Slalom olimpico verso LA 2028: più ostacoli fuori dall’acqua che tra le porte!


Perfetto tempismo dell’ICF, che ha finalmente pubblicato i criteri selettivi olimpici per lo slalom di LA 2028 pochi giorni dopo che avevo affrontato l’argomento su questo blog, lamentandone anche il ritardo.

Dopo un’attenta lettura posso confermare che quanto avevo riassunto nel post precedente è ora ufficializzato in un documento pubblicato il 4 febbraio e successivamente diffuso anche via WhatsApp nei vari gruppi di tecnici e atleti.

Cosa aggiungere rispetto a criteri che appaiono decisamente assurdi e che, già alla nascita, pongono paletti insormontabili per molte nazioni, costrette di fatto a concentrarsi quasi esclusivamente sulle qualifiche continentali, vista la scarsissima possibilità di ottenere la quota nella prima fase?


La difficoltà principale riguarda gli altissimi costi necessari per tentare la qualificazione attraverso il ranking: nove gare in due anni sparse in tutto il mondo, un impegno sostenibile solo per un numero limitato di Federazioni, dove si qualificano solo 6 K1 e 3 nel Kayak Cross, mentre per le canadesi saranno 10 i posti nella prima fase. A questo si aggiunge l’insistenza su La Seu d’Urgell, con due tappe che continuano a contare ai fini del ranking, un fattore che favorisce chiaramente gli atleti locali, anche se probabilmente non ne avrebbero bisogno. Qui non si parla di polemica, ma semplicemente di equità, un valore che ancora una volta non sembra rientrare tra le priorità.


Colpisce inoltre come non siano stati minimamente presi in considerazione i suggerimenti emersi nei vari incontri tra dirigenza ICF, tecnici e atleti. E stonano, più di tutto, le parole del vice-presidente Lluis Rabaneda, che dichiara:


“Per la prima volta, l’ICF ha intrapreso un processo di consultazione ampio e inclusivo per dare forma al sistema di qualificazione olimpica…”(versione integrale cliccando qui).


A questo punto mi piacerebbe capire a cosa si riferisca il vice-presidente quando parla di aumento della visibilità degli eventi. Perché non vengono pubblicati i dati reali? Quanti abbonati seguono le Coppe del Mondo e i Mondiali? Quali sono le statistiche che giustificano la scelta di far pagare la visione delle gare di slalom (e non solo), in un momento storico in cui dovremmo essere noi a investire per ottenere visibilità? Sarebbe utile rendere pubblici questi numeri, così da permettere anche ad atleti e federazioni di presentarsi agli sponsor con dati concreti alla mano.


Vorrei capire anche quale sia stato realmente il contributo delle Federazioni Nazionali, considerando che a Penrith era stato presentato un documento, firmato dalla maggior parte dei presenti ai Mondiali, che chiedeva modifiche a criteri apparsi fin da subito selettivi ed elitari.


Le dichiarazioni del vice-presidente ICF pongono però alcune questioni che meritano risposte puntuali. Se il nuovo sistema di qualificazione nasce da un processo “ampio e inclusivo”, è legittimo chiedersi in che modo le osservazioni di tecnici e atleti siano state recepite, e perché proposte formalizzate e condivise durante gli incontri internazionali non abbiano trovato alcun riscontro nel documento finale.


Allo stesso modo, l’obiettivo dichiarato di aumentare la visibilità degli eventi ICF richiederebbe piena  trasparenza: numeri sugli abbonamenti, sulle visualizzazioni, sull’impatto reale delle scelte di monetizzazione dello streaming. In assenza di questi elementi, il rischio è che la strategia si basi su assunti non verificabili, in una fase storica in cui la priorità dovrebbe essere l’ampliamento del pubblico e non la sua selezione.


I criteri di qualificazione per LA 2028, così come strutturati, pongono inoltre un tema di equità competitiva. L’elevato numero di gare richieste, la loro distribuzione geografica e la centralità ripetuta di alcune sedi comportano costi significativi che non tutte le federazioni possono sostenere. Ne deriva un sistema che, già in fase iniziale, riduce drasticamente le possibilità di accesso per molte nazioni.


Le Olimpiadi dovrebbero rappresentare il punto di arrivo di un percorso globale, inclusivo e sostenibile. Perché ciò avvenga, è necessario che alle dichiarazioni seguano scelte coerenti, dati accessibili e un reale confronto con chi vive quotidianamente questo sport.


Occhio all'onda!







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