gruppo di atlete capaci di affrontare con successo più discipline. Le storie di Jessica Fox, Eva Lina Hočevar, Mallory Franklin e Tereza Knebelová mostrano percorsi differenti, ma tutte confermano quanto sia diventato competitivo questo settore. Anche l’Italia ha motivi per guardare avanti: la crescita di Marta Bertoncelli, i risultati di Elena Micozzi nelle categorie Under 23 e le opportunità ancora da consolidare per le altre atlete indicano che il potenziale esiste. Rimane però una domanda di fondo: siamo davvero attrezzati per accompagnare questa crescita? Perché una specialità che migliora, che allarga la propria base e che richiede sempre più preparazione non può essere affrontata con gli stessi strumenti di quando era ancora un settore marginale. La canadese femminile sta dimostrando di meritare attenzione. Adesso spetta a chi governa il nostro sport dimostrare di averlo capito con scelte importanti e che tutelino le atlete prima di tutto. 


Occhio all'onda!






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